Le destinazioni più belle da visitare prima che diventino troppo turistiche
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Le destinazioni più belle da visitare prima che diventino troppo turistiche

di Digital Team

Contro l’over-tourism e tutte le sue conseguenze: qui alcune delle mete più sorprendenti per un turismo sostenibile, ad alto valore e basso volume

Una destinazione muore lo stesso giorno in cui diventa virale. È una sequenza che si ripete quasi sempre identica. Un luogo resta ignorato per anni, poi un video, un algoritmo o un titolo di giornale lo trasformano in tappa obbligata, e nel giro di due o tre estati quel luogo smette di somigliare a se stesso. Nel 2025 la sequenza è arrivata al punto di rottura: cortei anti-turismo a Barcellona, nelle Baleari, nelle Canarie, in Croazia e in Grecia hanno riportato la parola overtourism sui titoli di tutta Europa. E nel 2026 il fenomeno non si è fermato.

Oltreoceano, Bali è stata la prima a essere presa d'assalto. O forse non proprio la prima, ma di sicuro il caso più eclatante. Nel 2025 l'isola ha superato i 7 milioni di arrivi internazionali e i 16 milioni di arrivi totali, guadagnandosi la corona di destinazione turistica più ambita al mondo per il 2026. Un paradiso che chi la frequentava anni fa oggi fatica a riconoscere. Stessa sorte per Phuket, in Thailandia; Koh Phangan, Krabi e altri angoli del Paese. Siargao, nelle Filippine, corre sulla stessa strada. Tutto questo perché? Semplice: lo vediamo sui social. Ma non esistono solo i luoghi che ci vendono dietro uno schermo. Il mondo è pieno di paradisi altrettanto validi, di cui si parla meno o non si parla affatto. Per un turismo più sano e consapevole, ecco alcune mete a zero sensi di colpa e piene di autenticità.

Bali, Phuket e Siargao hanno un'alternativa (nello stesso Paese)

mete non turistiche
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In Indonesia il turismo si sta spostando verso est, ed è un movimento da guardare con attenzione: Labuan Bajo, porta d'accesso al Parco di Komodo, è già un cantiere di cemento e caos. Sumba, un'ora e mezza di volo da Bali, resta invece un'isola dove i villaggi seguono ancora calendari animisti e i riti funebri megalitici si celebrano come mille anni fa. Le cascate di Lapopu e Matayangu, le spiagge deserte di Walakiri con i loro alberi contorti, gli spot da surfisti di Marosi: tutto qui accade su scala minima, con una manciata di eco-lodge di alto livello (il Nihi Sumba tra i più noti) a fare da contrappeso a un'isola che resta tra le più povere dell'arcipelago.

Nelle Filippine, mentre Siargao si consolida come capitale mondiale del surf con tutto il traffico che questo comporta, Siquijor resta la sua opposta: un'isola che i filippini stessi chiamano ancora, con un misto di timore e fascino, l'isola della magia nera. Qui si tramandano riti di guarigione tradizionale, i coloni spagnoli la battezzarono Isla del Fuego per i tramonti rossi e le lucciole, e un gigantesco albero di Balete sacro nasconde una sorgente tra le radici. Le cascate a gradoni di Cambugahay, le spiagge bianche di Paliton, immersioni tra i coralli senza le folle di Palawan: tutto qui resta, per ora, una nicchia.

In Thailandia, a soli 45 minuti di traghetto da Phuket, Koh Yao Noi e la sorella maggiore Koh Yao Yai sembrano appartenere a un altro Paese. Nella baia di Phang Nga, poche decine di chilometri quadrati, pochissimi hotel, niente vita notturna dopo il tramonto: solo spiagge lunghissime e quasi vuote, comunità di pescatori musulmani che vivono di mare da generazioni, e la stessa acqua turchese che ha reso famosa Phi Phi; senza la folla di Phi Phi.

Il Caucaso che non fa ancora rima con turismo di massa

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Il Caucaso meridionale resta la parte di continente che gli itinerari europei più battuti continuano (fortunatamente) a saltare. Eppure la Georgia, incastonata tra il Mar Nero e vette che sfiorano i 5.000 metri, è una delle mete a crescita più rapida nella classifica dell'Organizzazione Mondiale del Turismo delle Nazioni Unite. Lo Svaneti resta il pezzo forte: quattro giorni di trekking da Mestia a Ushguli, tra ghiacciai e villaggi di case-torri medievali, in una delle regioni meno addomesticate del continente. A ottobre, nel Kakheti (dove si fa vino da ottomila anni, prima che in qualsiasi altro posto al mondo) la vendemmia apre le cantine di famiglia a chi vuole vedere il Paese senza filtri. Tbilisi, intanto, intreccia palazzi persiani, blocchi sovietici e vetrate contemporanee senza che i social l'abbiano ancora ridotta a una cartolina.

