I 10 edifici contemporanei più belli del mondo (che probabilmente non conosci)
© Asif Salman

I 10 edifici contemporanei più belli del mondo (che probabilmente non conosci)

di Tiziana Molinu

Dalla fabbrica tessile in Bangladesh premiata come la migliore architettura internazionale del 2026 a un campo profughi in Uganda, questi progetti dimostrano come la bellezza possa assumere forme molto diverse da quelle a cui siamo abituati

Il Colosseo ha quasi duemila anni. Il Taj Mahal quasi quattrocento. Le meraviglie che conosciamo tutti hanno avuto secoli per diventarlo. Quelle di domani si costruiscono adesso, spesso dove nessuno andrebbe a cercarle. Non sempre sono grattacieli da record o musei dalle forme spettacolari. A volte sono fabbriche, scuole, centri culturali e infrastrutture che cambiano il modo in cui immaginiamo gli spazi in cui viviamo.

A riportare la questione al centro dell'attenzione è il RIBA International Prize 2026, uno dei più importanti riconoscimenti internazionali dedicati all'architettura. Il premio come "miglior nuovo edificio del mondo fuori dal Regno Unito" è andato alla Green Field Factory, una fabbrica tessile in Bangladesh progettata da Nakshabid Architects. La scelta racconta molto del momento che sta attraversando la disciplina, negli ultimi anni le principali giurie internazionali stanno premiando progetti guardando oltre la sola immagine, come la capacità di rispondere al clima, al contesto e alle esigenze di chi lo abita. La bellezza, per chi oggi assegna i premi, coincide sempre più con il modo in cui un edificio tratta chi lo usa. È un criterio nobile, con un rischio evidente, quello di confondere il merito etico con quello estetico. Ma basta guardare le immagini di questi dieci progetti per accorgersi che le due cose, almeno qui, vanno insieme. È questo il nostro punto di partenza per andare alla scoperta di dieci architetture contemporanee, in giro per il mondo, che vale la pena conoscere.

Green Field Factory, Rangpur (Bangladesh)

Green Field Factory
Credit: Nakshabid Architects

E allora iniziamo proprio da Rangpur, nel nord del Bangladesh. Qui la Green Field Factory, progettata dallo studio Nakshabid Architects per l'azienda tessile Karupannya Rangpur Limited, dimostra che un edificio industriale può essere molto più di una macchina destinata a produrre. La struttura di sette piani ospita oltre 5.000 lavoratori, in maggioranza donne, e mette il loro benessere al centro del progetto. La vegetazione avvolge la facciata, mentre cortili, giardini e verande profonde portano luce e aria negli ambienti interni. L'organizzazione degli spazi e la ventilazione naturale riducono la dipendenza dai sistemi meccanici di raffrescamento; vasche d'acqua contribuiscono a raffreddare l'aria che attraversa la struttura. Il progetto si ispira anche alla casa tradizionale bengalese, con i suoi spazi intermedi e la relazione costante tra interno ed esterno.

Zebun Nessa Mosque, Savar (Bangladesh)

Zebun Nessa Mosque, Savar (Bangladesh)
© Asif Salman

Ad Ashulia, alle porte di Dacca, i capannoni del tessile si susseguono senza interruzioni. In un angolo trascurato di uno di questi complessi, il proprietario della fabbrica ha fatto costruire una moschea per i suoi dipendenti e l'ha dedicata alla madre scomparsa, Zebun Nessa. L'ha progettata Saiqa Iqbal Meghna, partner dello studio bengalese Studio Morphogenesis e docente di architettura alla BRAC University, partendo da un confronto diretto con i lavoratori. Il risultato, completato nel 2023, è un volume in cemento pigmentato di rosso, sollevato su un basamento sopra il livello delle piene, come le capanne tradizionali del Bengala. I muri spessi sono traforati da piccole aperture che filtrano la luce e fanno circolare l'aria, come le grate delle moschee antiche. Al posto del muro cieco che indica la direzione della Mecca, un grande arco si apre sull'acqua, e il mihrab, in vetro traslucido, è posato su una vasca. Il piano superiore è riservato alle lavoratrici. Dentro pregano 250 persone, altre 200 sul basamento e sul sagrato. I pannelli solari dovrebbero farne la prima moschea a emissioni zero del paese. Quest'anno il RIBA l'ha inserita tra i 34 vincitori degli International Awards for Excellence.

