La musica deve parlare di politica? Il caso Ed Sheeran e Macklemore
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La musica deve parlare di politica? Il caso Ed Sheeran e Macklemore

di Tiziana Molinu

Dalla polemica sul tour alle prese di posizione di Pink e Roger Waters. Parlare può costare un tour, uno sponsor, un contratto. Ma tacere è davvero una scelta neutrale?

Nelle scorse settimane, chiunque abbia aperto i social si è imbattuto nel caso Ed Sheeran-Macklemore. Quello che è cominciato come un intervento dal palco è diventato in pochi giorni un piccolo terremoto nell'industria musicale, coinvolgendo Pink, Roger Waters, altri artisti e persino alcuni dei musicisti che accompagnavano Sheeran durante il tour. Facciamo il punto della situazione.

Il caso Sheeran-Macklemore

Per riassumere: Macklemore ha aperto il concerto di Ed Sheeran al MetLife Stadium di East Rutherford, nel New Jersey. Dopo aver eseguito Hind's Hall, il brano pubblicato nel 2024 a sostegno delle proteste studentesche filo-palestinesi, il rapper di Seattle ha preso il microfono per ribadire pubblicamente la propria posizione sul genocidio a Gaza e il sostegno alla popolazione palestinese. Poi è entrata in scena Pink, ma senza cantare. La cantante americana ha criticato pubblicamente le posizioni di Macklemore, dando vita a un'escalation sui social che si è spostata rapidamente dal dibattito online al mondo reale: Macklemore è stato escluso dalle restanti date del tour di Sheeran.

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Il rapper ha sostenuto che dietro la decisione ci fossero pressioni da parte dei proprietari degli stadi, tra cui Robert Kraft, proprietario dei New England Patriots e del Gillette Stadium. Sheeran ha invece dichiarato che la decisione è da attribuirsi del promoter. Nel frattempo, il cantautore britannico ha affidato ai social una precisazione sulla propria posizione: si è detto «inorridito dal conflitto tra Israele e Palestina», chiarendo però di non voler «schierarsi» e di non considerarsi un commentatore politico. Una posizione che non è bastata a chiudere la polemica. Anzi.

Roger Waters, fondatore dei Pink Floyd e da anni tra le voci più esplicite dell'industria musicale sul conflitto israelo-palestinese, ha attaccato pubblicamente Sheeran. In un video ha diviso il mondo in due categorie: «le persone che fanno la cosa giusta, come il rapper Macklemore», e quelle che, a suo dire, «fanno la cosa sbagliata». Parole volutamente brutali, che hanno aggiunto un altro livello a una discussione già esplosa oltre il palco. Poi è arrivata la solidarietà degli altri artisti. I gruppi di supporto coinvolti nel tour hanno annunciato il proprio ritiro, trasformando la vicenda da una disputa tra due artisti in un caso che coinvolge l'intera macchina del tour.

Da una parte c'è Sheeran, 35 anni, che ha costruito una carriera attorno a un'idea di pop capace di parlare a tutti e che oggi si ritrova al centro di una delle controversie politiche più delicate della sua carriera. Dall'altra c'è Macklemore, che ha scelto di portare una posizione politica dentro uno dei luoghi più commerciali possibili: un grande concerto pop. In mezzo ci sono artisti che prendono posizione, altri che rivendicano il diritto a non farlo, promoter, proprietari di venue, sponsor e un pubblico che può trasformare un'opinione in consenso oppure in una perdita economica.

E allora la domanda, vecchia quanto la musica di protesta: la musica deve parlare di politica? O forse la domanda più scomoda è un'altra: quanto è davvero libera la voce di un artista quando intorno alla sua musica ci sono milioni di dollari, sponsor, promoter, venue e un pubblico disposto a premiarlo o punirlo per ciò che dice?

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Le dichiarazioni degli artisti

«Schierarsi può costarti. Soldi, accordi con i brand, sponsorizzazioni, festival, eventi privati, relazioni e accesso. Io ho perso tutte queste cose. Ma non esiste una posizione neutrale tra l'oppressore e l'oppresso». Parole di Macklemore. Ma anche Sheeran ha detto la sua: «Non sono complice. Ho le mie opinioni personali su questo conflitto devastante. Il fatto che scelga di non esprimerle pubblicamente non significa che non esistano o che non mi importi». Tra le ragioni del suo riserbo ha indicato il pubblico: tanti ragazzi, spesso bambini. «Chi viene ai miei concerti non si aspetta un forum politico».

