Michele Bravi

Michele Bravi

Si sente un perenne «inadeguato» ma arriva a Sanremo senza ansie, concentrato solo perché «sia un bello spettacolo». Il suo rituale prima del palco? Recitare una poesia, tutti insieme

Credits: Mauro Balletti
di Simona Santoni

Michele Bravi si definisce «inadeguato», ma anche un po’ «psichedelico». A colpire di lui è la consapevolezza sincera con cui si avvicina a Sanremo, grato di poter raccontare una sua «piccola creazione in musica: al primo Festival non mi rendevo dell’occasione che avevo». Allora aveva 22 anni e già aveva vinto X Factor. Oggi il trentunenne umbro sta per rilasciare il quinto album e ha declinato la sua arte su più fronti, pubblicando romanzi e scoprendosi attore. All’Ariston porterà la canzone Prima o poi e un gruppo di amici: Fiorella Mannoia in duetto, Antonio Marras come stilista. E prima di esibirsi, reciterà la poesia degli artisti, il suo rituale “magico”. Lo intercettiamo tra una prova e l’altra.

Michele Bravi
Credits: Mauro Balletti

Michele Bravi, come stai?

«Centrifugato, ma in senso positivo, quindi bene».

È il terzo Sanremo in gara tra i big. Come ci arrivi?

«Ho iniziato proprio a Sanremo. Quel palco mi ha cambiato la vita: ero un ragazzino, pure allora c’era Carlo Conti. È lì che ho cominciato a dirmi che la mia passione poteva diventare una professione. Ora ritorno dopo quasi dieci anni, un po’ più maturo e invecchiato. La prima volta l’ho vissuta con grande ingenuità e spavento, percorso dalla sindrome dell’impostore. Ora sono molto concentrato affinché sia un bello spettacolo, senza ansia. Sono invece pieno di gratitudine».

Porti a Sanremo Prima o poi, che hai definito «uno sguardo dolce sugli inadeguati». Ti senti un inadeguato?

«Chi non ci si sente? Siamo tutti lì a raccontarci così performativi e invece poi… Abbiamo una narrazione cinematografica della nostra vita e di come vanno vissute le emozioni, ma quando ti trovi a viverle ti chiedi “è tutto qua?”. Non riesci mai a mantenere quell’aspettativa, perché la vita è più storta e goffa. Per me l’inadeguatezza ha questa accezione. Cerco di raccontare quello scontro tra ciò che hai in testa e la verità dei fatti».

Michele Bravi

Il successo è un Giano bifronte: lodi sperticate e applausi, ma anche frecciate e riflettori spenti. Hai imparato a viverlo con l’adeguato distacco?

«Per fortuna ho avuto un’educazione familiare che mi permette di essere pragmatico. Prima di tutto c’è l’impegno sul lavoro. È merito di quella cultura della terra che si respira in Umbria: mi ha salvato. C’è una frase bellissima di Finardi: il successo è una parola al participio passato; le cose, invece, vanno raccontate al presente. Tento di vivere la musica con una sana dose di cinismo. Con dedizione e distacco. Ci sono momenti più luminosi, altri meno, e con questa montagna russa ci gioco».

L’esibizione, le interviste, i risvegli sul mare… Cosa ti piace di più di Sanremo?

«L’orchestra! Per chi fa pop poter cantare con l’orchestra non è affatto comune. Rende tutto meraviglioso: i pezzi che hai scritto diventano così belli che quasi non ti ricordi di averli scritti tu».

E cosa ti piace meno?

«Gli orari. Lo so, è un po’ da anzianotto, ma ho bisogno di dormire. Se vado a letto alle 4 per poi svegliarmi alle 7 mi scombussolo tutto. Per questo dico che sono goffo: la narrazione da rockstar non l’ho mai avuta».

