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Chi è Colson Whitehead e perché è importante leggerlo

di Valentina Della Seta - 9 Luglio 2020

Lo schivo scrittore americano, doppio Premio Pulitzer, ha saputo raccontare storie di violenza e discriminazione. Con un solo motto: «Sii gentile con tutti, crea arte, combatti il sistema».

Colson Whitehead, uno degli scrittori più impegnati del presente, non si definirebbe mai come tale. Da ragazzino sognava di diventare lo Stephen King della sua generazione. Nato nel 1969, cresciuto a Manhattan in una famiglia benestante, ha raccontato di aver passato i pomeriggi della sua adolescenza in una bolla di autoreclusione, guardando filmacci horror in videocassetta: i mostri e la solitudine sono stati il suo filtro primordiale per conoscere il mondo.

Durante le proteste in America e in alcune città del mondo per l’omicidio di George Floyd a Minneapolis da parte della polizia, Whitehead non ha rilasciato dichiarazioni rintracciabili nella sezione notizie di Google. Sul suo profilo Twitter ha solo riportato parole di altri, ma in alto è fissato il titolo del suo ultimo romanzo, I ragazzi della Nichel (Mondadori, 2019), premiato il 4 maggio con il secondo Pulitzer in tre anni dopo quello per La ferrovia sotterranea (Sur, 2016). Se un Pulitzer è per la qualità letteraria, il secondo forse sottolinea anche un impegno politico, una volontà di portare alla luce un rimosso collettivo sul tema del razzismo, l’argomento più urgente per gli Stati Uniti in questo momento storico. Un modo per dire: ce ne siamo accorti.

Lo schivo Whitehead, che si è dipinto come un disadattato che non sa stare al passo con la realtà, ha trascorso questi anni da scrittore a raccontare due storie emblematiche della violenza e della discriminazione alla base della costruzione del mito americano. Nella Ferrovia sotterranea, ambientato nell’Ottocento, Cora è una quindicenne nata schiava in una piantagione del Sud, che fugge verso il Nord usando una linea ferroviaria segreta (nella realtà la ferrovia è esistita come nome per definire una rete clandestina di militanti antischiavisti). I ragazzi della Nickel ha al centro la storia di Elwood, un ragazzino nero idealista che vive con la nonna in Florida nel 1963, sogna il college e ha consumato il disco con i discorsi di Martin Luther King: «Durante la manifestazione si era sentito in qualche modo più vicino a se stesso. Per un momento. Là fuori sotto il sole. Era bastato a nutrire i suoi sogni», pensa Elwood subito dopo aver partecipato a un sit-in antisegregazione e poco prima di finire in un riformatorio per aver ingenuamente accettato un passaggio su un’automobile rubata. Anche il riformatorio, con un cimitero segreto dove nel 2014 sono stati trovati i corpi dei ragazzi uccisi dalla brutalità delle guardie, è esistito davvero. Whitehead usa elementi presi dalla realtà, ma non è uno scrittore realista.

Il suo primo romanzo, L’intuizionista (Mondadori, 2000), del 1999, è uscito tre anni dopo Infinite Jest di Foster Wallace (con cui Whitehead sembra condividere la stessa formazione a base di college di prima scelta e cultura televisiva), in un arco di tempo in cui scrittori e scrittrici che intendevano fare sul serio riprendevano fieramente possesso dei codici della fantascienza e delle altre letterature di genere considerate di serie b. A questo, Whitehead ha unito da subito la consapevolezza di un’identità, legata a un privilegio generazionale: «Ho iniziato a scrivere negli anni 90, un periodo in cui mi sono sentito libero di seguire un percorso eccentrico e non ho dovuto conformarmi a una qualche idea su cosa dovesse fare uno scrittore nero. Non ho mai sentito il dovere della rappresentazione, la mia formazione è il frutto del movimento per i diritti civili dei neri, e ho avuto l’esempio di diversi modelli di black weirdness, tra cui Richard Pryor, James Baldwin e Jimmy Walker», ha detto.

La storia di Cora l’aveva in mente da tempo ma non trovava la forza di raccontarla. Nel frattempo ha scritto un romanzo sulla presa di coscienza dell’identità da parte di un ragazzino nero di una famiglia borghese durante un’estate in vacanza negli Hamptons (Sag Harbor, Einaudi, 2010), e un horror su un’epidemia di zombie a New York (Zona Uno, Einaudi, 2013): «Mi occupo sempre di questioni che hanno a che fare con la razza, ma in modo inaspettato», ha raccontato in una delle prime interviste. Nel 2017, ringraziando per il National Book Award, Whitehead ha rilasciato una vera dichiarazione d’intenti: «Sii gentile con tutti, crea arte, combatti il sistema».

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Articolo pubblicato su ICON 60.

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