“Le sculture devono espandersi nel vuoto”. Intervista con Giulia Cenci
Il suo mezzo espressivo d’elezione è una scultura ‘espansa’ dove il mondo naturale e gli oggetti industriali si fondono per dar vita a nuove forme espressive, tanto inquietanti quanto suggestive ed evocatrici di sempre nuove interpretazioni.
Uno studio in campagna, lunghe immersioni nella natura, il desiderio di rallentare e il piacere della sperimentazione. Giulia Cenci (Cortona, 1988), dopo aver vissuto a Den Bosch nei Paesi Bassi per conseguire un Master in Fine Arts e aver frequentato la prestigiosa residenza De Ateliers ad Amsterdam, è tornata in Italia, stabilendosi nella campagna toscana vicino a Cortona. Qui lavora e sviluppa la propria ricerca, alternando il tempo in studio a lunghe esplorazioni in bicicletta attraverso il paesaggio rurale che continua a nutrire il suo immaginario.
In oltre un decennio di carriera, l'artista ha esposto in importanti musei e istituzioni internazionali, tra cui High Line Art di New York, MUDAM di Lussemburgo, Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino e Konstmuseum di Malmö. Le sue opere, caratterizzate da una continua tensione tra natura, tecnologia e trasformazione della materia, invitano a osservare il mondo da prospettive inattese e a interrogarsi sul rapporto tra esseri viventi, oggetti e paesaggi contemporanei.
In questa conversazione ci racconta le origini della sua ricerca, il legame con i luoghi che l'hanno formata, il fascino della scultura come pratica espansa e la necessità di ritagliarsi momenti di isolamento per continuare a sperimentare.
Mi racconti, dopo tante tappe importanti in Musei e Istituzioni, se da giovanissima immaginavi di arrivare fino a qui? Come sei diventata un’artista?
In verità sento di aver sempre fatto quello che sto facendo ora e, in qualche modo, di aver sempre cercato attraverso il ‘fare’ di portare avanti la mia ricerca. Le opere d’arte mi hanno impressionato sin da piccolissima; trovo pazzesco il linguaggio dell’arte perché è libero e privilegiato nel suo non conoscere regole e limiti. Sin da piccola ho sempre disegnato, realizzato piccoli oggetti, manipolato la materia per cercare sempre l’“oltre”. È difficile individuare un momento esatto in cui ho pensato di essere diventata un’artista; piuttosto questo sentimento ha dovuto lentamente prendere forma e definizione.
Mi incuriosisce sapere come trascorri il tuo tempo fuori dallo studio. Cosa ti appassiona fare?
Il lavoro è parte di quasi tutto quello che faccio e, se non lo è, finisce comunque per diventarlo. Penso allo stesso modo quando corro, quando vado in bicicletta o quando pianto e osservo crescere un vegetale. Faccio moltissime cose al di fuori dello studio, ma in qualche modo è come se fossero sempre collegate al mio mondo. Spendo molto tempo nella natura, da sola. È una cosa di cui ho necessità, tanto quanto stare in studio (che non a caso è in aperta campagna). Amo muovermi: camminare o andare in bicicletta, è qualcosa che mi permette di poter osservare le cose in modo estremamente vicino ed attraversare i dettagli della realtà. Mi piace come il tempo che mi porta da un luogo a un altro si dilati, permettendomi di fare degli incontri che altrimenti non farei. Ieri andando in studio ho incrociato una tartaruga che mi stava attraversando la strada, qualche chilometro dopo una famiglia di caprioli mi ha spiato e schivato.
Per le tue sculture, dove trai ispirazione? Ci sono dei luoghi che ti stimolano?
Ci sono tantissimi luoghi importanti, molti dei quali lo sono diventati dopo aver fatto delle opere che li richiamavano. Uno tra questi è dove sono cresciuta. Vengo da una campagna rurale: manipolata, coltivata e costantemente attraversata da macchine, strutture, cavi d’acciaio e tiranti, ma anche da persone e animali selvatici. Tutto questo ha cambiato il mio modo di vedere e guardare le cose, così come ha trasformato il modo di percepire il mio lavoro. Anche iniziare a frequentare la città ha generato in me non poche riflessioni. L’estremo contrasto tra la ruralità da cui provengo e il paesaggio completamente antropomorfizzato e costruito mi ha colpito molto. Ci sono anche degli incontri casuali: luoghi che per caso hanno segnato fortemente alcune opere. Mi vengono in mente alcune zone dell’Indonesia. La forza della natura lì sembra riappropriarsi continuamente di ciò che è stato costruito dall’uomo; o le figlie dell’aria (Tillandsia) di Montevideo che sono diventate il fulcro di una mostra realizzata al Museo Blanes (Montevideo): piante che hanno bisogno di talmente poco per vivere che crescono su ogni cosa, inclusi i cavi della luce che tracciano i cieli della città, culminando in infiorescenze rosa, bellissime.
Il tuo mezzo espressivo d’elezione è la scultura, che lavori in modo direi molto tradizionale. Come sei arrivata a dare forma alle tue installazioni? Cosa rende affascinante lavorare la materia?
Mi sono formata studiando pittura. Credo che l’influenza dell’arte antica e il fatto che principalmente usavo il disegno, mi abbiano portato con naturalezza a scegliere quel percorso anziché la scultura. Entrata in Accademia ho continuato a disegnare e se provavo a gestire altri medium, riuscivo malamente a starmene dentro alla sfera bidimensionale. L’idea di lavorare sulle installazioni più che sulla singola scultura è stata altrettanto fluida. Penso che la scultura abbia bisogno di espandersi oltre se stessa. Non è mai racchiusa entro un confine definito come il telaio di un dipinto o il margine di un foglio, ma tende a occupare anche il vuoto che la circonda, rendendolo parte integrante della propria presenza. L’“ambiente” - o habitat come mi piace definirlo - è diventato parte integrante del mio lavoro; mi piace starci quando lo sviluppo tanto quanto lo immagino finito.
In questo momento stai lavorando a dei progetti in particolare? Hai delle mostre nei prossimi mesi?
Si, ho delle mostre a venire, ma vengo da un periodo in cui ho deciso di interrompere le produzioni. Negli ultimi anni ho avuto molte deadline e pochissimo tempo per sperimentare alcuni materiali che mi interessano da tempo. Così da qualche mese mi sono chiusa in studio, di nuovo da sola, per fare ricerca e per portare avanti dei progetti che erano rimasti in sospeso nella mia testa. Isolarmi e recuperare del tempo per provare senza un fine specifico è una cosa che cerco di fare di tanto in tanto, per sentirmi di nuovo libera e priva di limitazioni… ed è un modo di lasciare che il lavoro respiri ed esista da solo.