Kagawa Prefectural Arena, Takamatsu (Giappone)

© Prix Versailles/X

Un tetto ondulato, leggero, steso sul bordo del Mare Interno di Seto. La Kagawa Prefectural Arena, che in città chiamano anche Anabuki Arena Kagawa, sorge a Takamatsu, accanto alla stazione ferroviaria e al terminal dei traghetti da cui partono le barche per Naoshima e Teshima, le isole dell'arte contemporanea. L'hanno progettata Kazuyo Sejima e Ryue Nishizawa, il duo giapponese di SANAA, premio Pritzker nel 2010, che su quelle stesse isole aveva già lasciato il segno: il terminal dei traghetti di Naoshima e, firmato da Nishizawa, il Teshima Art Museum. Sotto un'unica copertura sinuosa stanno tre palazzetti di dimensioni diverse, pensati per discipline che vanno dal basket alle arti marziali. Intorno, la piazza, il parco e il porto diventano un solo spazio, e la città ritrova l'affaccio sul mare. Secondo la giuria del Prix Versailles, l'arena ha trasformato un'area senza identità in un paesaggio. A dicembre 2025 ha vinto il titolo mondiale per gli impianti sportivi.

Royale Belge, Bruxelles (Belgio)

Royale Belge
© Caruso St John Architects

Una torre a croce con la facciata di vetro dorato, tra laghi e faggete ai margini della foresta di Soignes. La sede della compagnia assicurativa Royale Belge, progettata da René Stapels con Pierre Dufau e completata nel 1970, ospitava mille impiegati. Poi è rimasta vuota. Il recupero, firmato dagli inglesi Caruso St John con i belgi Bovenbouw e DDS+ e concluso nel 2023, ha fatto il minimo indispensabile: ha ripristinato il vetro dorato originale, ha riusato i materiali, ha aperto grandi varchi nell'atrio rivestito di marmo. L'unico gesto nuovo è un atrio circolare di 21 metri di diametro, alto tre piani, con una scala a spirale che porta la luce nel cuore del podio. Oggi convivono uffici, coworking, una spa e un hotel da 180 camere con interni curati dal designer belga Lionel Jadot. È il volto più glamour del riuso, e anche lui è arrivato in finale al RIBA International Prize 2026.

Bidi Bidi Performing Arts Centre, Yumbe (Uganda)

Bidi Bidi Performing Arts Centre
© Hassell

Nel nord dell'Uganda, l'insediamento di Bidi Bidi accoglie più di 250 mila sfollati ed è tra i campi profughi più grandi al mondo. Qui si costruisce quasi sempre per l'emergenza. Il Bidi Bidi Performing Arts Centre è un'eccezione: un edificio dedicato alla musica, alla danza, al teatro, dove si studia, si prova e si va in scena. Lo hanno progettato lo studio australiano Hassell e LocalWorks, collettivo di Kampala che progetta e costruisce, per la fondazione To.org, che ha ideato e guidato il progetto. La pianta è ellittica, i materiali sono locali, economici e a basse emissioni, le forme dialogano con l'architettura tradizionale del nord del paese. In un campo profughi la cultura è spesso l'ultima voce del bilancio. Questo edificio la mette al centro e dà a una comunità costretta a lasciare la propria terra un luogo dove riconoscersi. Anche lui è tra i 34 vincitori dei RIBA International Awards for Excellence 2026.

Chiesa del Santo Redentore, La Laguna, Tenerife (Spagna)

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© Roland Halbe

Per la giuria del World Architecture Festival è il World Building of the Year 2025, il titolo assegnato a novembre a Miami Beach. La Chiesa del Santo Redentore sorge a Las Chumberas, un quartiere di La Laguna rimasto ai margini dello sviluppo urbano. L'architetto spagnolo Fernando Menis l'ha costruita in quattro fasi, al ritmo dei finanziamenti disponibili, insieme a un centro civico e a una piazza pubblica. Il materiale è il cemento a vista, scabro, che richiama la pietra vulcanica dell'isola. La luce entra da tagli precisi e scolpisce l'interno. La giuria ne ha lodato proprio questo uso della luce. Non tutti sono d'accordo: un commentatore di una rivista cristiana americana l'ha definita «squisitamente brutta», il ritratto di una fede senza resurrezione. Il dibattito è la misura del progetto. Menis, dal canto suo, ha dedicato il premio al quartiere, che adesso esiste anche fuori da Tenerife.

