Federico Cinà: «Ho ancora la pallina del Roland Garros. Di Sinner ruberei la mentalità»

Federico Cinà: «Ho ancora la pallina del Roland Garros. Di Sinner ruberei la mentalità»

Il giovane talento del tennis italiano è a un soffio dalle Next Gen ATP Finals. E intanto si racconta, tra idoli, rap e completini scaramantici: «Il 2026? Un anno di prime volte»

di Simona Santoni

Lo chiamano Pallino da quando era nella pancia della mamma, ma Federico Cinà ha già cominciato a prendere le misure con il tennis dei grandi. A 19 anni è entrato nella top 150 mondiale, ha vinto il suo primo Challenger e ha raggiunto il tabellone principale di Roland Garros e US Open. Il futuro è una prospettiva concreta, ma lui ha imparato a non avere troppa fretta: a ricordargli che ogni cosa ha il suo tempo c'è anche suo padre, che lo allena e lo accompagna nel circuito. «Sono felice: sono al mio best ranking», dice sorridendo, prima di partire per Bruxelles.

Palermitano, oggi residente a Montecarlo, Cinà ha fretta di crescere, ma sa di dover procedere un passo alla volta. Nel mirino ci sono le Next Gen ATP Finals, a dicembre, dove in passato sono transitati anche Sinner e Alcaraz. «Erano un obiettivo di inizio anno, ancor più sapendo che si terranno a Reggio Calabria, vicinissimo a casa», confessa. Il soprannome Pallino? Lo accompagna da sempre: nacque quando sua sorella lo vide nell'ecografia della mamma, tennista anche lei, e lo paragonò a una pallina da tennis.

Federico Cinà
Federico Cinà

Binaghi, presidente FITP, sostiene che sei “il giocatore italiano under 21 più forte che abbiamo”…

«Fa tantissimo piacere. L'Italia del tennis sta vivendo un periodo incredibile: è in vetta con Sinner, ma ci sono tanti tennisti italiani anche nei primi 100. Mi inorgoglisce essere considerato in un certo senso tra i migliori».

Il tennis in Italia è ormai sport da copertina: ti dà pressione?

«No, mi dà carica. Nei tornei e in allenamento mi confronto con altri italiani e questo aiuta a far salire il livello del movimento. Mi sono allenato spesso con Musetti, è capitato con Berrettini e Cobolli: così si impara tanto. È un fermento buono per i top e utile anche per i ragazzi dietro».

Dopo la qualificazione al main draw a Parigi sui social hai scritto “la prima volta non si scorda mai”. E la seconda volta agli US Open?

«È stato ugualmente bellissimo. Allora è meglio dire che le prime volte non si scordano mai», sorride Federico Cinà. «Per me è quasi tutto nuovo. È il primo anno che affronto tornei così importanti e che inizio ad avere qualche risultato. È stato pieno di emozioni e di prime volte, tutte speciali».

Hai conservato le palline dei due Slam?

«Sì, sia quella del Roland Garros che quella degli US Open: le ho trovate nell’armadietto dello spogliatoio, messe dagli organizzatori, dopo che mi sono qualificato. Ora sono a casa, tra i trofei e le cose a cui tengo. Saranno una sorta di amuleto».

Federico Cinà
Photo by Al Bello/Getty Images
Federico Cinà, in doppio con Rei Sakamoto, agli US Open 2023 juniores

Mentre i tuoi coetanei escono o vanno all'università, tu fai chilometri in aereo, tornei, allenamenti. È mai stato un peso?

«No, è sempre stata la vita che avrei voluto fare, sin da bambino. E da sempre amo viaggiare. È chiaro che possa limitare in qualcosa: vedo meno i miei amici, la famiglia… e la fidanzata. Spesso parto con mio padre, a volte vado con mia madre, ma non riesco a vedere spesso i miei cari».

Cos'è per te il tennis oggi? Disciplina o divertimento?

«Un mix: io mi diverto tanto in campo, però ci sono giornate in cui mi sento più stanco e lì scatta la disciplina. So che devo darmi da fare per migliorare, quindi lo faccio per questo più che per divertimento. Però quando arrivo in un bel posto, in un bel torneo, viene tutto più facile».

Nel tuo girovagare nel mondo per tornei, c'è una città che ti ha folgorato?

«Nei viaggi trovo il tempo per girare un pochino e… amo New York! È molto diversa dalle altre: è caotica ma di un’energia che mi piace tanto. È quella che mi ha colpito di più».

Quando sogni di vincere uno Slam, è l’US Open?

«No, è Wimbledon. Quando ci ho giocato, soprattutto da juniores, e sono entrato sul Centrale, ho sentito un’atmosfera speciale. È tutto così diverso lì».

