Il potere della parola nella moda e nell’arte
Jenny Holzer, All Fall (2012) © 2019 Jenny Holzer - Foto Joshua White/JW Pictures

Il potere della parola nella moda e nell’arte

di Elena Bordignon

Slogan, frasi poetiche, manifesti politici, espressioni provocatorie: sia nell’arte che nella moda la parola ha assunto un forte potere, per sensibilizzare su temi importanti o per comunicare – non senza ironia – i paradossi della società contemporanea

“Le forme di una T-shirt sono così belle e semplici”, affermava Vivienne Westwood nella sua biografia del 2014. “Sei consapevole della stoffa, del corpo, ma anche dell’immagine: è un tela”. Sì, indossare una T-shirt può essere facilmente comparabile con l’indossare una tela, una forma di espressione vera e propria. La moda ha tratto ispirazione a piene mani da slogan, scritte, manifesti e lettering. Di casi esemplari ne potremmo citare tanti: dalla camiciola di Elsa Schiapparelli degli anni ’40 su cui è stampato il coupon per il razionamento di cibo a Rudi Gernreich, uno dei pionieri dell’utilizzo del ‘lettering’ negli abiti, con i suoi Alphabet minidress del 1968.
Negli anni ‘80, la stilista Katherine Hamnett lanciò una linea di t-shirt con enormi scritte che invitavano a bandire il nucleare e preservare le foreste. Nel 1984 durante un incontro ufficiale con Margaret Thatcher, la designer si presentò indossando una maxi t-shirt con la scritta “58% Don’t Want Pershing”, ricordando provocatoriamente alla “Lady di ferro” che la maggioranza degli inglesi non approvava l’acquisto di missili nucleari. Non possiamo non citare due abiti iconici degli anni ’90 di Franco Moschino:  gli annunci di sesso stampati su un completo maschile e la gazzetta dello sport impressa su un tailleur rosa con la pagina dedicata alle immaginarie gesta eroiche dell’Abbiategrasso (la squadra di calcio del paese natale di Moschino). Oppure i suoi abiti con le frasi: “No stress No dress”, “For fashion victims only” “Too Much Irony.”.
Anche in anni più recenti si contano tantissime creazioni dove compare, con forza, la parola nella moda.  Privo di toni polemici e votato più alla poesia, nel 2019 Pierpaolo Piccioli si affida alle voci di quattro poeti contemporanei - Yrsa Daley-Ward, Mustafa the Poet, Greta Bellamacina e Robert Montgomery - trasferendo le loro parole su eterei abiti in tulle di seta e sofisticati cappotti Valentino.

Pensiamo poi alla ‘mossa’ di Maria Grazia Chiuri, che ha mostrato la sua prima collezione per Dior nell'ottobre 2016 con la maglietta bianca 'We should all be feminists' che eclissa anche il più bello degli abiti in tulle. Opppure il blazer della collezione Gucci Cruise 2020, sulla cui schiena campeggia lo slogan: “My body, my choice”.
Altro gesto fortemente ironico lo ritroviamo nel 2019: Viktor & Rolf criticano il frenetico ritmo delle sfilate e presentano un cappotto grigio dall’allure marziale da cui fuoriesce un tridimensionale “No”, riproposto su un gigantesco abito in tulle per la Couture S/S 19, insieme ad altre frasi “I’m not shy, I just don’t like you”, “Sorry I’m late I didn’t want to come”.
Per giungere ai recentissimi fatti di cronaca con la provocazione di Kanye West che, durante la presentazione della sua collezione all’ultima Paris Fashion Week, ha fatto vestire amici e modelle con t-shirt con la scritta “White Lives matter”, un calco del movimento 'Black Lives Matter' nato nella comunità nera statunitense per protestare contro il razzismo e la violenza della polizia. Le t-shirt manifesto, in ogni caso, non sono piaciute a nessuno.A differenza del mondo della moda dove le provocazioni sono spesso ricercate per attirare l’attenzione più che a sensibilizzare, di esempi di artisti che utilizzano la forza e il potere della parola sono numerosi. Frasi, luoghi comuni o aforismi riportati in luoghi imprevisti come manifesti stradali, visiere di cappellini, telefoni pubblici, sono tutte forme espressive per veicolare messaggi spiazzanti o apertamente provocatori.
Abbiamo selezionato alcuni artisti che, più di altri, hanno utilizzato testi e slogan per smuovere coscienze e far riflettere.

