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Freedom Day: il Sudafrica festeggia la libertà. Un reportage.

di Alessandra Mattanza - 27 Aprile 2020

In un mondo chiuso, attanagliato dal virus, il Sudafrica celebra la sua giornata della libertà. Un’occasione per fare una fotografia del Paese, nel pieno del suo risveglio creativo eppure ancora diviso dalle differenze sociali.

'Quando a un uomo viene negato il diritto di vivere la vita in cui crede, non ha altra scelta che diventare un fuorilegge”, così credeva Nelson Mandela.

Il 27 aprile in Sudafrica si festeggia il Freedom Day, che commemora l’anniversario delle prime elezioni non razziali e finalmente democratiche del Paese. Avvennero il 27 aprile 1994, e furono un evento simbolico che pose fine al regime dell’Apartheid. Portarono alla presidenza Mandela che divenne il primo presidente nero, rimanendo in carica fino al 1999.

Il Sudafrica è al momento un paese vibrante pieno di energia creativa e ambizione, desideroso di democrazia, libertà, cambiamento, con un florido proliferare delle arti e delle start up, nel settore sia prettamente imprenditoriale e tecnologico.

Nelson Mandela per il Paese rimane tuttora un leader a cui ispirarsi. «I problemi sono ancora tanti, soprattutto la grande differenza tra ricchi e poveri, che provoca tuttora le maggiori ingiustizie, anche se la criminalità pare essere diminuita rispetto al passato in diverse zone. Ma esisteranno sempre aree oscure fino a che non si raggiungerà la completa uguaglianza. Mio nonno credeva che la povertà fosse creata dall’uomo e che fosse suo compito, quindi, estinguerla», racconta Kweku Mandela. E’ nipote del grande Nelson, e uno dei maggiori produttori africani di film e TV. Tra l’altro ha prodotto con Out of Africa Entertainment pellicole come Madida, Maze Runner 3, Dreamland con Margot Robbie, e Georgetown, il debutto alla regia di Christopher Waltz, oltre che ad aver fondato l’Africa Rising Foundation ed essere membro di molte associazioni, tra cui la Charlize Theron Africa Outreach Project. «Conobbi la prima volta mio nonno quando avevo solo quattro anni, ed era ancora agli arresti domiciliari. Aveva una particolare energia intorno a lui», ricorda.

«Quello che mi ha da sempre colpito di Nelson Mandela è stato quel suo grande senso di umanità, quella sua capacità di non provare risentimento verso tutto il male che gli era stato fatto, ma di rispondere ispirando gli altri e unificando le comunità. Lui contava molto sui giovani e sulle nuove generazioni per instillare senso di libertà, rispetto e uguaglianza contro il periodo buio dell’apartheid. Perché credeva nella loro leadership per il futuro del Sud Africa. Per me l’uguaglianza in tutti i settori, nelle razze, come nei sessi, è stata sempre un principio fondamentale, al punto da essere una femminista convinta anche prima di tutti i movimenti che si sono sviluppati ora», aggiunge l’attrice e produttrice sudafricana Charlize Theron. Lei conosce bene ciò di cui sta parlando… Nata a Benoni, vicino a Johannesburg, e cresciuta in una fattoria, fu minacciata quando era teenager dal padre alcolista, al punto che sua madre fu costretta a sparargli e ucciderlo. La donna fu scagionata per legittima difesa.

Il Sudafrica ha da sempre avuto la tendenza a essere per lo più un Paese maschilista, anche se le cose stanno cambiando. E, velocemente, con donne imprenditrici piene di grinta e di ispirazione. «Quando ho fondato la mia compagnia Roar Africa avevo due obiettivi in mente: offrire lavoro alle donne nel settore turistico in Africa e aiutare a proteggere la fauna selvatica. E’ terribilmente difficile avere una voce a un tavolo in Africa ed essere ascoltate o prese sul serio come donne in questo settore… Per generazioni è stato un business guidato dall’ego maschile bianco, che relegava le donne “dietro le quinte”. Mi impegno con tutte le forze a combattere questo supportando altre donne imprenditrici come me o anche donne che vogliono diventare ranger, o lavorare contro il bracconaggio o come tracker, piloti di aerei, cuoche, proprietarie di resort e guide. Non a caso io impiego per il 99% personale femminile e vi posso assicurare che siamo pura “dinamite”, e incredibili professioniste e organizzatrici nel nostro mestiere», afferma Deborah Calmeyer, che vive tra New York e Città del Capo. Organizza itinerari personalizzati in Africa, ma soprattutto culturali, per portare alla scoperta del vero Sudafrica e non di quello turistico. Tra i suoi testimonial ha anche Robert Redford, che si innamorato dell’Africa da quando vi girò La mia Africa con Meryl Streep.

