Erwan Bouroullec: il design tra caos e armonia, oltre la funzione

Erwan Bouroullec: il design tra caos e armonia, oltre la funzione

di Lella Scalia

Filosofo e poeta con mente e tenacia da ricercatore, Erwan Bouroullec persegue un dialogo tra funzionalità e sensibilità

Una ruelle di Parigi, uno studio luminoso, quello di Erwan Bouroullec. Ascetico a prima vista ma, quando gli occhi si soffermano, scoprono tesori: disegni, tavoli, sedie, tv, lampade, divani di diversi brand, da Flos a Vitra, a Samsung. Anche ora che la sua strada professionale si è divisa da quella del fratello Ronan, l’atmosfera che qui si respira è fedele all’approccio rilassato, connesso con l’uomo, che ha caratterizzato la loro produzione fin dagli esordi nel 2000 con Cappellini. Sperimentare, esplorare è la molla che spinge Erwan verso oggetti che, mi spiega, «migliorino la vita quotidiana». Come Maap, la sua nuova lampada per Flos, vero origami di luce. Da dove è scaturita l’ispirazione? «Da studente ho letto un libro di James Gleick sulla teoria del caos; oltre a fisica e matematica affrontava l’impossibilità di rappresentare e misurare la natura. Credo che Maap racchiuda queste mie ossessioni: geometria e caos della natura. Che è complessa, ma armoniosa».


Più che dall’equilibrio tra caos e ordine, l’ispirazione viene «dal loro contrasto. Trovo le cose più interessanti quando si mescolano gli opposti, si crea una tensione visiva molto forte». In tre grandezze, Maap ha una struttura in ferro dotata di punti magnetici in corrispondenza di ogni fonte luminosa su cui si calamitano i Dots, grandi bottoni che in modo leggero fissano la “nuvola” di Tyvek® – «sembra carta ma è poliestere, leggerissimo e resistente, mi interessa per la sua quasi “povertà”». Involucro che deve essere spiegazzato, modellato da chi l’acquista… «Un foglio di carta piatto non ha struttura, cade, ma se lo accartocci diventa stabile. Qui è lo stesso: le pieghe distribuiscono la resistenza in tutte le direzioni». E la forma non è predefinita… «È un gesto spontaneo. Bisogna seguire l’istinto… È come dire: “gioca”». E poi c’è la luce, morbida, con pochissime ombre. «Come quella del sole: non percepiamo una fonte precisa, ma una presenza diffusa, quasi fossimo all’aperto».


Natura, geometria, luce, elementi della sua filosofia… «Più che di filosofia, parlerei di due concetti guida. Il primo è la trasparenza, non quella visiva, ma quella che permette di creare oggetti in cui tutto sia leggibile. Spesso li utilizziamo senza comprenderli, ma se sono “trasparenti” anche un bambino può intuire come sono fatti e funzionano. E con Maap questo succede, interagendo si è obbligati a capire. Poi», continua, «c’è la leggerezza. Oggi non possiamo sprecare nulla, così cerco di portare gli oggetti al limite della resistenza dei materiali, riducendo tutto al minimo. Il che richiede grande precisione, ma porta anche a forme più pure e naturali». Quasi ancestrali? «Esatto. Pensiamo al triangolo: è ovunque, è una forma che conosciamo istintivamente, non si deforma, estremamente stabile». E anche rassicurante… «Sì. Il design parla anche alla nostra parte più primitiva, alla “scimmia” che è in noi e ha bisogno di capire subito se una struttura è sicura, se una sedia reggerà il peso… Meccanismi impliciti ancora ben vivi, da cui il design non può prescindere». Filosofo e poeta con mente e tenacia da ricercatore, Erwan Bouroullec persegue un dialogo tra funzionalità e sensibilità.


«Oggi lo sguardo esaurisce gli oggetti in un istante. Eppure gli occhi captano moltissime informazioni, il nostro corpo è fatto per ricevere e interpretare stimoli. Una persona chiusa in una stanza con stessa luce, stesso colore, nessuna variazione, finirebbe per impazzire. Una bella casa illuminata da una sola lampadina può essere molto triste: è una percezione povera rispetto a ciò che il nostro sguardo è in grado di vivere. È un po’ come paragonare una gomma da masticare a un ottimo sushi. Per questo rifiuto l’idea di costruire emozioni in modo artificiale. Non cerco oggetti spiritosi, sorprendenti, simbolici, ma qualcosa che funzioni bene, che utilizzi correttamente i materiali e attragga lo sguardo». Ma funzionalità e bellezza possono coesistere?

«Certo, ma la questione bellezza è più complessa. Quando progetto, ne manipolo i codici, ovvio, ma non li cerco intenzionalmente, credo che emergano in modo naturale se rispetto i criteri guida del mio lavoro». Gli oggetti ci affascinano anche per la loro eleganza, che a volte però si paga a caro prezzo. Produzione di massa ed eleganza sono compatibili? «Prima di tutto, nel design parlerei di “artigianato organizzato”, non di massa… L’eleganza è più in chi utilizza che in chi produce. Oggetti semplici e radicati nella cultura, le carte da gioco sono belle fuori dal tempo. Per il designer, poi, l’eleganza va oltre l’istinto: è rispetto per gli altri, omaggio alla civiltà e all’intelligenza collettiva». Lo sguardo lucido e spesso controintuitivo che governa le sue parole apre spazi di riflessione. Anche sulla sostenibilità.


«Ciò che è troppo legato al presente invecchia rapidamente. La sostenibilità passa da un design minimale, capace di adattarsi a contesti diversi. Più che durare per sempre, gli oggetti dovrebbero essere progettati per essere adattabili, riconfigurabili. Ed ergonomici. Oggi però sono esteticamente curati, ma scomodi, mentre il design dovrebbe favorire il movimento e il comfort, soprattutto negli spazi sociali». Perché ha un ruolo sociale… «Assolutamente. È l’incarnazione fisica di regole e rituali. Una tazza da caffè non solo contiene una bevanda, è un gesto di accoglienza, un invito alla relazione. Allo stesso modo, alcuni oggetti possono rafforzare gerarchie, marcare le differenze, come le auto di lusso. Per me, il design intreccia estetica, comportamento e società. Non si limita a creare arredi, ma costruisce relazioni, abitudini e significati destinati a evolversi insieme alle persone che li utilizzano».