Chi ha inventato la tavola da surf di lusso (non è stato Louis Vuitton)
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Chi ha inventato la tavola da surf di lusso (non è stato Louis Vuitton)

di Tiziana Molinu

Da Chanel a Hermès, passando per Dior e Burberry: la storia di un accessorio che la sfilata-onda di Pharrell Williams ha solo reso più spettacolare; ma che la moda produce, la vende, da più di trent’anni

Parigi, 23 giugno. Sotto un'ondata alta otto metri e larga 37, con acqua vera che scorre in un circuito chiuso fornito da Eau de Paris, i modelli di Louis Vuitton sfilano con tavole da surf sottobraccio come fosse una It bag. Sabbia al posto della passerella. Muta tecnica sotto il blazer. Pharrell Williams ha trasformato la Cité Internationale Universitaire in una costa immaginaria per la sfilata uomo primavera-estate 2027, e la tavola da surf (mai calata in acqua, mai davvero surfata da nessuno) è diventata l'accessorio dell'anno.

Non è la prima volta che la Maison ci prova. Da anni, sul sito di Louis Vuitton, convivono più modelli: la Monogram Tiles, ispirata alla collezione donna LV By The Pool, e la tavola disegnata con l'artista Alex Israel, dipinta a mano per ricordare un tramonto californiano, venduta a dodicimila dollari. C'è pure una collaborazione con Yayoi Kusama, in edizione limitata a cento pezzi, omaggio alla Beach Pumpkin di Naoshima. A gennaio, prima ancora dello show, erano già circolate immagini di pinne e mute firmate LV: un teaser, in pieno stile Pharrell, di quello che sarebbe arrivato a giugno. Ma il lusso che gioca a fare surf non è un'invenzione di Vuitton.

surf moda
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Le surf board griffate più famose

Si tratta di un genere, ormai, con una sua storia precisa. Tra i big, a inaugurarlo fu Chanel, e non ieri. Karl Lagerfeld portò la prima tavola in passerella già nel 1991; ma l'immagine che fissò l'idea nell'immaginario collettivo arriva più tardi, nel 2014, con Gisele Bündchen che corre in spiaggia stringendo una tavola doppia C. Da lì la Maison ha continuato a produrne, affidandosi a McTavish, storica shaper house australiana: fibra di carbonio, poliuretano, vetroresina, e il logo inciso sulla coda come fosse una firma.

Dior arriva nel 2020, e lo fa con un pedigree diverso. Kim Jones chiama Shawn Stussy (quello vero, il fondatore del marchio omonimo, tornato a disegnare dopo anni di ritiro) per la prima tavola della storia della Maison. Cento pezzi numerati, forma a "gun" per le onde grandi, settantadue ore di lavorazione artigianale nei laboratori UWL di La Rochelle. Debutta alla sfilata Pre-Fall a Miami, la stessa città dove Stussy, californiano, aveva iniziato a firmare le tavole degli amici da ragazzino.

chanel surf board
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Hermès, va da sé, non poteva limitarsi a una tavola qualunque. La Cheval Vague porta la firma di Gianpaolo Pagni, sagomata dallo shaper Roger Hinds. La Savana Dance, disegnata dal collettivo sudafricano Ardmore, costa circa 9mila dollari e include una cera da surf proprietaria, composta dalla naso della Maison Christine Nagel con note di ginepro e pera granita; perché anche la paraffina, a questi livelli, ha bisogno di un profumo d'autore. Fendi ha seguito a ruota con la propria versione.

E poi c'è Burberry che lancia la sua tavola sotto la direzione creativa di Riccardo Tisci, con la collezione TB Summer Monogram e una campagna con Kendall Jenner. Dolce&Gabbana, dal canto suo, è l'eccezione che conferma la regola. La loro tavola, nata dalla sfilata "Parco dei Principi" e dipinta a mano con le geometrie delle maioliche su fondo lino bianco e blu, viene venduta con tanto di scheda tecnica da vera attrezzatura. Rocker, volume dichiarato in litri, indicazioni di performance per surfisti da intermedio a esperto: una delle poche pensata anche per chi in acqua ci vuole davvero entrare.

Burberry surfboard
Courtesy Burberry

Il punto, ovviamente, non è mai stato surfare. Quasi nessuna di queste tavole finisce in acqua: restano appoggiate a un muro, in salotto, come un quadro che si può anche portare a spasso. È merce da collezione travestita da attrezzatura sportiva, e la differenza si vede tutta nel prezzo: tremila, novemila, dodicimila dollari per un oggetto che il 90% dei proprietari non metterà mai su un'onda vera.

C'è anche una domanda meno comoda... il lusso prende in prestito l'estetica del surf, la disinvoltura, il sale, la tavola sottobraccio, ma raramente si prende cura di chi il surf lo vive davvero. entre le Maison sfornano tavole da collezione, il surf vero fatica a trovare sponsor: quando Gabriel Medina ha lasciato Rip Curl dopo diciassette anni di contratto, nessun marchio d'alta moda si è fatto avanti per prendere il suo posto, nonostante la sua fama. L'appeal visivo del surf interessa; il surf come sport, con le sue federazioni, i suoi costi, i suoi atleti da pagare, molto meno.