Deborah dedica una particolare attenzione alle arti, supportando anche tanti artisti emergenti, e agli animali, che ama fin da quando era bambina e per la cui tutela si impegna in prima linea. «Sono nata in Zimbabwe durante la guerra. Dovemmo lasciare il Paese e tornare in Sudafrica. I miei antenati erano di origini sudafricane e ugonotte francesi e, in principio, si stabilirono a Franschhoek nel 1688. Mia madre lasciò mio padre quando avevo due anni. Era un pilota e finì per sposare l’uomo proprietario della compagnia di charter, dove imparò a volare… A otto anni, praticavo lo sci d’acqua su un lago popolato da coccodrilli, il Lake Kariba, a dieci, dovetti affrontare un grosso elefante che cercò di caricarmi in un’altra pozza d’acqua. Quando avevo dodici anni, mio padre, che era uno zoologo, adottò una leonessa di 3 anni, Carmen, per proteggere la nostra fattoria. Ma ben presto divenne parte della famiglia e mi insegnò ad amare la fauna selvaggia africana, evocando in me una forte connessione con la natura, e a comprendere che spesso gli animali condividono caratteristiche simili agli umani. Carmen, per la sua grande familiarità con gli umani, è finita addirittura in un film con Sharon Stone», confessa Deborah, precisando quanto il raccontare storie sia tuttora una tradizione in Africa.

«Il Sudafrica è un luogo di una bellezza spettacolare e al tempo stesso di immensa tragedia. Progresso e degrado vi convivono. Ma credo nelle sue potenzialità, e sono convinta che il mercato del turismo sia il mezzo più efficace per combattere la disoccupazione e incentivare le comunità a prenderne parte. Uno dei problemi più attuali è quello di un governo corrotto che non protegge la fauna selvatica, provocando allo stesso modo maggiore povertà e la crisi delle comunità. Dobbiamo creare consapevolezza per far smettere il mondo di cacciare animali in estinzione, e quindi in pericolo, perché il nostro governo non ci aiuta in questo», spiega Deborah. «Credo che avvenga qualcosa di magico quando l’essere umano interconnette con la natura, come se la nostra anima e mente diventassero selvagge, e perfino studi scientifici lo dimostrano. Per questo ho anche un programma chiamato Roar & Restore, a cui prendono parte uno psichiatra, un poeta, un artista, un esperto di conservazione e uno di medicina alternativa», dice.

Una delle sue maggiori collaboratrici di Deborah è Tamlyn Martin. E’ un personaggio altrettanto avventuroso e un’attiva scultrice con la pietra. Ha fondato Artroute Cape Town (www.artroute.capetown), con la collega Talita Swart. Mirano a creare sviluppo sociale e comunitario attraverso le arti. «Ho sempre amato il concetto di Joseph Beuys di scultura sociale e di usare la creatività per un’innata trasformazione sociale. Al momento sto sviluppando un progetto gastronomico formativo e funzionale per stimolare i giovani, insieme al Desmond Tutu HIV Foundation Youth Center spiega. «Come guida culturale voglio connettere i nostri ospiti con artisti, designer, architetti, artigiani, stilisti, curatori e attivisti sociali del Sudafrica», continua.

Con lei si può andare a pranzo a casa di un’autentica famiglia musulmana che accoglie con una calda ospitalità, con la moglie che a volte organizza corsi di cucina, nel quartiere di Bo-Kaap, noto per le sue coloratissime casette, e scoprire questa cultura, come la gente che vi vive. Oppure, si può bighellonare per nuovi quartieri come quello di Woodstock, a Città del Capo. Vi si scoprono meravigliose gallerie d’arte con artisti davvero originali, graffiti sui muri delle vie laterali, come piccoli negozi, caffè e ristoranti alla moda, dall’interior design, e perfino dalla cucina, eclettici, come The Kitchen. Karen Dudly, la proprietaria, è una leggenda sulla scena gastronomia locale per aver inventato il “food art”, cibo artistico di carattere fusion. E, ai muri della cucina aperta si notano diversi graffiti. «Città del Capo è una fucina di nuove idee. Tra le migliori gallerie d’arte consiglio la Stevenson Gallery, che ha artisti africani contemporanei, e mostre a tema politico-sociale, la Goodman Gallery, che è nota per rappresentare artisti sudafricani e di resistenza contro l’apartheid, come William Kentridge, Sue Williamson, Diane Victor e David Gouldblat, The Wall Gallery, che ha arte tribale, la Smac Gallery, che ha artisti africani emergenti o innovativi, come Frances Goodman o Cirus Kamburu, i non profit Greatmore Studios, che offrono spazi gratuiti a giovani artisti, come Roy Emmett, la Southern Guild, che raccoglie diversi tipi di design, tra cui quello ecosostenibile», racconta Tamlyn.

