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ICON 60 è in edicola. L’editoriale di Andrea Tenerani

di Andrea Tenerani - 23 Giugno 2020

Andrea Tenerani, editor-in-chief di Icon, racconta il nuovo numero in edicola a partire da oggi, 23 giugno. Un numero che vuole dare voce e sostenere le aziende in questo momento di grande cambiamento e si pone come osservatorio privilegiato, curioso e creativo della realtà che stiamo vivendo.

L’originalità è una forma di coraggio. L’ho capito anni fa venendo a Milano, in uno dei suoi periodi d’oro, una Milano che sarebbe poi passata alla storia per la sua vitalità, frutto di quello strano mix di energie e personalità a cavallo fra moda, pubblicità, impresa e divertimento. Non era poi così male. Anzi, col senno di poi, possiamo dire che è stata la culla dell’intenzione e dell’intuizione, della creatività e della provocazione.

L’Italia, è cosa nota, usciva dagli anni di piombo, dal buio psicologico del terrorismo, culminato nel rapimento di Aldo Moro, proprio mentre nelle sale arrivava La febbre del sabato sera: più che un film, il manifesto programmatico del divertimento, della socialità, della liberazione del corpo. Stanno finendo gli anni 70, è il 1978 per precisione, e quel brio vitale, quel coraggio dell’originalità oltre le convenzioni e la paura del diverso, a Milano, ebbe come luoghi di elezione proprio le discoteche: dal Primadonna, corrispettivo italiano del Milk di San Francisco, all’Amnesie, versione più fashion e internazionale, dallo Studio 54, futuro Rolling Stone, fino al Plastic, il tempio dell’avanguardia e dell’inclusione. È qui che si incontravano, fra gli altri, Elio Fiorucci, Gianni Versace, Issey Miyake, Giorgio Armani, Stefano Gabbana e Domenico Dolce: tutte personalità originali, bulimiche di novità e sperimentazioni espressive. Il prêt-à-porter non era ancora nato, così come lo conosciamo ora, sotto forma di sistema vero e proprio. Non c’erano ancora le boutique monomarca, ci si vestiva da Gerard in via Durini, seguendo gli input ricercati di Sandro Pestelli, il quale specularmente operava anche a Firenze, infondendo gusti e direzionando sensibilità nuove al popolo della moda. C’era molto fermento tra i giovani stilisti italiani, ma soprattutto nasceva un’Italian community che condivideva ispirazioni, progetti, vettori culturali, visioni, mode e nuovi modi di essere. Borghesi e antiborghesi, romantici e punk, cosmopoliti e fortemente identitari.

Quella community, così giovane, così energica, così squisitamente originale e quindi maledettamente coraggiosa, ha creato il made in Italy. Ha inventato il lifestyle italiano, dando di fatto inizio a un’industria diventata poi una delle più importanti voci del nostro prodotto interno lordo nazionale. Sì, perché, con i suoi oltre 78 miliardi di euro di fatturato, di cui 51 miliardi in export, con le sue 82 mila imprese attive, tra grandi e piccole, e con circa 2 milioni di persone coinvolte, l’industria della moda è il secondo settore manifatturiero in Italia, dopo le attività metallurgiche. In quella community mi sono personalmente formato, con essa sono cresciuto professionalmente, e perché no, anche spiritualmente. Perché la moda è bellezza, conoscenza, ricerca, sensibilità, aspirazione, sogno. Lo sappiamo, ogni crisi è diversa e fare parallelismi fra periodi storici così lontani è un esercizio che lascia il tempo che trova. Ma se l’uscita dagli anni di piombo fu in qualche modo una spinta decisiva per quel che successe dopo, non è sbagliato ricordarci in questi momenti in cui veniamo da mesi molto difficili a causa del virus, che le crisi, le pandemie, gli anni bui (come i nostri anni di piombo appunto), più che l’origine di svolte epocali possono essere considerati delle spinte significative verso alcune trasformazioni già in atto. Il mondo della moda, da sempre abituato a mutare e reinventarsi, non fa eccezione e si trova davanti a una spinta trainante verso alcuni cambiamenti che, in parte, erano già in essere. Questi mesi complicati potrebbero quindi forse rappresentare degli acceleratori di rivolgimenti strutturali, se non delle concause di rottura di routine un po’ troppo protratte nel tempo. Un momento di pausa, triste e severo, ma dal quale poter rinascere con maggior originalità e coraggio. Con forza e tensione creativa. 

Ma un’altra cosa è altrettanto certa: da soli non si va da nessuna parte. La Fashion community è un sistema complesso e sofisticato di persone, idee, ambizioni, aziende che lavorano in modo da far sistema perché così deve essere. È partendo da queste riflessioni che, per questo numero di Icon, abbiamo deciso di chiamare a raccolta proprio quella community, invitandola a collaborare a quattro mani con noi per dare vita a un racconto unico. Un racconto in cui ciascuno è intervenuto, con il proprio inconfondibile stile, con la propria grammatica estetica, con la propria specificità rappresentativa, fondendo i propri codici con quelli che sono alla base del modo di affrontare il mondo e il suo stile di questo giornale. Ne sono nate così 82 pagine di dialoghi visivi e verbali esclusivi e originali, che rappresentano l’asse portante di un numero speciale, insolito rispetto ai corrispettivi numeri degli anni precedenti, ma molto partecipato. La partecipazione: questo, alla fine, era lo scopo. Questi racconti rappresentano per tutti un inno all’italianità, un elogio dell’eleganza, una narrazione di capacità produttive di altissimo livello. Li abbiamo vissuti come tante parole diverse di un’unica lettera d’amore che la Fashion community, insieme ad Icon, dedica al mondo, in questo strano 2020.

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