Steven Spielberg ci regala l’ennesimo gioiello: The Fabelmans
Courtesy of 01 Distribution

Steven Spielberg ci regala l’ennesimo gioiello: The Fabelmans

di Andrea Giordano

Steven Spielberg, con “The Fabelmans”, racconta una parte della sua vita, e compie un altro miracolo cinematografico. Ecco perchè non perderselo

L’album dei ricordi di Steven Spielberg prende forma in un ritratto semi-autobiografico, pieno di grazia, ironia, commozione e amore per il cinema. The Fabelmans, il nuovo progetto del grande regista americano, in sala dal 22 dicembre, compie un vero miracolo narrativo (e natalizio, visto l'uscita) attraversando una porzione della sua infanzia e adolescenza, quando, in primis, ragazzino, scoprì il potere di quella scatola magica. Per Sammy, il protagonista-alter ego di Spielberg (interpretato da un intenso e bravissimo Gabriel LaBelle, 20 anni) non è una semplice passione (o hobby), ma una vocazione vera, che matura guardando insieme ai genitori a soli sei anni Il più grande spettacolo del mondo diretto da Cecil B. DeMille, di cui ne rimarrà affascinato, al punto da voler (con la camera Bolex 8mm del padre) ricrearne la famosa scena del treno. Uno schianto perfetto da reinventare, che si trasforma nell'occasione di realizzare poi il suo primo cortometraggio, The Last Train Wreck, tenendo per la prima volta il controllo su qualcosa e dell'azione. Sarà il debutto, a cavallo tra sogni e vita, tra realtà e immaginazione.

A circa un anno dal remake di West Side Story, l'artefice, tra gli altri, di capolavori come E.T. (40 anni quest'anno), Lo squalo, Incontri Ravvicinati del terzo tipo, Schindler's List e Salvate il soldato Ryan (due Oscar vinti per la regia in questi ultimi casi), porta ora sullo schermo una porzione cruciale della propria esistenza, famigliare (di origini ebraiche), di crescita, incasellando il tutto tra il 1952 e il 1964. Anni di formazione nei quali, (in)consapevole di ciò che diventerà, inizia un percorso, condividendolo con i genitori e le tre sorelle, i primi fan. Da un lato il padre Burt (quello vero si chiamava Arnold), ingegnere elettronico, rigoroso e paziente, che all'inizio lo stimola, affittando addirittura gli spazi per proiettare i suoi lavori, dall'altro la madre Mitzi (nella realtà si chiamava Leah), pianista concertista, sognatrice, più vicino a lui forse come spirito, eppure profondamente insoddisfatta, come si vedrà, da un matrimonio che sembra non farla più vibrare.

Sam-Spielberg nel frattempo sperimenta, cresce, impara la dura verità delle immagini (quando scorgerà, riprendendola durante un campeggio, proprio la madre attratta da un amico per cui nutre un sentimento), ma non cambia in termini di ambizioni. Gira un piccolo western da otto minuti, The Last Gun, a 14 arriva a mettere in piedi un altro progetto, incentrato sulla Seconda Guerra Mondiale (tema che poi tornerà nella sua carriera), dal titolo Escape to Nowhere, coinvolgendo gli amici scout. Dall'Arizona si sposterà poi in California, a Los Angeles, accantona la macchina da presa, 'sopravvive' all'inserimento in un scuola 'di giganti e atleti', preda com'è del bullismo e di un primo amore con una coetanea ossessionata da Gesù. Il cinema non lo tradisce e lo (ri)salva nell'aprirgli la strada, anche dopo un incontro-rivelatore con uno dei suoi miti, John Ford, che qui ha il volto di David Lynch).

Spielberg lo rifà ancora. A quasi 76 anni ci dà ulteriormente una lezione sublime, perché in questa autobiografia giovanile c'è anche molto di noi, c'è un aspetto universale che fa breccia però nelle storie di ognuno. Il cinema non è solo lo strumento per guardare la verità, mostrandola, nascondendola, qui diventa soprattutto l'ingranaggio per mitigare rabbie e rimpianti, frustazioni, illusioni, di come siamo o possiamo apparire agli occhi degli altri. In The Fabelmans si avverte una sorta di calore, di voglia di riscatto e migliorarsi, di sana nostalgia nel riprendere in mano le proprie radici. Ma è anche uno spaccato che parla di affetti e contrasti, necessità, di angolazioni e punti di vista, di aspettative, è un film che sa filtrare in maniera eccelsa lo sguardo. E che cast: da Paul Dano a Michelle Williams, da Judd Hirsch al giovane LaBelle, il tutto scandito dalle musiche splendide composte da John Williams. Traspare infine quasi un approccio pirandelliano (l'esempio è Uno, nessuno e centomila) nel quale pensiamo di conoscerci davvero (così la nostra identità), ma non sappiamo mai in profondità come ci vedono invece gli altri.