Nicola Del Freo
Alla domanda su come vuole che si parli di lui, Nicola Del Freo non sceglie parole come carisma o virtuosismo. Preferisce: tenacia. Che dice molto, moltissimo, del suo modo di vivere la danza
La storia inizia a Massa 35 anni fa. Nicola Del Freo nasce lì, poi va via e si forma alla Hamburg Ballett Schule John Neumeier dal 2005 al 2010. Dal 2010 al 2014 ha danzato nello Staatsballett di Berlino. È entrato nel Corpo di Ballo del Teatro alla Scala nel 2015, è diventato solista nel 2018 e nel 2021 è stato nominato primo ballerino. Nel suo repertorio ci sono, tra gli altri, Il lago dei cigni, L’histoire de Manon, Romeo e Giulietta, Onegin e La Dame aux camélias.
Rapporto con la disciplina?, gli chiedo. È una delle prime due domande (scontate) a un primo ballerino: al mondo interessa sapere come si fa a raggiungere certe altezze. Da ragazzo – mi dice – la percepiva quasi come qualcosa di opposto all’espressione, poi la danza gli ha insegnato il contrario. Il rigore, spiega, «toglie l’indulgenza verso sé stessi» e costruisce «una base solida su cui aggrapparti» quando altre cose rischiano di prendere il sopravvento.

È una chiave che spiega molto anche del suo percorso. Del Freo non si racconta come uno di quei talenti lineari che hanno sempre saputo dove sarebbero arrivati. «Ho visto un balletto e mi sono innamorato del corpo che si muove, della musica».
Poi è arrivata l’ambizione adolescenziale, la fame di arrivare, e gli è servita anche a reggere delusioni e contesti difficili. C’è un momento preciso in cui la sua vocazione si sistema. La sua insegnante gli lascia alcune videocassette da studiare: dentro c’è Baryshnikov. Nicola Del Freo resta folgorato. Non dalla tecnica in senso stretto, ma da qualcosa di più definitivo: «Da un video sfocato si vedeva lo stesso. Incredibile». A colpirlo è il carattere di quel dio della danza, la capacità di attraversare persino uno schermo e una pellicola fuori fuoco e arrivare intatto. È lì che decide di provarci.

Anche quando parla degli artisti che ammira, Nicola Del Freo sceglie qualità che dicono molto di lui. Di Roberto Bolle nomina «la precisione maniacale» e la cura del movimento, quindi non la perfezione della posizione, ma tutto quello che succede nel passaggio.
Forse per questo, alla domanda su come vuole che si parli di lui, non sceglie parole come carisma o virtuosismo. Sceglie: tenacia. Probabilmente il termine più giusto. Sul presente della danza il suo sguardo è tutt’altro che nostalgico. Vede con favore il tentativo di renderla più popolare, più accessibile. Ma non confonde i piani, la televisione e la diffusione pop possono aprire porte, certo, però ciò che danno il palcoscenico e la musica dal vivo resta impossibile da replicare in un modo diverso.
