Ecco quali sono gli oggetti di design più desiderati in assoluto
Dall’Ultrafragola ai grandi classici di Eames e Noguchi, ecco i pezzi di design che tutti vorrebbero. Quelli che hanno fatto la storia e che oggi stanno dettando il futuro. Li riconosci davvero tutti? E, soprattutto, quanti ne possiedi?
Il design genera desiderio. A volte persino ossessione. Alcuni oggetti diventano status symbol, altri finiscono nei musei, e altri ancora conquistano mensole e feed social grazie alla loro iconicità. Sono arredi che hanno segnato epoche, ridefinito stili, influenzato architetti, decoratori, fashion editor. E soprattutto sono diventati un linguaggio comune del nostro immaginario domestico: basta una silhouette, una curva, una piega per riconoscerli.
E poi c’è quella verità non detta ma universalmente condivisa: se li vedi in casa di qualcuno, capisci subito che sa esattamente cosa sta facendo. O almeno ci prova molto bene. Ecco allora una mappa ragionata degli oggetti di design più desiderati in assoluto: prima gli status symbol del living contemporaneo, poi i classici da museo che tutti vorremmo (anche quando il budget dice no), e infine i piccoli cult che hanno plasmato il design quotidiano.
Gli status symbol del living contemporaneo
Camaleonda – Mario Bellini (1970, B&B Italia)

Nato nel 1970 e riportato in vita nel 2020, il Camaleonda è il divano che ha dato un nuovo senso al concetto di comfort modulare. I suoi moduli imbottiti, tenuti insieme da cinghie e ganci, permettono infinite combinazioni. È un oggetto “vivo”, che si adatta allo spazio e alla vita e cambia in base all’umore dei suoi proprietari. L’estetica morbida, i volumi generosi e la grana materica lo hanno reso il divano più desiderato del living contemporaneo, il divano dei divani, presente nelle case di creativi, galleristi e celebrities.
Ultrafragola – Ettore Sottsass (1970, Poltronova)

Specchio, lampada, oggetto pop; ma soprattutto la rockstar dei feed. L’Ultrafragola nasce come pezzo unico per una collezione radicale; oggi è il simbolo dell’estetica “neo-seventies” che impazza su Instagram e negli appartamenti della Gen Z. L’uso di una cornice ondulata in ABS retroilluminata da un rosa ipnotico ha trasformato un semplice specchio uno dei pezzi di design più virali e apprezzati degli ultimi anni.
Togo – Michel Ducaroy (1973, Ligne Roset)

Il divano tutto-piega che sembra una scultura di schiuma espansa. Quando Ducaroy lo lanciò nel 1973 sembrava un UFO atterrato nel salotto; oggi, invece, è ovunque: case millennial, loft creativi, set fotografici. La sua silhouette bassa, informale e sprofondabile è diventata sinonimo di coolness domestica. Non ha struttura rigida, non ha spigoli, non ha regole: è un abbraccio continuo che trasforma il soggiorno in una lounge permanente.
Soriana – Afra & Tobia Scarpa (1969, Cassina)

Gli Scarpa hanno preso un’enorme nuvola di imbottitura e l’hanno costretta in una morsa metallica: un gesto quasi brutale che ha generato una delle sedute più sensuali del Novecento. La Soriana è scultorea, teatrale, quasi barocca nella sua morbidezza compressa. Tornata in produzione dopo anni di culto vintage, oggi è uno dei pezzi più ambiti sia dai collezionisti sia dagli interior contemporanei. È il perfetto incontro tra il rigore italiano e il languore teatrale anni ’70.
USM Haller – (dal 1963)

Non è un divano ma è, forse, il mobile più riconoscibile del living contemporaneo. Nato come sistema modulare per uffici svizzeri, oggi è diventato un simbolo globale di ordine, gusto e architettura domestica. Cubi in acciaio cromato e pannelli laccati creano librerie, sideboard, mobile bar: tutto perfettamente modulare e ricombinabile. È entrato nel MoMA, nelle case dei creativi, negli appartamenti minimal-lusso su Instagram. Le versioni colorate (giallo zafferano, azzurro polvere, verde menta) lo hanno trasformato in status symbol. Per molti è diventato il simbolo degli interni maschili iper curati: segno – neanche troppo sottinteso – che lì dentro vive qualcuno che sa esattamente cosa sta facendo.
I grandi classici del design (quelli che tutti vorrebbero)
Eames Lounge Chair & Ottoman – Charles & Ray Eames (1956)

La poltrona più famosa del mondo. E non a caso. Gli Eames immaginarono un trono moderno: legno curvato che abbraccia, pelle che si adagia come un sipario, comfort teatrale in formato mid-century. Ispirata alle club chair inglesi ma proiettata nel futuro, è diventata l’emblema del modernismo americano ottimista, quello che credeva nel progresso, nella qualità e nel piacere di sedersi bene. Quello pensato per “una persona che si meriti un trattamento speciale”. In produzione ininterrotta da quasi 70 anni.
Arco – Achille e Pier Giacomo Castiglioni (1962, Flos)