«Tra alcune delle artiste donne più famose sulla scena africana al momento ci sono Zanele Muholi, Berni Searle, Jane Alexander, Diane Victor. Da non perdere è poi la Norval Foundation, con le sue mostre stravaganti, il suo magnifico Sculture Garden, giardino con installazioni artistiche, il suo ristorante alla moda e le serie di concerti che spesso vi si organizzano» aggiunge. «Un’altra artista davvero interessante è Liza Lou, che ora vive a Durban e si serve della collaborazione di tante donne sudafricane e Zulu per le sue opere di perline di vetro…» precisa Owen Martin, giovane curatore della Norval Foundation. «Sono originario del Canada, ma mi trovo molto bene a Città del Capo, perché è un posto molto multicuturale. Vivo nel quartiere De Waterkant, che è davvero vibrante, con tanti bar e locali», rivela.

Tammy Tinker, sudafricana, che prima ha lavorato per Vogue a Londra, è invece appassionata di moda e considera sua missione far conoscere gli stilisti locali in tutto il mondo. «Il Sudafrica con tutti i suoi “su e giù”, sta vivendo ora un momento importante e può divenire un leader per ispirare il resto del mondo, con talenti unici e puri, innovativi e originali, e svariati tessuti colorati o esotici. Tra i maggiori stilisti del momento ci sono Rich Mnisi, Lukhanyo Mdingi, Sindiso Khumalo, KLUK CGDT, Laurence Airline, Maki Oh, Jewel by Lisa e Orange culture», sottolinea. Il marito di Tammy è un imprenditore milanese high tech, invece, Nicolò Stortiglione Pudel, che ha inventato una sorta di “Uber” per il vino di lusso: Port2Port (www.port2port.wine). «Sicuramente oggi il continente africano rappresenta grandi opportuità, essendo in pieno sviluppo economico e la più giovane popolazione del mondo. Il Sudafrica è il Paese con la migliore infrastruttura, quindi un ottimo punto di partenza per fare affari nel continente. Ovviamente le opportunità vanno di mano in mano con i rischi associati» spiega Pudel, che ricorda anche Silicon Cape, un hub tecnologico che è molto attivo nella zona di Western Cape.

Il vino, in realtà, è stato coltivato in questa terra per ben 300 anni, al punto che la prima vite fu piantata nel 1772 e, dopo il periodo nero dell’apartheid, quando il consumo era più di massa, si sta ora puntando a prodotti di lusso. Avventurarsi fuori città è un altro viaggio alla scoperta di universi contrastanti e tutti molti interessanti: si passa dalla natura mozzafiato dei parchi nazionali e di luoghi magici come il Capo di Buona Speranza, dove si incontrano perfino struzzi in riva al mare e babbuini che saltano sulle automobili, o Boulder Beach, la spiaggia di sabbia bianca dove si osservano colonie di pinguini, alla povertà delle township, dove pare di trovarsi in scenari da Far West, fino alle fattorie e alle Winelands, la terra dei vini, con Stellenbosch e Franschhoek che offrono paesaggi collinari e di vigneti veramente magnifici. Vale la pena fare una sosta al meraviglioso giardino e residenza Dylan Lewis Sculture Garden, eccentrico artista famoso per le sue sculture di ghepardi, leoni e altri animali selvaggi africani, oltre che di alcune ispirate a figure femminili. In questa zona ci si imbatte pure in splendide fattore e tenute, con personaggi interessanti. Come Lauren Smith, che gestisce Cavalli Estate, un’elegante stalla con purosangue che spesso hanno nomi di film, un’azienda con vini d’eccezione e, addirittura, un museo dello sport, o Karen Ross con la sua fattoria totalmente organic Baylonstoren Farm Hotel and Garden, che ha una spa stupenda, dove si pratica perfino il bagno turco, e un giardino botanico e agricolo delle meraviglie.