L'argomento regge fino a un certo punto. Nel marzo 2022 Sheeran è stato l'artista principale del Concert for Ukraine, la serata benefica organizzata dopo l'invasione russa. Ma è relativamente facile per un artista schierarsi quando una causa è diventata socialmente digeribile. È più difficile farlo quando la posizione scelta significa perdere una parte del pubblico, un contratto, un festival, una sponsorizzazione o un'opportunità professionale.

Il 19 settembre, a Filadelfia, Sheeran è salito sul palco da solo. Fuori dal Lincoln Financial Field alcune decine di manifestanti sventolavano bandiere palestinesi. Leggendo dal gobbo, il cantautore si è scusato con i fan per i suoi «errori». Ha detto di non aver mai voluto essere un musicista attivista e di essersi trovato in mezzo a una discussione sulla libertà di parola e sulla «questione politica più complessa del pianeta». Poi, per la prima volta, ha definito quello che accade a Gaza «catastrofico, ingiustificabile e sproporzionato». Ma la gente chiede una posizione più netta.

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Quando musica e politica si sono fuse insime

Pensare che la musica debba rimanere fuori dalla politica significa dimenticare buona parte della sua storia. Woodstock, agosto 1969: Country Joe McDonald fa cantare a mezzo milione di persone I Feel Like I'm Fixin to Die Rag contro la guerra un Vietnam, Jimi Hendrix distorce l'inno americano fino a farlo suonare come un bombardamento. Lo stesso anno i Creedence Clearwater Revival pubblicano Fortunate Son, contro i figli dei potenti che evitano la leva. John Lennon partecipava attivamente alle manifestazioni anti guerra e pacifiste. Oggi quei momenti sembrano ovvi, ma all'epoca non lo erano affatto.

Nel gennaio 1968 la cantante Eartha Kitt, invitata alla Casa Bianca da Lady Bird Johnson, criticò davanti alla first lady la guerra e il suo costo per i giovani americani. Seguì una tempesta mediatica. Negli Stati Uniti gli ingaggi si diradarono e Kitt lavorò a lungo soprattutto all'estero. Più di recente nel marzo 2003. A Londra, dieci giorni prima dell'invasione dell'Iraq, Natalie Maines delle Dixie Chicks dice al pubblico di vergognarsi che il presidente degli Stati Uniti venga dal Texas. In America la guerra gode di un ampio consenso. Le radio country boicottano il gruppo, i loro dischi vengono distrutti in piazza, arrivano minacce di morte. Tre anni dopo la band risponde con Not Ready to Make Nice e vince cinque Grammy.

Il punto è questo. Una guerra diventa «facile» da contestare quando pubblico, governi e sponsor stanno dalla stessa parte dell'artista. Il Vietnam lo è diventato solo col tempo. L'Ucraina nel 2022 lo era già: salire su un palco per Kyiv non costava nulla a nessuno, in Occidente. Il coraggio si misura dove quell'allineamento si rompe. Il Medio Oriente, nel 2026, è quel punto.

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Il prezzo di una posizione

Nessuno chiede a un cantautore di diventare un analista geopolitico. La complessità esiste. Diventa un alibi quando serve a proteggere un calendario di date e una lista di sponsor. Nel 2026 la libertà di parola di un artista passa soprattutto dai contratti. La limitano i proprietari degli stadi, i finanziatori, le piattaforme, la pubblicità. Chi decide di parlare deve mettere in conto il conto: applausi e fischi, date cancellate, sponsor persi.

E per tornare alla domanda iniziale: nessuno pretendere che ogni canzone debba contenere una posizione politica. La musica può essere evasione, intrattenimento, racconto personale. Ma diventa immediatamente politica nel momento in cui sceglie da che parte guardare, chi rappresentare, cosa raccontare e cosa invece lasciare fuori.

Per questo, davanti a una tragedia come quella di Gaza, limitarsi a un generico «W la pace» può suonare, per una parte del pubblico, come una risposta troppo facile. Perché quando la posta in gioco è così alta, anche il silenzio, la neutralità e le parole che scegli di non pronunciare finiscono per avere un significato.