Michele Bravi

Hai fatto i tarocchi su come andrà Sanremo? Sui social hai una stesa di carte…

«No. Prima che l’elenco degli artisti in gara venga annunciato ufficialmente sul TG1, noi cantanti non sappiamo niente. Non sapevo se mi avrebbero preso o meno. Una mia amica mi vedeva lì in attesa, aspettando la risposta senza poter far niente, e mi ha fatto i tarocchi. Mi ha detto: “Vedrai che ti prenderanno”».

Hai un rito scaramantico abituale prima di salire sul palco?

«Ho una sorta di rituale, ma non credo sia scaramanzia. Non sono prettamente cristiano e non voglio essere irrispettoso: da umbro, ho un certo fascino per San Francesco, che ha scritto una poesia meravigliosa, la preghiera degli artisti. In tour la leggiamo insieme ai musicisti con cui lavoro. A Sanremo la leggerò con il direttore d’orchestra. È un augurio bellissimo».

Michele Bravi

Duetto con Fiorella Mannoia che una volta ha detto che, fosse stata madre, avrebbe voluto un figlio come te.

«È reciproco. La sento come la sorella maggiore. È raro nel mondo dello spettacolo avere persone con cui confrontarsi senza competizione e doppio gioco e Fiorella, pur essendo una delle più grandi della musica italiana, è così umanamente generosa. Uno dei primi concerti a cui sono andato, con mia madre a Perugia, era proprio di Fiorella. E ora, per mille giri della vita, mi trovo a cantare con lei a Sanremo e a poter scriverle tutti i giorni. È una delle mie confidenti. Per me lei è un regalo».

In apparizioni pre-Sanremo, eri spesso vestito di giallo, colore che richiede una certa personalità…

«La spiegazione sul giallo è molto più tremenda. Non credevo di entrare a Sanremo, quindi ero in viaggio ad Haiti, sereno. Quando mi hanno detto che ero stato selezionato, sono corso per le pratiche ufficiali, che avvengono subito a dicembre: la copertina di TV Sorrisi e canzoni, le interviste della Rai… Tornato in fretta e furia dalla vacanza, avevo solo quell’abbigliamento lì. Però sto vivendo un forte richiamo verso i colori. Mi piace essere un po’ psichedelico».

Che stilista indosserai a Sanremo?

«Volevo che questo Sanremo fosse “a conduzione familiare”, attorniato da persone che stimo a livello umano e artistico. Quindi per il duetto Fiorella, che è un’amica. Per i look, che danno tridimensionalità artistica all’esibizione, l’amico Antonio Marras. Ha reinterpretato il racconto della mia canzone nel suo incredibile linguaggio sartoriale».

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Sei anche attore dei film Amanda e Finalmente l’alba. Questa carriera parallela influenza la tua musica?

«Tantissimo. Che siano narrate con il vocabolario musicale o cinematografico, le storie sono la mia passione. Il cinema mi fa impazzire! Perché nella musica c’è una solitudine quasi dittatoriale: scrivi da solo, componi da solo, canti da solo. Nel cinema è l’opposto: se non c’è gioco di squadra il film non riesce. E dire battute che non ho scritto io, che non mi rappresentano, è un atto di empatia incredibile. Amanda, il mio primo film, mi ha aperto tanto mentalmente».

Se ti dico Marion Cotillard, tu cosa mi dici?

«Roma elastica! È stata un’esperienza ai limiti dell’incredibile… È il mio terzo film ed è stato straordinario ritrovarsi vicino a un premio Oscar, girare in una lingua non mia, con una sceneggiatura bellissima. Mi sono innamorato di questo film, perché ero già innamorato del regista Bertrand Mandico: le sue opere sono capolavori! Ho scoperto solo molto dopo che vicino a me ci sarebbe stata Marion. È stato meraviglioso e non vedo l’ora che il film esca».

Quando uscirà invece il nuovo album?

«Non c’è una data, sempre per colpa della mia goffaggine. Ero convinto che non sarei andato a Sanremo, quindi me la sono presa comoda. Sto correndo per consegnare tutto. Idealmente, riuscirò a farlo uscire prima dell’estate».