Guida al vagabondaggio consapevole

Guida al vagabondaggio consapevole

di Paolo Lavezzari

Tra storia e curiosità Vittorio Magnago Lampugnani ci fa scoprire i frammenti urbani, quei piccoli oggetti che raccontano la città

La città, ogni città, è un linguaggio. Ha il suo vocabolario – parole come casa, edificio, chiesa, strade – che segue le regole di una grammatica e di una sintassi edile che geometri, architetti e ingegneri continuamente aggiornano, modificano, evolvono. Poi, non meno importante, c’è la punteggiatura, quei segni, meglio dire piccoli oggetti, che, a seconda della loro posizione, determinano e modificano il ritmo stesso della lettura e arricchiscono di significati il grande e complesso racconto urbano. Tutti incantati con il naso insù ad ammirare foreste verticali, piramidi di specchi, grattacieli che si inchinano e quanto altro di meglio e più spettacolare l'architettura contemporanea non badiamo più ai tanti dettagli che sono parte integrante del panorama metropolitano. Chi bada più oltre al semplice sguardo utilitario agli ingressi del metro, alle edicole, ai paracarri? E invece, sono proprio gli elementi dell’arredo pubblico che contraddistinguono gli spazi delle nostre città e ne determinano particolarità e fascino. È a loro che Vittorio Magnago Lampugnani, architetto esperto di storia della città, dedica il suo ultimo volume edito da Bollati Boringhieri. 

Si intitola, non a caso, “Frammenti urbani” e il sottotitolo “I piccoli oggetti che raccontano la città” suona già come un buon motivo, anche per i meno curiosi, per volerne sapere di più. Se la flânerie – il passeggiare senza meta per la città – è un piacere troppo bohemien oggi purtroppo poco coltivato, il volume di Magnago Lampugnani è un ottimo pretesto per riscoprire il piacere del vagabondare, questa volta con la consapevolezza di avere in mano la guida giusta per vedere con altri occhi l’arredo urbano. Sono 22 saggi, ma meglio dire microstorie che danno un senso nuovo (il loro senso!) a panchine, cabine telefoniche, numeri civici e perché no, cestini dei rifiuti e bagni pubblici. Un bel modo per divertirsi e imparare (o viceversa ché il risultato non cambia) girando per le strade che, come diceva l’abusatissimo (ahimè) Walter Benjamin «sono gli appartamenti della collettività».