Addio a David Hockney, l’artista che ha insegnato al mondo a guardare diversamente
Dalle piscine della California ai disegni realizzati su iPad, il pittore britannico scomparso a 88 anni ha attraversato oltre sei decenni di storia dell’arte trasformando il colore, la luce e la percezione in una continua rivoluzione visiva
Per oltre sessant’anni ha dipinto la luce. L’ha inseguita nelle piscine assolate di Los Angeles, nei paesaggi dello Yorkshire, negli interni domestici, nei ritratti degli amici e persino negli schermi luminosi di un iPad. Con la morte di David Hockney, scomparso all’età di 88 anni, il mondo perde uno degli ultimi grandi artisti capaci di attraversare il Novecento e il XXI secolo senza mai smettere di reinventarsi.

Se Andy Warhol ha raccontato l’America dei consumi e Francis Bacon le inquietudini del dopoguerra, David Hockney ha raccontato il piacere di guardare. Più che un pittore, è stato un interprete del modo in cui vediamo. Molto prima che smartphone e social media trasformassero la fotografia in un gesto quotidiano, aveva già intuito che la percezione non è mai un fatto neutrale. Guardare significa scegliere, costruire, immaginare. Mentre gran parte dell’arte contemporanea inseguiva il conflitto, la provocazione o il disincanto, la sua opera ha continuato a difendere la meraviglia. Non come evasione dalla realtà, ma come un modo diverso di comprenderla.

Nato a Bradford nel 1937, nel nord dell’Inghilterra, Hockney emerse nei primi anni Sessanta come una delle figure più originali della nuova scena artistica britannica. Sebbene il suo nome venga spesso associato alla Pop Art, il suo lavoro ha sempre resistito alle etichette. Pittura, fotografia, teatro, scenografia, cinema e tecnologia convivono nella sua opera senza gerarchie, come strumenti diversi di una stessa ricerca sullo sguardo.
La svolta arrivò nel 1964 con il trasferimento a Los Angeles. Per un giovane artista inglese cresciuto tra il grigiore industriale dello Yorkshire, la California apparve come una rivelazione. La luce abbagliante, le ville moderniste, le palme e soprattutto le piscine diventarono il vocabolario visivo di una nuova stagione creativa. Opere come A Bigger Splash del 1967 non si limitarono a definire un’estetica: contribuirono a costruire uno dei miti visivi più potenti del secondo Novecento.

Quelle piscine, diventate oggi immagini iconiche, non erano semplici esercizi di stile. Dietro i colori saturi e le superfici apparentemente perfette si nascondeva una riflessione sofisticata sul tempo, sulla memoria e sulla rappresentazione. Hockney era affascinato dalla distanza tra ciò che l’occhio vede e ciò che la mente ricostruisce. In quello scarto tra esperienza e memoria si trova probabilmente il cuore della sua ricerca artistica.
Nel corso della sua carriera non ha mai accettato l’idea che l’arte dovesse rimanere fedele a un solo linguaggio. Negli anni Settanta e Ottanta sperimentò con la fotografia creando i celebri “joiners”, composizioni ottenute assemblando decine di immagini in un’unica opera. Quei collage frammentati, costruiti attraverso punti di vista multipli, anticipavano con sorprendente lucidità la cultura visiva dell’era digitale.

La sua curiosità lo portò successivamente a esplorare strumenti che molti artisti della sua generazione guardavano con sospetto. Fax, computer, stampanti, smartphone e tablet entrarono progressivamente nel suo processo creativo. Quando iniziò a disegnare su iPhone e poi su iPad, non lo fece per inseguire una tendenza tecnologica, ma per continuare a interrogarsi sulla natura delle immagini e sulle possibilità offerte da nuovi mezzi espressivi. Per Hockney la tecnologia non rappresentava una rottura con la tradizione, bensì la sua naturale evoluzione.

Anche per questo motivo la sua influenza si è estesa ben oltre il mondo dell’arte contemporanea. Il suo uso del colore ha lasciato tracce evidenti nella fotografia di moda, nella grafica editoriale, nel design d’interni e nella comunicazione visiva degli ultimi decenni. Le sue immagini sono diventate parte dell’immaginario collettivo globale con una forza rara, riconoscibili ben oltre i confini di musei e gallerie.
Nel 2018 Portrait of an Artist (Pool with Two Figures) fu venduto all’asta per 90,3 milioni di dollari, diventando in quel momento l’opera più costosa mai battuta di un artista vivente. Il record ebbe una portata che andava oltre il mercato: certificava la centralità di Hockney nella cultura contemporanea e la capacità delle sue opere di continuare a dialogare con pubblici molto diversi tra loro.

La sua importanza non è stata soltanto artistica. In un periodo in cui l’omosessualità era ancora illegale nel Regno Unito, Hockney rappresentò apertamente relazioni e desideri maschili nelle proprie opere, contribuendo ad ampliare i confini della rappresentazione e della libertà espressiva. Lo fece senza manifesti e senza proclami, affidandosi alla forza tranquilla delle immagini.
Negli ultimi anni, mentre molti dei suoi contemporanei si erano ormai ritirati dalla scena pubblica, lui continuava a lavorare con la stessa energia degli esordi. La grande retrospettiva ospitata dalla Fondation Louis Vuitton di Parigi tra il 2025 e il 2026 ha confermato la straordinaria vitalità della sua opera, dimostrando come il suo linguaggio continui a dialogare con pubblici e generazioni diverse.

La sua eredità non si misura soltanto nei record d’asta, nelle mostre blockbuster o nella presenza delle sue opere nelle collezioni della Tate, del MoMA e dei principali musei internazionali. David Hockney lascia soprattutto una nuova consapevolezza dello sguardo. Come sosteneva lui stesso, «il semplice atto di guardare può rendere bella una cosa». Ha dimostrato che la tecnologia non è il contrario della creatività, che la tradizione può convivere con la sperimentazione e che il colore può essere uno strumento di conoscenza.
Molti artisti hanno raccontato il proprio tempo. Pochissimi hanno cambiato il modo in cui un’epoca osserva se stessa. David Hockney apparteneva a questa rara categoria.