Jenny Holzer e Barbara Kruger sono due artiste che hanno compiuto una profonda ricerca sul linguaggio delle pubblicità e della comunicazione di massa per sovvertirlo. Jenny Holzer trasforma oggetti pubblici comuni in opere d'arte provocatorie contenenti parole potenti. Utilizza dichiarazioni poetiche su potere, femminismo e azione individuale in panche realizzate con marmo o su banner a LED che emulano le scritte pubblicitarie. Sugli schermi che in genere promuovono vendite o aggiornamenti del mercato azionario, Holzer trasmette frasi incisive come 'DON'T TALK DOWN TO ME' o “WITNESS', “ABUSE OF POWER COMES AS NO SURPRISE,”“PROTECT ME FROM / WHAT I WANT”. L’obiettivo di Holzer è sempre stato quello di raggiungere un pubblico più vasto possibile, per questo le sue opere sono posizionate in luoghi molto visibili, come sui cartelloni pubblicitari e le insegne luminose di Times Square, in televisione o su magliette e cappellini .
Le immagini e i testi di Barbara Kruger sono riconosciuti per la loro potenza retorica e il taglio provocatorio. Tra gli anni Sessanta e Settanta, Kruger lavora come grafica e photo editor, esperienza che in seguito le sarebbe stata utile nella pratica artistica. Presentate come se fossero seducenti manifesti con irresistibili slogan pubblicitari, le sue opere rivelano un’aspra critica a vari aspetti della società contemporanea. I suoi bersagli sono il maschilismo, il consumismo, le dinamiche di auto-rappresentazione e le costrizioni comportamentali imposte dalla morale comune.

Un altro artista che ha fatto della parola il fulcro del suo lavoro è Christopher Wool. Le sue tele si caratterizzano per gli sfondi completamente bianchi e l’uso di stencil: “Sell the House, Sell the Car, Sell the Kids” (una battuta dal film Apocalypse Now ) o 'TR/BL' ('trouble' con le vocali rimosse).
Pioniere del movimento dell'arte concettuale, Lawrence Weiner ha usato le parole come sua “materia” più di qualsiasi altro artista della sua generazione. Weiner ha optato per le parole - stampate su pareti e pavimenti, incise su tombini, stampate su poster, cartelloni pubblicitari, salvagenti e magliette - come suo mestiere. All'inizio le opere funzionavano come semplici descrizioni di azioni, poi stati d’animo: “AS FAR AS THE EYE CAN SEE”; “A BIT OF MATTER AND A LITTLE BIT MORE”; “(OFTEN FOUND) WITHIN THE CONTEXT OF EFFECTIVENESS / FROM MAJOR TO MINOR/FROM SMALL TO LARGE/.”
Infine, è attualmente ospitata al Hause Der Kunst di Monaco, la mostra “Fragments, or just Moments” di Tony Cokes (fino al 4/12). L’artista realizza dei saggi visuali che rifiutano con forza la rappresentazione, concentrandosi soprattutto su luci, suoni e parole. Il lavoro di Cokes sfida convenzioni e gerarchie tra media e linguaggi artistici – unendo immagine, testo e suono – e ricontestualizza frammenti culturali differenti per affrontare temi come il razzismo, la guerra, il capitalismo, e svelare le forme con cui la musica e i mass media riflettono e condizionano la realtà in cui viviamo.