La Via della Seta, versione aggiornata

Uzbekistan
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E poi c'è l'Uzbekistan. Molti non sanno neppure dove si trovi con precisione. Eppure l'ex repubblica sovietica dell'Asia Centrale è una perla da non sottovalutare: a Samarcanda la piazza Registan allinea tre madrase ricoperte di maioliche turchesi, una delle immagini più riconoscibili dell'Oriente islamico; Bukhara custodisce minareti, cupole e bazar coperti che raccontano ancora la Via della Seta senza filtri; Khiva, inserita da National Geographic tra le mete da non perdere del 2026, ha mura di fango e torri di guardia che sembrano ferme a un secolo imprecisato, abitate per ora più da mercanti di tappeti che da comitive organizzate. Tashkent, intanto, vuole allungare i soggiorni, spingendo i visitatori oltre il trio Samarcanda-Bukhara-Khiva verso regioni meno battute. I voli diretti da Milano Malpensa e Roma Fiumicino hanno accorciato le distanze.

Lo Sri Lanka, o l'Asia che si è rialzata da sola

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Restando in Asia, ma lontano dalle isole citate in apertura: fino a pochi anni fa lo Sri Lanka faceva notizia soprattutto per la crisi economica, non per le vacanze. Nel 2025 ha invece registrato il numero più alto di arrivi della sua storia, e l'Organizzazione Mondiale del Turismo lo colloca tra le destinazioni asiatiche a crescita più rapida del 2026. Le rovine buddiste di Sigiriya, la roccia-fortezza scavata nel V secolo, restano meno affollate di Angkor Wat; le piantagioni di tè verso Ella e Nuwara Eliya si percorrono ancora in treno, a passo lento; le onde di Arugam Bay attirano surfisti, non comitive. Menzione d'onore anche alle spiagge del Sud. Otto siti patrimonio UNESCO su un'isola che si gira in due settimane, non in due mesi: una densità culturale che l'Occidente ha appena cominciato a notare.

La Mongolia, qui il vuoto è il lusso

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Meno di due abitanti per chilometro quadrato: la Mongolia è lo stato sovrano con la densità di popolazione più bassa al mondo, e non è un modo di dire. A Ulaanbaatar, l'unica vera città del Paese, il monastero buddista di Gandan convive con i grattacieli; a poca distanza si cavalca ancora la steppa come facevano gli uomini di Gengis Khan. Verso Karakorum, l'antica capitale dell'impero mongolo, il monastero di Erdene Zuu è circondato da un muro con 108 stupa bianchi.

A luglio il Naadam (il festival dei "tre giochi maschili": lotta, tiro con l'arco, corse di cavalli) anima l'intero Paese, senza che un turista occidentale su cento sappia ancora cosa aspettarsi. Le dune cantanti di Khongoryn Els, nel deserto del Gobi, i canyon della Valle di Yol, le Flaming Cliffs dove furono scoperte le prime uova di dinosauro fossilizzate al mondo: paesaggi vastissimi, quasi mai affollati. Dormire in una ger, la tenda di feltro delle famiglie nomadi, resta un'esperienza di ospitalità autentica, non un prodotto da pacchetto turistico.

Il Perù ha Machu Picchu. La Bolivia ha tutto il resto

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In Sud America il confronto quasi obbligato è con il Perù, ormai citato ovunque come sinonimo di overtourism andino. La Bolivia, appena oltre confine, resta la sorella di cui quasi nessuno parla. La Paz, la sede di governo più alta del mondo, si attraversa in funivia, la rete di teleferiche urbane più estesa del pianeta. Sucre conserva l'intero centro storico coloniale dipinto di bianco, patrimonio UNESCO senza le code delle città coloniali più note del continente. Il Salar de Uyuni, oltre 10.000 chilometri quadrati di sale a 3.650 metri di quota, resta uno degli spettacoli naturali più fotografati e insieme meno affollati del mondo. La Bolivia costa poco, richiede operatori accreditati per muoversi in sicurezza, e (a differenza del vicino Perù) non compare ancora in nessuna lista di mete sature.

