Style

Cinema e moda, la storia passa dalle leggende

di Andrea Giordano - 13 Maggio 2020

Nel quarantesimo anniversario di American Gigolò, proviamo a fare una panoramica su quello che è stato il rapporto tra Cinema e Moda: da Giorgio Armani a Prada, da Givenchy a Nino Cerruti, tra modernità e avanguardia.

La storia del cinema, ma non solo quel linguaggio, ha provato, gradualmente, a seguire quello della moda (o del costume), a farsi contaminare, dialogando, riuscendoci, lanciando, in simbiosi, stili e tendenze in passerella, nei negozi, nelle collezioni, in quelle che oggi chiamiamo anche capsule collection, in strada, negli eventi, come il Fashion Film Festival ideato da Constanza Etro Cavalli.

I grandi designer, i brand prestigiosi, sono così diventati, talvolta, parte attiva della narrazione grazie alle loro opere, protagoniste, spesso cruciali, nel delineare racconti e personaggi, e ad avere un impatto su chi le osserva. Ci sono comunque due momenti da tenere a mente, il 1949, è l’anno in cui gli Oscar inseriscono la categoria di migliori costumi: lì vincerà Amleto di Laurence Olivier (trionferà come miglior film e attore), sarà la piattaforma embrionale, nella quale molti si cimenteranno, faranno la differenza nelle generazioni, portando alla consapevolezza che il vestito di scena, avrebbe potuto affascinare anche a livello di mercato. 

Nel 1955, poi, sempre nella magica notte di Hollywood, arriva la prima (e unica volta) di un grande stilista nominato, Christian Dior, per Stazione Termini di Vittorio De Sica. Non accadrà più. Sarà in ogni caso un segno importante, a testimonianza della virata nel panorama. Un cambio di rotta, inaugurato, ad onor dal vero, da Givenchy, chiamato a inventarsi memorabili abiti e accessori per Audrey Hepburn, dal tubino nero di Colazione da Tiffany, alla gonna e foulard in Vacanze romane, il ricamato a fiori di Sabrina, lo smanicato total black di Charade, e mille altri.

Nell’orizzonte maschile, discorso a parte merita, invece, Giorgio Armani. Se da un lato abbiamo già celebrato i 40 anni di American Gigolò, dall’altro, quel film, segnò la sua scalata “al servizio” del grande schermo, portando, fino ad oggi, a presenze mirate e di impatto. Si va da Dario Argento in Phenomena, la camicia di Jennifer Connelly, all’intero, monumentale, lavoro per Gli Intoccabili di Brian De Palma, l’epoca del Proibizionismo glamour nella Chicago anni Trenta, in cui Sean Connery, Kevin Costner (vestito da lui pure in Guardia del corpo) e Andy Garcia si muovono e lottano contro Robert De Niro – Al Capone. Esempi mirabili. Quelli visti in Il cavaliere oscuro di Christopher Nolan, seguendo su misura il guardaroba per Christian Bale, l'abito (da sera) di Brad Pitt in Bastardi senza gloria di Tarantino, o per Leonardo DiCaprio ne Il lupo di Wall Street, diretto da Martin Scorsese, proprio quel regista, amico di lunga data, che già nel 1990 lo aveva già celebrato in un documentario, Made in Milan.

In un romanzo di formazione e di rigenerazione epocale, un capitolo va dedicato, però, a Prada, che insieme alla Fondazione omonima, da anni si consacra come uno dei luoghi culturali maggiormente importanti, ricco di incontri, mostre, installazioni, realtà virtuale (quella pensata da Alejandro Iñarritu, Carne y Arena fu straordinaria) e, anche qui, progetti calibrati. Fu ancora di Caprio, in Romeo + Giulietta di Baz Luhrman, a indossare Prada per sposarsi clandestinamente, per poi ritrovarla ne Il grande Gatsby, partner nel disegnare e supportare la costumista Catherine Martin nelle due scene delle feste, una pellicola, quest’ultima, che vedrà la Brooks Brothers cimentarsi in una nuova collezione di ispirazione anni ‘20. La lista sembra interminabile, e lo è infatti.

C’è Yves Saint Laurent, capace di 'rapire' (e vestire) Claudia Cardinale ne La Pantera rosa di Blake Edwards, o cementando il rapporto storico tra lui e Catherine Deneuve, da Bella di giorno (seppur non accreditato ufficialmente) a Notte sulla città di Melville. Ci sarà Tom Ford, ex guru di Gucci, che dopo aver vestito Daniel Craig – James Bond in Quantum of Solace, entra nel meccanismo da regista (altro caso unico finora) pluripremiato con A single man e Animali notturni, due perle in cui poter ritrovare comunque la sua ricercatezza, la cura del dettaglio, tra immagini e suggestioni. C’è, poi, Paul Thomas Anderson, sublime nel confezionare uno dei suoi gioielli migliori, Il filo nascosto, l’ultimo in cui abbiamo visto recitare Daniel Day Lewis nei panni di un coutirier perfezionista, ispirato, lo si scoprirà, dalla figura di Cristobal Balenciaga e dalla lettura di un libro, The Master of us, scritto da Mary Blume. E ancora West Side Story, il musical prima, il film dopo, antesignano nel rompere le regole parlando di immigrazione, tensioni razziali e, soprattutto, di gang, così moderno da essere rilanciato nella primavera/estate 2014 di Sibling, era la East Side Story, gli Sharks e i Jet del ventunesimo secolo.

Le meraviglie di Nino Cerruti, artefice degli abiti Michael Douglas in Basic Instinct, vestendo oltremodo ancora Richard Gere in Pretty Woman, aprono le danze folli di Jack Nicholson (la camicia rosa su tutti) diavolo affascinante ne Le streghe di Eastwick. Sono ricami d’autore, estri geniali, quelli di Jean-Paul Gaultier (ne Il quinto elemento di Luc Besson), nel Dracula inventivo di Coppola, a influenzare Prada, i dandy bohemienne di Berluti, le femme fatale dark di Gareth Pugh, o in Tron, spunto d’ingegno tecnologico per uno strepitoso Thom Brown.

Sono capsule nel tempo, da continuare, però, a rivivere e riassaporare nell'estetica.

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