Simone Repele e Sasha Riva
Per Riva & Repele lavorare insieme è «come vivere insieme. Ci si conosce in tutto e per tutto, e bisogna imparare ad amare anche i difetti dell’altra persona»
Sasha Riva, Virginia 1991. Poi è cresciuto in Italia, si è formato alla scuola di John Neumeier ad Amburgo. Simone Repele, Torino classe 1993, segue la stessa formazione e si ritrova con lui a Ginevra. Lì, dopo gli anni da interpreti, i due iniziano a costruire fino a fondare nel 2020 Riva & Repele. Ma le biografie da sole non bastano a spiegare il punto più interessante: cosa accade quando una coppia nella vita diventa anche una struttura artistica.
Detta così sembra quasi formale, e in effetti anche la loro risposta non è romantica. Lavorare insieme, raccontano, è «come vivere insieme»: convivenza privata e artistica. Il che significa sapersi a memoria, e soprattutto accettare che la creazione non sia mai una questione neutra. «Ci si conosce in tutto e per tutto, e bisogna imparare ad amare anche i difetti dell’altra persona».
Lavorano con l’opera viva: «In ciò che creiamo mettiamo molto della nostra personalità e delle nostre idee, che vengono anche da un’emotività del momento». Allora la domanda non è chi abbia avuto l’idea per primo, ma come quell’idea venga accolta, o contraddetta, dall’altro. «Bisogna rispettare anche le idee di chi abbiamo accanto».

Non descrivono questo processo del pensiero a due voci come una fatica da contenere, per loro è diventata una dinamica quasi ovvia, addirittura organica. «Avviene in modo naturale: magari da un’idea che ha lui comincio ad avere molte ispirazioni io, e viceversa». Questo non significa assenza di conflitto, semmai che il conflitto – miracolo – è diventato produttivo.
Anche per questo rifiutano di scegliere fra i ruoli. Non vogliono essere soltanto danzatori, né soltanto coreografi. Continuano a stare in entrambe le identità: «Amiamo stare sul palcoscenico, essere performer».
E ancora: «Il nostro creare non è qualcosa di intellettuale o matematico, ma qualcosa che viviamo proprio da dentro». Questo passaggio chiarisce bene la loro estetica. In un tempo in cui tanta coreografia tende a sovraesplicitare il concetto, Riva e Repele non sembrano interessati all’astrazione fredda, non seguono quella parte della nuova industria culturale pop – o meglio, la vedono, ma non assecondano.

Gli chiedo della loro crescita. Amburgo. «Abbiamo avuto la fortuna di studiare in un’accademia che racchiude qualsiasi tipo di cultura: ti riempie di informazioni fin da subito». È evidente che quell’aria è ancora nel loro modo di lavorare, nella qualità dello sguardo. E qui soprattutto Sasha apre un varco un po’ più intimo: «Quel periodo l’ho vissuto malissimo. Non per quello che ci si aspetta, però. Avevo iniziato a studiare molto dopo rispetto alle persone della mia età. Mi sono sempre sentito in ritardo su tutto. Non mi sono mai sentito nel momento giusto».
È forse il passaggio più rivelatore dell’intero racconto, perché spiega una forma dell’ambizione che è la più autentica. Per me anche la più utile da mettere a bilancio: la preoccupazione continua di chi sente di dover recuperare qualcosa. Quando parlano di social, di visibilità, della nuova cultura pop che ha inglobato la danza dentro l’intrattenimento, non fanno per niente i nostalgici. Ma vedono molto bene il rischio. «L’intrattenimento si sta mischiando con l’arte», osservano.
E il punto non è che questo sia sempre sbagliato in termini assoluti, ma che il baricentro si è spostato. Oggi il messaggio deve sorprendere in pochi secondi, mentre la profondità richiede tempo. Il tempo si è sfarinato, e niente ha più le forze della durata (com’è stato per la musica del secolo scorso, aggiungo e ci troviamo d’accordo). C’è la conseguenza più sottile di questo cambiamento: «Si è persa molto la misteriosità dell’artista».

È un pensiero lucido, perché nomina una perdita simbolica che quasi nessuno ha più voglia di ammettere. Un tempo, lo spettatore guardava un performer e si chiedeva chi fosse davvero, come vivesse fuori dalla scena. Oggi l’esposizione continua del privato ha assottigliato quella distanza immaginativa che era ideale per il desiderio. Non è semplice nostalgia: è il riconoscimento di un impoverimento del rapporto fra artista e pubblico.
Lo stesso sguardo obiettivo lo riservano ai più giovani. Ne riconoscono il talento, anche altissimo, ma notano una concentrazione più fragile, una tendenza a voler arrivare al risultato nel minor tempo e con la minor fatica possibile. Eppure, per loro, la bellezza dell’arte sta anche altrove: nelle ore di sala, nella ricerca, nella pazienza, nella costruzione di una qualità minima ma decisiva per il progetto che stanno seguendo.
A un certo punto la frase si fa quasi dura, ma in senso buono: «Vorrei vedere i ragazzi un pochino più arrabbiati». Non più aggressivi, ma più affamati. Più disposti a usare l’insoddisfazione come strumento. Più capaci di trasformare qualsiasi ombra in un linguaggio. Quella è l’arte, no?