«La mia carriera era originariamente nell’editoria, prima alla rivista Huisgenoot a Città del Capo, poi a Glamour a New York, poi a Cosmopolitan a Johannesburg, con la mia rivista Red negli anni ’90, e infine Elle Decoration. Per un periodo ho dovuto dedicarmi ai miei figli, ma ho successivamente creato con mio marito questa fattoria con un magnifico vasto giardino, con vasche, aiuole, labirinti, fontane. E coltiviamo tutto quello che mangiamo…» dice Karen. «Dal punto di vista dell’interior design, avendo vissuto in tutto il mondo, posso dire che il Sudafrica offre ispirazione globale, per essere energetico ed esuberante», conferma. Nel suo team si trovano caratteri davvero unici come Gundula, una tedesca, che, spesso in compagnia del suo cagnolino, ha la fama di essere una “fata”, capace di curare ogni malessere con le erbe naturali.

Ma per conoscere veramente l’Africa bisogna avventurarsi nel bush, in safari. Liz Biden è un’imprenditrice straordinaria. E’ una self-made che ha saputo inventare un suo stile, con un design eclettico e spettacolare, facendosi ispirare da viaggi per il mondo, mercatini, arte. Cominciò la sua carriera come insegnante, facendo almeno cinque lavoretti, tra cui per diverso tempo la cameriera e la designer di gioielli, per mantenersi, mentre studiava all’università. «Fui la prima cameriera donna al Golden Spur Restaurant» ricorda ridendo. Con suo marito intraprese per un periodo un business nella moda. Ebbero successo e cominciarono a convertire case di vacanza in resort, come nel caso del Rowal Malewane, nel Great Kruger National Park. Qui gli animali entrano in diretto contatto con le persone. Così ci si può trovare un elefante davanti la porta del proprio bungalow, come si viene portati da ranger professionisti e tracker in jeep o a piedi, per ammirare da vicino leoni, giraffe, ippopotami, rinoceronti, gazzelle… Andre Fourie, di Pretoria, figlio di due operatori sanitari ambientali, e la cui madre è cresciuta presso il Kruger National Park, dove lui fu portato fin dall’età di 12 mesi, è ora un fotografo e documentarista ambientale, oltre che un ranger, mentre sua moglie è un medico. «Cerchiamo di educare le persone di tutto il mondo sull’importanza della salvaguardia della natura selvaggia e al tempo stesso di aiutare il nostro Paese, dando lavoro e stimolando la comunitá locale a parteciparvi. Uno dei problemi più grandi al momento è il bracconaggio dei rinoceronti, il cui corno viene commerciato sul mercato nero, specialmente in Cina e Vietnam, ma pure in Yemen, dove si crede che il corno sia il simbolo per divenire uomo. Viene venduto a 60.000-100.000 dollari al chilogrammo. Abbiamo un’unità specializzata contro questo che lavora nel parco 24 ore su 24, perché il governo pare essere sopraffatto dalla situazione. Il Sud Africa è cambiato molto negli ultimi 20 anni, ma sta ancora riprendendosi dal periodo dell’Apartheid per molti versi e purtroppo la gente povera sta tuttora lottando per sopravvivere. Solo il tempo può dire quello che accadrà. Di certo ho molta speranza per il mio Paese, perché so che ci sono tante buone persone che stanno facendo del loro meglio per cambiare la situazione. E’ solo triste pensare che un luogo con così preziose risorse sia ancora in difficoltà” pensa Fourie. E, chissà, che la rivalsa di questo Paese non venga proprio pure grazie alla nuova e vivace imprenditoria femminile, oltre che a quella maschile, come racconta una recente storia del bush. Quella della leopardessa Sungula. «Vive presso il nostro resort. E’ in realtà nata con suo fratello nel febbraio 2015 presso uno dei bungalow, dove sua madre, chiamata femmina Malewane, li lasciava quando andava a cacciare. Non sappiamo perché, ma era come si sentisse al sicuro qui in mezzo agli umani. Insegnava perfino ai cuccioli a cacciare portando prede che aveva catturato. La particolarità è che questa femmina Malewane ha sempre cresciuto con successo cuccioli maschi, ma mai una femmina, essendo tanto numerosi i predatori. Ma quindi Sungula, significa “la prima”, e la madre ha lasciato a lei questo territorio, dato che ogni leopardo vive in una zona diversa. Di solito c’è un grande leopardo maschio con 3-4 femmine per ogni territorio, quindi la sua situazione è insolita. Ogni tanto le donne delle pulizie la vedono bere da una piscina, che qui sono tutte di acqua naturale o prendere il sole su una terrazza… Completamente a suo agio tra gli umani» conclude Fourie.

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