Visual art: opere sospese nel D.R.E.A.M.

Visual art: opere sospese nel D.R.E.A.M.

di Marta Papini

Felipe Baeza è un artista ed è un DREAMer, come sono chiamati negli USA i minori, figli di migranti, privi di cittadinanza e diritti, sospesi nel limbo, senza radici, come i corpi che fluttuano nei suoi collage esposti anche alla Biennale

I grandi collage di carta di Felipe Baeza immaginano un mondo abitato da corpi ibridi, a metà tra essere umano e pianta, che fluttuano in un fluido opalescente, liberi da ogni legame con la gravità.  Come i corpi rappresentati nelle sue opere, Felipe Baeza vive in una condizione sospesa, priva di radici. Nato nel 1987 a Guanajuato, in Messico, a 7 anni arriva con la sua famiglia a Chicago, e da allora vive negli Stati Uniti nel limbo dei migranti senza documenti. I bambini e i ragazzi migranti sono stati chiamati “DREAMers” in seguito a una proposta di legge (il Development, Relief, and Education for Alien Minors Act, noto come DREAM Act) che avrebbe fornito un permesso di lavoro e un percorso verso la cittadinanza per le persone migranti che, come Baeza, sono arrivate negli Stati Uniti da bambini e vi hanno poi conseguito un’istruzione superiore. Dal 2001 al 2017 il DREAM Act è stato periodicamente discusso al Congresso, ma mai approvato, e i DREAMers sono rimasti a galleggiare nel limbo.

Encuentro Mágico, 2022: collage realizzato con inchiostro, ricamo, acrilico, grafite, vernice e ritagli di carta. Courtesy of Maureen Paley, London

«Dico spesso che le mie opere viaggiano più di quanto faccia io, e almeno loro riescono a trovare rifugio negli altri posti dove vengono accolte. Ho sentimenti contrastanti su tutto questo», racconta, «mi sono perso le mie ultime due mostre personali in galleria da Maureen Paley, a Londra. Nel 2021 ho collaborato con l’azienda messicana Ceramica Suro per realizzare le piastrelle per un murales per la mostra Desert X. Non sono potuto andare a trovarli, né a lavorare con loro. E quest’anno ho quasi perso l’inaugurazione della Biennale di Venezia a causa di un intoppo con il mio permesso di viaggio all’ufficio immigrazione degli Stati Uniti».Attraverso il suo lavoro Baeza esplora la condizione di quelli che chiama fugitive bodies – corpi in fuga: corpi queer, razzializzati e diversamente abili, modellati dalla violenza del potere. «Nelle opere che ho realizzato negli ultimi tre anni, il corpo è sempre in costante divenire. Si spezza e si rompe, diventa altre forme». Questa frammentazione è resa visivamente grazie alla tecnica del collage, che sovrappone strati di consistenze e colori diversi fino a formare un’unica immagine. «Lavoro con i rimasugli dei dipinti precedenti, i resti danno vita costantemente ad altri pezzi. C’è una sorta di rigenerazione dell’opera che crea altre opere, ed è quello che sto facendo anche in questo momento. Il lavoro che sto realizzando ora proviene da ritagli di altri progetti».

La tecnica rafforza il messaggio delle opere: «Il collage è questa maglia di cose che si combinano ma parlano anche di un’incompletezza. L’idea di spaesamento e l’esperienza delle persone migranti sono collegate a stretto filo con la mia pratica, sia concettualmente sia materialmente. L’essenza è il desiderio di appartenere a qualsiasi luogo, di appartenere a un altrove. È una incompletezza che consente l’immaginazione. Penso che l’uso radicale dell’immaginazione sia una modalità di sopravvivenza». Da un capo all’altro dell’Oceano Atlantico, in attesa di diritti tutelati dalla legge, l’arte di Baeza fa sognare un mondo migliore, come recita il titolo di una delle sue opere: Mi apro contro la mia volontà sognando altri pianeti. Sogno altri modi di vedere questa vita.

Photos by Brad Farwell