Un blocco di marmo scolpito come una scultura e un arco telescopico che porta la luce sopra il tavolo senza bisogno di attacchi a soffitto. L’Arco è un pezzo architettonico dentro un salotto. Uno degli oggetti più riconoscibili (e studiati) del design italiano nel mondo, protagonista di film, serie e editoriali. Una lampada riconoscibilissima, fotografatissima, quasi mitologica: non c’è bisogno di aggiungere altro.
Egg Chair – Arne Jacobsen (1958, Fritz Hansen)

Sinuosa, futuristica, ancora sorprendente. Jacobsen disegnò l’Egg per l’hotel SAS di Copenaghen, e da allora è diventata un simbolo del design scandinavo. Con la sua scocca curvata in schiuma, che all’epoca fu una piccola rivoluzione tecnica, l’Egg avvolge e protegge, creando una bolla privata di calma nordica anche nel pieno del caos urbano. Un equilibrio tra organicità modernista, ergonomia e quel senso di “refugium” che l’architetto danese inseguiva da sempre.
Panton Chair – Verner Panton (1960, Vitra)

Una sedia-monolite in plastica stampata in un unico pezzo: quando Verner Panton la immaginò tra il 1959 e il 1960, sembrava fantascienza. Nel 1967, con la produzione di Vitra, la Panton Chair irrompe sulla scena internazionale come la prima sedia a sbalzo interamente in plastica (un materiale che di lì a poco avrebbe invaso le case del pianeta in ogni forma e colore). Avveniristica negli anni ’60, pop negli anni ’70, ancora rivoluzionaria nel 2025: è una delle sedute più fotografate dell’interior design contemporaneo. Più volte rieditata, reinterpretata, celebrata, e da tempo custodita anche nella collezione permanente del MoMA di New York.
Noguchi Coffee Table – Isamu Noguchi (1948, Herman Miller)

Il tavolino-scultura per eccellenza: due forme di legno curvato che si incastrano sostenendo un piano in vetro spesso sospeso con una leggerezza quasi zen. Isamu Noguchi diceva che “tutto è scultura”, e questo tavolo (progettato nel 1948 per Herman Miller) è la manifestazione più pura della sua filosofia, a metà tra arte e design industriale. Considerato sin dagli anni ’50 uno dei capolavori del modernismo organico, è diventato un’icona globale introducendo in un interno l’idea stessa di gesto artistico.
Gli oggetti cult: piccoli, iconici e immediatamente riconoscibili
Juicy Salif – Philippe Starck (1990, Alessi)

Lo spremiagrumi-alieno che ha cambiato il nostro rapporto con gli oggetti da cucina. Starck lo disegnò su un tovagliolo mentre mangiava calamari: l’ironia è che funziona poco, ma ha rivoluzionato il modo di concepire il design da tavola. Iconico, esposto in tutti i musei.
Vaso Savoy (Aalto Vase) – Alvar & Aino Aalto (1936, Iittala)

Le sue curve fluide sembrano disegnate dal vento sulle acque finlandesi. È un simbolo nazionale, ma anche un (copiatissimo) classico del design organico internazionale. Ogni versione mantiene la stessa aura poetica del primo modello del 1936.
Componibili – Anna Castelli Ferrieri (1967, Kartell)

Cilindri, cassetti scorrevoli, modularità totale. I Componibili di Anna Castelli Ferrieri sono uno degli oggetti più democratici del design italiano: stanno al MoMA come nel bagno in affitto di uno stagista fuori sede. A Milano non c’è studente di fashion o interior design che non ne abbia almeno uno, originale o “ispirato”. Sono passati dal museo al carrello della spesa: per anni si potevano riscattare anche con i punti Esselunga, trasformandoli in un’icona davvero pop, alla portata di tanti. Perfetto esempio di come la plastica possa creare eterna contemporaneità.
Nesso – Giancarlo Mattioli (1967, Artemide)

La lampada-fungo più famosa della storia del design. Progettata da Giancarlo Mattioli per Artemide nel 1967, la Nesso ha rivoluzionato l’uso della plastica negli oggetti luminosi: un unico guscio ABS iniettato che produce un bagliore morbido e futuristico. È pop, psichedelica, irresistibilmente anni ’60. Oggi è tornata super virale grazie al suo colore arancio iconico e alla sua silhouette da “oggetto da fantascienza domestica”. Un cult accessibile ma potentissimo, capace di trasformare qualsiasi stanza in un set cinematografico retro-futurista.
Cactus – Studio 65 per Gufram (1972)

Un appendiabiti? Una scultura pop? Un totem da salotto? Il Cactus è tutte e tre le cose. Nato nel 1972 e tornato oggi come oggetto-feticcio del design post-pop, è diventato virale nelle case dei creativi e negli editoriali di moda. Realizzato in poliuretano espanso e dipinto a mano, interpreta il confine tra arte e arredo con un’ironia irresistibile. Ogni sua edizione (verde, nera, a righe, fluo) diventa instant classic e finisce ovunque: showroom, set fotografici, feed Instagram. Un oggetto-simbolo che non passa inosservato e segna immediatamente un’estetica contemporanea.