Federico Cinà
Photo by Mike Lawrence/ATP Tour
Federico Cinà al Piemonte Open, 13 maggio 2025, Torino

Se potessi rubare un dettaglio tecnico o un tratto di personalità a Sinner e Alcaraz, cosa prenderesti?

«A Sinner la mentalità. Ora sto provando a lavorare sulla continuità e lui in tal senso è una macchina. Tutto quello che fa, lo fa al 100% dell'attenzione. È sempre costante, non esce mai dalle partite. Di Alcaraz invece il suo talento, la creatività, quel suo modo di interpretare le partite. Fa cose che altri non riescono neanche a immaginare».

Prima di entrare in campo che musica c'è nelle tue cuffie?

«Solitamente non ascolto niente prima di un match, mi scaldo normalmente. Ma fuori dal campo la mia musica di riferimento è il rap italiano: Sfera Ebbasta è il mio preferito».

In camera che poster avevi o hai alle pareti?

«Non ne ho, ma come idolo sportivo ho sempre avuto Cristiano Ronaldo: mi piace molto la sua applicazione. Come tennista, invece, il mio preferito è da sempre Djokovic. Purtroppo non ho mai giocato contro di lui, come non ho mai giocato contro Sinner. Invece contro Alcaraz sì: è un ragazzo molto alla mano. Nole e CR7 sono due campioni che magari non hanno lo stesso talento di altri fuoriclasse ma compensano e addirittura prevalgono con il duro lavoro. Soprattutto CR7, che è veramente esemplare in tutto».

Lui segue una dieta ferrea, e tu?

«No, infatti provo a fare come loro ma con qualche sgarro in più. Ogni tanto qualche arancina me la concedo», sorride Federico Cinà.

Federico Cinà
Federico Cinà nel dietro le quinte di un servizio per Dior

La Sicilia è quasi un'attitudine. Ha plasmato il tuo carattere?

«Non so, perché sono stato via spesso. Ma l’ho sempre amata e ogni volta non vedo l'ora di tornare. Adesso ho preso residenza a Monaco, quindi vado raramente. Di Palermo mi manca soprattutto il mare. E l’atmosfera di casa».

Con tuo padre coach (già allenatore di Roberta Vinci) parli solo di tennis?

«Per fortuna no. Ovviamente quando siamo in campo è protagonista solo il tennis. Però fuori siamo bravi perché riusciamo ad allontanarci dal campo e pensiamo solo ad essere padre e figlio. Questo stacco è molto importante per me, perché parlare sempre di tennis sarebbe pesante».

Dopo una vittoria, a chi va la prima telefonata?

«Quando non c’è mio padre, proprio a lui. Ma non sono un tipo che chiama tanto, sono più gli altri a farlo e si arrabbiano perché non rispondo».

Il tennis è diventato uno degli sport più legati alla moda. Fuori dal campo curi molto il look?
«Sì, adoro vestirmi bene. E anche in campo mi piace abbinare bene i colori. Sono sponsorizzato da Nike, che mi dà quattro completini diversi per collezione: poi sono io che decido quale mettere, ogni tanto cambio, in base a come mi sento. C'è anche qualcosa di scaramantico: ho perso per due volte al secondo turno delle qualificazioni agli US Open 2025 (le sue prime in uno Slam, ndr) e in Australia, e a Parigi ho cambiato mettendo sempre completini diversi. Ed è andata bene. L’ho rifatto agli US Open 2026 ed è andata bene».

Lo rifarai per Australia 2027?

«Esatto, in teoria sì».

Federico Cinà
Federico Cinà durante uno shooting

Quest’anno ti ha visto maturare molto. Hai fretta di diventare grande?

«È stato un anno buono, soprattutto importante per la mia crescita. Fretta di crescere ancora? Sì, ma mio padre e i miei allenatori mi esortano a stare calmo e a lavorare: se farò le cose per bene i risultati arriveranno, ancora più grandi. Frenano la mia impazienza, che non fa bene. Mi aiutano a focalizzarmi sul fare un passo alla volta».

Cosa chiedi al 2027?

«Più continuità nei risultati e di giocare sempre con la stessa energia. È molto difficile perché la stagione è molto lunga. Vorrei dare il massimo in ogni singola partita, senza avere troppi alti e bassi. Questo è il mio obiettivo più grande».

Punti alla top 100, che è a un passo? O alla top 50?

«In termini di classifica, mi piacerebbe tanto top 100. Iniziamo da lì, poi vediamo».

Se dovessi immaginarti tra 5-10 anni, come vorresti vederti?

«A competere nei tornei migliori, soprattutto per provare a vincerli, non solo per partecipare. Vorrei essere uno dei protagonisti».

E il numero 1?

«Per adesso è solo un grandissimo sogno».