Travel

San Francisco: Fuoco, Proteste e Attivismo. Un reportage

di Alessandra Mattanza - 16 Giugno 2020

Come tante altre città americane, San Francisco è stata travolta dalle proteste per la morte di George Floyd. Un movimento che si inserisce nel particolare contesto della città, diventata negli ultimi anni una delle realtà urbane col minor numero di afroamericani.

“Chi rende impossibile la rivoluzione pacifica renderà inevitabile la rivoluzione violenta”, disse John F. Kennedy.

BLACK LIVES MATTER’ si sente echeggiare tra le vie, come un nuovo vento potente e inafferrabile. Oppure lo si legge su moltissimi cartelli di protesta pacifica, della gente che marcia numerosa e coraggiosa.

San Francisco è sempre stata una città dove trionfa il libero pensiero e la protesta. Ma il nuovo vento che ha soffiato di recente è stato imprevedibile, caldo, innovativo, deciso a ribaltare il sistema.

San Francisco è stata messa ‘a ferro e fuoco’. Prima è stata letteralmente dilaniata da un incendio, che ha devastato un vasto edificio commerciale al Pier 45, nel quartiere turistico di Fisherman’s Wharf, quasi fosse un segno premonitore. Poi il vento della protesta è arrivato incontenibile. San Francisco, come New York, Los Angeles e tante altre città statunitensi, è stata presa d’assalto dai movimenti di rivolta a causa dell’assassinio spietato dell’afroamericano George Floyd, da parte della polizia bianca di Minneapolis, in Minnesota.

Il conflitto razziale è da sempre un problema negli Stati Uniti, uno dei Paesi più democratici e liberi al mondo, ma allo stesso modo segnato da profonde contraddizioni. Se ci si confronta con gli afroamericani, sono ancora troppi coloro che ricordano di essere stati vittime di discriminazione e di razzismo, che non sentono riconosciuti i propri diritti al pari livello di americani di altre etnie.

Il problema è sentito particolarmente forte a San Francisco, specialmente dopo che il mondo high tech (principalmente bianco e asiatico) e la globalizzazione hanno fatto salire gli affitti e gli immobili a costi impossibili. Di recente, a causa della crisi economia provocata dal Coronavirus, si vedono diversi furgoncini di trasloco fuori dalle abitazioni, come molti negozi e ristoranti che sono andati in bancarotta. La gente ha perso il lavoro, non può più permettersi di vivere qui e se ne va. In un’altra città, nella Bay Area, ma anche in un altro Stato, come spesso fanno gli americani quando decidono di lasciarsi dietro il passato e ricominciare altrove.

Il problema della scomparsa degli afroamericani dalla città è stato messo in risalto da un bellissimo film come The Last Black Man in San Francisco di Joe Talbot, del 2019. La trama si sviluppa attorno al disperato tentativo di un afro-americano di tornare a vivere nella casa della sua infanzia, ristrutturata ora in un’elegante, e costosissima, residenza vittoriana, nel suo quartiere selvaggiamente gentrificato. La vicenda è ispirata a un personaggio reale, Jimmie Fails, che ha partecipato alla sceneggiatura e ha interpretato il ruolo principale. Jimmie, ora attore, è nato e cresciuto a San Francisco. Fino a tre anni ha vissuto in una casetta vittoriana, insieme a suo nonno, un pastore battista, nel Fillmore District. Dopo la morte del nonno, i suoi parenti non furono in grado di pagare i costi per continuare a vivere lì e Jimmie fu dato in affidamento e continuò ad abitare in case popolari. Lui e suo padre riuscirono a rimanere in città, il resto dei familiari dovette andarsene, a causa dell’incremento del costo della vita. Jimmie incontrò il regista Joe Talbot in un parco di quartiere e insieme incominciarono a girare cortometraggi fin dalla high school. Scrissero da teenager la sceneggiatura di The Last Black Man in San Francisco. Raccolsero i fondi per realizzarlo con una campagna Kickstarter. Infine, il famoso attore Danny Glover, un nativo di San Francisco, chiamò Jimmie al telefono per dirgli che era interessato a supportare il loro progetto. E, un sogno divenne realtà.

