Uomini

Willem Dafoe si racconta a ICON: dagli esordi fino al nuovo film Togo su Disney +

di Andrea Giordano - 23 Marzo 2020

Nel film Togo, in uscita il 24 marzo, Willem Dafoe è Leonhard Seppala, conducente di slitta realmente esistito che nel 1925 salvò migliaia di persone trasportando siero anti-difterico tra i territori ghiacciati dell’Alaska. È questo il punto di partenza per una conversazione sulla sua carriera e sui nuovi progetti in arrivo.

«Nella recitazione devi essere sempre pronto a ricevere e dare. Oggi, la cosa a cui tengo, è nutrire il mio spirito». A parlare è Willem Dafoe (che ICON aveva già intervistato nel 2013), uno dei volti maggiormente riconosciuti, e riconoscibili, del panorama cinematografico internazionale, l’incarnazione migliore, trasversale, e poliedrica, di cosa un interprete può davvero fare.

Oltre 40 anni di carriera, divisi tra New York e Roma, scanditi da l’amato teatro, tre nomination all’Oscar, e una galleria di ritratti memorabili «pensare, dice, che all’inizio fui licenziato da Michael Cimino sul set de I cancelli del cielo, solo per avere detto una barzelletta!»

La storia, per nostra (e sua) fortuna lo ha portato poi da altre parti, regalandoci personaggi emblematici, tutti da scorrere, da riguardare, da rivivere. A partire da quel Gesù, potente e controverso, ne L’ultima tentazione di Cristo, diretto da Martin Scorsese. Eroi speciali, come il Sergente Elias, nel Vietnam costruito da Oliver Stone, in Platoon, o nel Mississippi razzista negli anni ‘60, villain, falsari (Vivere e morire a Los Angeles), reduci (Nato il 4 luglio), vampiri, spie, artisti (Van Gogh e Pasolini). Dafoe è un mix di stile e potenza, capace di rischiare, diventato nel tempo essenziale per molti autori, da Lynch a Paul Schrader, da Wenders, Lars von Trier, Wes Anderson, fino a Abel Ferrara, col quale è tornato a girare in Siberia, presentato all’ultima Berlinale.

Ora, però, la sfida si sposta sulla nuova piattaforma Disney +, che dal 24 marzo lo vedrà in Togo, «un’avventura epica», sottolinea, tratta da una storia vera, quella di Leonhard Seppala, musher norvegese, che con i suoi cani da slitta, Balto, e appunto Togo, riuscì nel 1925, nella famosa ‘corsa del siero’, protagonisti di un’impresa fisica straordinaria.

Cosa l’ha attratta di questo progetto?
I copioni, certe volte, sanno rivelare scoperte inattese, e quando percepisci, poi, una certa passione intorno, una connessione è difficile non fare certe scelte. Alla fine riguarda ciò a cui dedichiamo la nostra vita e ciò in cui crediamo, dove mettiamo le nostre energie. C’è una dimensione eroica, ma è anche una storia di relazioni, di persone che si prendono cura l'una dell'altra.

Quanto le piace confrontarsi con se stesso?
Molto, lo sento come qualcosa di viscerale, ma preferisco a tenere a bada il mio ego, e mettere la mia esperienza al servizio di un autore, di una narrazione. Qui abbiamo lavorato in condizioni climatiche davvero rigide, mi sono allenato e preparato, è un ruolo molto fisico, immersi nella natura, che in fondo ti parla, decide cosa puoi o non puoi fare.

Qualche anno fa, interpretando Pasolini, l’ha descritta come l’inizio di una ricerca simbolica. Come mai?
L’ho sempre ammirato, ne conoscevo i romanzi, gli scritti critici, la poetica e chiaramente i lavori da regista, è un uomo che continua a parlarci, di destino, progresso, futuro.

Sembra difficile, oggi, trovare modelli di riferimento, non crede?
I film sono opere collettive, il talento del singolo non basta a far sì che una pellicola sia buona. Riconosco che c'è qualcosa di bello nel poter abitare un personaggio che forse nella vita non ti piacerebbe o con cui non saresti d'accordo. È un bell'esercizio per fare ciò che credi di conoscere o contro la tua natura.

Si direbbe un approccio pragmatico?
Inizialmente sì, dopo amo andare in profondità, studiare, cercare, essere consapevole, circondarmi di persone stimolanti, dalle quali posso imparare, sono combinazioni, tentativi, prove, anche nel cercare sempre di migliorare. Le cose accadono, ed è bello non doverle perennemente spiegare.

Se dico teatro cosa le viene in mente invece?
Disciplina. Non sono autocritico, lì sia ha modo di rivisitare la stessa cosa da diverse angolazioni quasi ogni giorno. E in quel modo ti separi dal mondo, ottieni anche il beneficio della concretezza.

Dove trova l’ispirazione?
Nelle gallerie, andando ai musei, adoro l'arte visiva, così la danza. Recitare è un po’ come ballare, è performante, qualcosa di fluido.

Prossimamente la vedremo in Siberia, la sesta collaborazione con Abel Ferrara.
Per me la singolarità di lavorare con lui è che mi invita in una fase molto precoce a condividere il suo processo di elaborazione di un progetto, chiede il mio parere, a volte il mio contributo, è avvenuto negli ultimi lavori. Si è sviluppata tra di noi una sorta di comprensione immediata, c’è amicizia, diciamo che sono diventato una creatura della sua immaginazione.

Ovvero?
C’è un bisogno di tradurre delle immagini, di dialogo attraverso esse, non si tratta semplicemente di collegare i puntini per dare una spiegazione di quello che sono le tue scelte, si tratta di avvicinare quell’idea, non necessariamente per raccontare una storia, ma per offrire un’esperienza, sperando che poi, sullo schermo, possa essere trasparente al pubblico, tanto da consentirgli di riflettersi in essa.

È lo stesso senso che dava Tarkovskij al cinema.
Esatto, qualcosa che permette a ciascuno di noi di espandere il proprio vissuto, per rielaborare quello che è stato.

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