Majara Residence, isola di Hormuz (Iran)

Majara Residence
© Aga Khan Trust for Culture / Photo: Deed Studio

Duecento cupole, una diversa dall'altra, tinte con i colori della terra di Hormuz, l'isola dello stretto omonimo chiamata «isola arcobaleno» per le sue montagne multicolori. Le ha costruite lo studio di Tehran ZAV Architects con manodopera locale, usando il superadobe, la tecnica a sacchi di terra messa a punto negli anni Ottanta dall'architetto iraniano-americano Nader Khalili. Le forme ricordano le cisterne tradizionali per l'acqua. Dentro ci sono stanze per turisti e artisti in residenza, ma anche una biblioteca pubblica, laboratori artigianali, spazi per raccogliere la storia orale dell'isola. Il complesso, completato tra il 2020 e il 2021, è diventato virale sui social da subito. Nel 2025 è arrivato il riconoscimento della critica: l'Aga Khan Award for Architecture, il premio triennale da un milione di dollari che quest'anno ha avuto come presidente di giuria l'irlandese Yvonne Farrell, di Grafton Architects. Hormuz si raggiunge solo in traghetto.

Kunstsilo, Kristiansand (Norvegia)

Kunstsilo
© Alan Williams

Trenta cilindri di cemento alti 38 metri, costruiti nel 1935 dai pionieri del funzionalismo norvegese Arne Korsmo e Sverre Aasland, inutilizzati dal 2006. Tre studi, Mestres Wåge, Mendoza Partida e BAX, li hanno tagliati in basso per ricavare una sala alta e luminosa che è stata paragonata a una basilica. Le tracce delle casseforme e i segni lasciati dal grano sono rimasti a vista. In cima, un cilindro di vetro fa da faro per la città. Dentro Kunstsilo, aperto a maggio 2024, c'è la collezione di Nicolai Tangen, il finanziere che guida il fondo sovrano norvegese: oltre 5.500 opere di arte moderna nordica dal 1910 al 1990, presentata come la più grande raccolta privata del genere. L'uso di fondi pubblici per completare il progetto ha diviso la città. Le giurie invece sono state compatte: a dicembre 2025, nella sede Unesco di Parigi, il Prix Versailles gli ha assegnato il titolo mondiale per i musei.

The Plus, Magnor (Norvegia)

The Plus, Magnor
© Vestre

Una fabbrica nel bosco, con la pianta a forma di segno più. A Magnor, vicino al confine svedese, lo studio danese BIG di Bjarke Ingels ha progettato The Plus per Vestre, storica azienda scandinava che produce arredo urbano per piazze e parchi. Quattro ali di produzione si incontrano in un nucleo centrale. Sono 7 mila metri quadrati costruiti in legno locale, con fotovoltaico e recupero dell'acqua piovana che riducono il fabbisogno energetico fino al 90%. La fabbrica è a emissioni neutre e ha ottenuto il BREEAM Outstanding, il livello più alto della certificazione ambientale britannica. Il tetto è percorribile e intorno c'è un parco aperto a tutti: Vestre lo presenta come un omaggio al diritto norvegese di muoversi liberamente nella natura. È la seconda fabbrica della lista e dialoga a distanza con quella di Rangpur: in entrambi i casi il luogo di lavoro diventa uno spazio da frequentare. Il RIBA l'ha inserita tra i 34 vincitori degli International Awards for Excellence 2026.

Beijing Performing Arts Centre, Cina

Beijing Performing Arts Centre, Cina
© Perkins&Will

A Tongzhou, dove il Canale Imperiale, patrimonio Unesco, entra nella capitale cinese, tre edifici ospitano un teatro d'opera, un teatro di prosa e una sala da concerto. Il Beijing Performing Arts Centre, commissionato dal Centro nazionale per le arti dello spettacolo, porta la firma dei danesi Schmidt Hammer Lassen e degli americani Perkins & Will. I tre volumi monolitici riprendono i magazzini che un tempo costeggiavano il canale. I progettisti li chiamano «contenitori di cultura» e citano anche le vele delle barche e il movimento di un sipario che si apre. Insieme a una nuova biblioteca e a un museo, il complesso forma il polo culturale del nuovo sub-centro di Pechino. È l'unico progetto a grande scala della lista, il più vicino all'idea classica di monumento. Eppure il RIBA, che l'ha inserito tra i 34 vincitori degli International Awards for Excellence 2026, ne ha sottolineato la capacità di riattivare il lungofiume. Il basamento è aperto a tutti, con vista sul canale. Anche l'edificio-icona, oggi, si misura con lo spazio pubblico che regala.