Per comprendere il valore di questo film, basta sottolineare che San Francisco è una delle città americane ormai col minor numero di afroamericani. Nel 2018 rappresentavano solo il 5,2%, mentre a metà del ventesimo secolo la comunità afroamericana nel Fillmore District, allora il fulcro della musica jazz, era talmente numerosa da farlo definire l’'Harlem del West’. La città di Oakland, di fronte, nella San Francisco Bay, con diverse zone pericolose e un’altissima percentuale di homeless, è considerata ora il luogo dove vive quel che resta della maggior parte della comunità afroamericana.

I movimenti di protesta a San Francisco, cominciati in maniera pacifica, sono sfociati nella violenza, da parte di alcuni dimostranti, che, al calare della sera, hanno distrutto vetrine di negozi e banche, supermercati, farmacie, saccheggiando e rubando. Al grido: FREE-FOR-ALL. Libero per tutti. La risposta del sindaco e della città è stata dura, al punto che è stato dichiarato il coprifuoco dalle 20 fino alle 5 del mattino. Chi veniva trovato per strada ancora a protestare, seppur pacificamente, sia in città che in Silicon Valley, che in tutta la Bay Area, veniva arrestato. Le scritte sui muri o, piuttosto, sulle lastre di legno che molti esercizi commerciali hanno installato a protezione e contro furti, sono state prontamente cancellate dal governo cittadino, con grande abbondanza di vernice. Tra queste, si notavano pure epiteti aggressivi come ‘FUCK THE COPS’ o ‘KILL COPS”. ‘All’inferno la polizia’ o ‘Uccidi i poliziotti’. In qualche strada si scorge ancora qualcosa, ma sono per lo più scritte su murales o graffiti dal significato più positivo, con messaggi di pace, amore, speranza, come di dura critica contro il Presidente Trump, che a San Francisco è per lo più disprezzato.

Molte sono state le discussioni tra i locali sui metodi, definiti anti-costituzionali, di limitazione della libertà e del diritto di protestare pacificamente. Allo stesso modo ci sono stati atti di violenza inaccettabili, che molti attivisti e pacifisti hanno sostenuto distruggessero la memoria dello stesso Floyd. Alla fine, comunque, contro ulteriore minaccia di ribellione da parte della gente, il coprifuoco è finito. E, la città, sta tornando, seppur lentamente, alla normalità, pur sempre con la minaccia costante del Coronavirus. In città quasi tutti indossano le mascherine o esiste l’obbligo di coprire il volto quando si entra in un supermercato o in un negozio o ristorante di qualsiasi tipo. L’ordine di shelter-in-place a San Francisco è ancora attivo almeno fino alla metà di giugno e non si sa ancora esattamente quando tutto riaprirà. Ma la gente, comunque, non vuole dimenticare Floyd. La protesta continua, come la rabbia contro l’ingiustizia cresce.

A San Jose, nel cuore della Silicon Valley, abbiamo incontrato MiAngel Cody, avvocato e da sempre attivista a favore dei diritti degli afroamericani. Sarà anche al Cinequest Film & Creativity, il festival che promuove l’incontro tra cinema e tecnologia come l’arte e molte cause a favore dei diritti umani e dell’ambiente e che quest’anno è stato posticipato ad agosto 2020.