Il Golfo, ma non quello di Dubai

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A un'ora di volo da Dubai si apre un mondo completamente diverso: via i grattacieli, via le isole artificiali, via la spettacolarizzazione forzata. Benvenuti in Oman. Un viaggio che è un susseguirsi di meraviglie: le dune infuocate di Sharqiya Sands, dove pernottare in tenda sotto la Via Lattea; le gole scolpite nell'arenaria e le piscine smeraldine dei wadi Bani Khalid e Shab; le poderose roccaforti di Nizwa e Bahla, con la loro imponente architettura color sabbia (Bahla è patrimonio UNESCO); e gli incredibili terrazzamenti del Jebel Akhdar, la verde montagna che si erge a picco sul deserto. L'Italia sta riscoprendo questa destinazione con numeri in netta ascesa, eppure il sultanato ha deciso consapevolmente di non puntare al turismo di massa, preferendo la qualità alla quantità.

Il Paese che ha reso l'overtourism impossibile per statuto

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Novantasei. È il numero di permessi che il Volcanoes National Park rilascia ogni giorno per il trekking tra i gorilla di montagna, in Ruanda: un tetto fisso che rende il sovraffollamento strutturalmente impossibile, per scelta e non per caso. Un'ora, in media, passata a pochi metri da un maschio silverback di oltre 200 chili, dentro foreste di bambù avvolte nella nebbia. Il governo lo chiama turismo ad alto valore e basso volume, la stessa strategia con cui il Paese si ritaglia uno spazio rispetto a Uganda e Tanzania, puntando anche sui safari di Akagera e sulle foreste pluviali di Nyungwe. Un modello di accesso contingentato che altrove (dalle Cinque Terre a Machu Picchu) si sta ancora inventando da zero.

Il Mediterraneo che costa ancora poco, ma non ovunque

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Chi va in Albania in traghetto da Bari o Brindisi impiega meno tempo che per raggiungere certe zone della Sardegna. Eppure per anni gli italiani l'hanno snobbata come la sorella povera della costa pugliese. Oggi è la meta che cresce più di tutte tra le preferenze estive. Il tratto di costa più fotografato, tra Ksamil e Saranda, ha già toccato il tutto esaurito nell'estate 2025, secondo le agenzie di viaggio. Infatti oggi spostiamo lo sguardo sulle Alpi Albanesi con i loro villaggi di pietra, la Berat delle "mille finestre" arrampicata sulla collina, patrimonio UNESCO insieme alla vicina Gjirokastër e alle sue case-fortezza in pietra grigia.

Chi cerca un'alternativa più vicina e altrettanto compatta può guardare alla Slovenia: Lubiana è considerata tra le capitali più vivibili d'Europa, il lago di Bled sta diventando popolare sui social senza aver ancora raggiunto livelli critici di affollamento, e in meno di un'ora si passa dal centro città alle Alpi Giulie.

E in Italia? Due indirizzi da conoscere...

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Quando si pensa alla Sardegna viene in mente il mare, quasi mai l'interno. La Barbagia, la zona montuosa al centro dell'isola tra il Gennargentu e il Supramonte, resta fuori da qualsiasi rotta balneare: pastori, case in granito, i murales di Orgosolo, il villaggio nuragico di Tiscali incastonato nella roccia. Gli economisti dell'Università di Cagliari la chiamano il "secondo anello": la fascia interna verso cui l'isola dovrà prima o poi spostare parte dei flussi costieri. Tra gli appuntamenti in grado di portare visitatori nell'entroterra è Autunno in Barbagia, la festa itinerante che passa 33 borghi diversi in quattro mesi, l'esatto contrario della concentrazione che genera overtourism.

Il Cilento, invece, è la prova che a volte basta superare Salerno e continuare a guidare per lasciarsi alle spalle la ressa. La costiera amalfitana finisce, letteralmente, dove inizia il parco nazionale: templi dorici a Paestum tra i meglio conservati al mondo, la Certosa di San Lorenzo a Padula (il monastero più esteso d'Europa) grotte carsiche a Pertosa-Auletta, calette a Marina di Camerota raggiungibili solo in barca. Il quotidiano britannico The Times l'ha inserito tra le mete italiane da tenere d'occhio per l'estate 2026, insieme all'Alto Adige: un primo segnale, non ancora un allarme.