MiAngel è la protagonista del documentario The Third Strike, scritto e diretto da Nicole Jones, che segue le lotte di The Decarceration Collective, un movimento costituito per lo più da avvocatesse che lottano per liberare persone innocenti o colpevoli di crimini minori, per lo più afroamericane, condannate a vita. E’ un viaggio anche alla scoperta di un’America diversa, come del vero volto di questo Paese, come di personaggi eroici che sono disposti a sacrificare tutto in nome di valori. “Sono un avvocato, ma anche prima di studiare legge lo ero. Mia madre mi diceva sempre che la mia “lingua” mi avrebbe messo nei guai. Non ho mai temuto di sfidare l’autorità, se sapevo di essere nel giusto. Il titolo di avvocato mi ha fornito solo i mezzi per farlo legalmente” precisa. “Sono cresciuta in Oklahoma, in una cittadina di 29.000 abitanti, e rammento come già alla scuola superiore presi le parti di un insegnante ebreo che veniva insultato con commenti razzisti da un ragazzo. Sono afroamericana, e una donna, in America. Per me non è stato facile. Sono stata la prima generazione nella mia famiglia ad andare all’università. A 19 anni ero un’attivista e lavoravo come investigatore per una comunità contro la pena di morte in Louisiana. Riuscii a far liberare un giovane afroamericano innocente, condannato per un omicidio che non aveva commesso a 14-15 anni. C’era un video che dimostrava che stava giocando a pallacanestro al momento del crimine, come c’erano testimoni pronti a confermarlo. Ma, non si sa come, queste prove erano state tenute nascoste all’avvocato della difesa. Scagionare quel ragazzo fu la mia prima grande vittoria. E, da allora, non mi sono mai fermata” racconta. “Il problema più grande è quando le persone, per lo più afroamericane, vengono condannate a sentenze a vita per reati minori. Di solito gli afroamericani subiscono due volte l’ingiustizia: vengono condannati per reati non commessi o la loro pena è incredibilmente superiore a quelle di un bianco. Comprendo come la gente protesti per strada, li supporto al 100%” conclude.

MiAngel lavora pro-bono per le cause di scarcerazione e tra i suoi sostenitori ha anche Kim Kardashian. “Kim ci ha aiutato quando io e la mia collega Brittany K. Barnett, anche lei afro-americana (e insieme hanno fatto una campagna, per tutti gli Stati Uniti, che ha decarcerato 17 persone in 90 giorni, n.d.r.) avevamo urgentemente bisogno di denaro per riuscire ad andare in tribunale e lottare per i nostri casi. E’ incredibile come molti finanziatori siano disposti a donare soldi per organizzare un panel e discutere, ma quasi mai per agire davvero. Per fare un esempio pratico: è come finanziare il team della sala operatoria, ma non il chirurgo che rimuove un tumore. Era da mesi che lavoravo gratis. Ma non mi importava di me, piuttosto degli individui che rappresentavano e credevano in me. Purtroppo in America serve denaro per andare in tribunale. Mi augurerei che più persone famose avessero il coraggio di esporsi e sostenere la nostra causa. Perché è importante avere una vasta piattaforma, con cui diffondere il messaggio” spiega. I veri eroi per lei? “Sono spesso i familiari stessi dei condannati, spesso le madri, che scrivono ai giudici e ai politici. Sono persone comuni che cercano di cambiare il mondo e col loro coraggio spesso ottengono grandi risultati”. E, in quanto al Coronavirus? “Mi auguro solo il Coronavirus non sia usato come una scusa per incrementare la xenofobia e il razzismo contro gli stranieri, contro gli asiatici, ma anche gli europei spesso accusati di aver portato il virus in America. Questo ‘virus’ mi preoccupa ancor di più, molto facile da inoculare in America. Magari, alla fine - e me lo auguro, perché vorrá dire il pericolo sarà passato - ci renderemo conto che tutta questa ansia e panico, che tutte queste restrizioni che hanno distrutto la nostra economia, forse, non erano proprio davvero così tanto necessarie. Non voglio discutere di teorie di cospirazione, ma la politica e l’economia sono spesso influenzate dalle paure umane. Come afroamericana in America conosco bene il potere della paura. So che è come un fantasma in una stanza” conclude.

Le parole di MiAngel ricordano una frase di William Faulkner:

“Non aver mai paura di alzare la voce per onestà, verità e compassione contro l’ingiustizia, la menzogna e l’avidità. Se le persone in tutto il mondo facessero questo, cambierebbe la Terra”.

Vedi anche

Travel

San Francisco Tales

Parte una nuova rubrica dedicata a San Francisco. Una città dove il passato leggendario convive con il futuro tecnologico.