Denis Piel

Denis Piel

di Lella Scalia

Le sue foto bisogna guardarle a lungo per coglierne il significato profondo. «Ho sempre cercato di spingere le persone ad andare in profondità», dice. Ieri accadeva per i suoi celebri scatti di moda, oggi per quelli nuovi dedicati alla natura e al lavoro della terra

Le foto di Denis Piel hanno sempre raccontato storie. Non sono mai state solo immagini, ma trame di vita, hanno tracciato pagine di esistenze possibili. Nato in Francia nel ‘44, cresciuto in Australia e accasatosi a New York, Piel è stato uno dei protagonisti della fotografia di moda che, dagli anni 80, ha illustrato l’evoluzione e i cambiamenti del costume. In un decennio ha fatto oltre mille shooting per tutte le edizioni di Vogue, per Vanity Fair, Self, Gentlemen’s Quarterly e molti ritratti di celebrità. E in tutte le sue foto, come nei video (è stato un pioniere dell’immagine in movimento, basti ricordare il video per il lancio di Donna Karan nel 1985), scorre una corrente di sensualità che ha a che fare con la vita.
La stessa che attraversa Down to Earth, un progetto che, dopo essere stato in mostra alla Galleria Gracis di Milano, è esposto dall’8 marzo al 4 aprile presso Photo&Contemporary a Torino. Down to Earth è un inno alla vita che abbraccia l’intero ciclo dell’esistenza. È una riflessione che riguarda tutti e che Piel ha compiuto partendo dall’osservazione del lavoro agricolo nella farm che circonda il Castello di Padiès e i suoi giardini, la proprietà nel sud ovest della Francia in cui vive e dove il figlio, anni fa, ha avviato, secondo i principi della permacultura e dello sviluppo sostenibile, un esperimento di agroecologia che oggi è una solida realtà.

Nelle immagini – protagonisti sono i luoghi e i lavoratori della tenuta di Padiès – scorrono terreni coltivati, boschi, prodotti del raccolto, fiori carnosi, corpi maschili e femminili la cui nudità è totale innocenza, è ciclo naturale. In equilibrio tra eros e thanatos, tra la pienezza della vita e la serenità nell’affrontare un ciclo che si compie. «Non esiste l’una senza l’altra, la vita è anche morte. Vedendo mio figlio così “preso”», racconta Piel, «ho percepito qualcosa di speciale: comprendeva e metteva a fuoco ciò che è sostenibile, importante. La relazione con la terra è diventata centrale. Osservando le persone al lavoro ho capito quanto quei corpi si sposassero perfettamente con la natura. D’altronde le piante vivono, muoiono come noi, abbiamo gli stessi bisogni…». Quando però, ripensando a certi suoi scatti, si usa la parola erotismo, non è d’accordo. «Credo piuttosto che siano sensuali, orientati alle relazioni, che io ho sempre cercato di mostrare e di costruire anche nelle mie fashion stories. Polly Mellen (iconica fashion editor di Harper’s Bazaar e Vogue, nda) mi diceva: “Il tuo lavoro è più sensuale di quello di Helmut (Newton, nda). La differenza è che quando guardi una sua foto sai quello che sta dicendo; le tue devi guardarle, e guardarle e guardarle: solo allora arrivi a coglierne il significato profondo”. Io ho sempre cercato di spingere le persone ad andare in profondità. Questo vale per ogni tipo di immagine e progetto, tutto nasce dalla stessa visione».

Visione, ispirazione. C’è qualcuno cui negli anni ha guardato per costruire il suo percorso? In fondo non capita tutti i giorni di avere degli “apripista” come Irving Penn o Richard Avedon... «Da loro ho imparato l’importanza di una firma subito riconoscibile, senza la quale non hai nulla. Non sono stato influenzato da altri fotografi, ma se lo fossi stato avrei preso un po’ di Penn e un po’ di Robert Frank, e li avrei mixati… Un ottimo cocktail!», ride. «No reference, solo signature! La chiave di una foto è la mia firma, riconoscibile». La stessa che ha apposto a Down to Earth, per cui ha utilizzato l’elemento principale del suo metodo creativo, la ricerca. «Quando scattavo i servizi di moda, creavo uno scenario, lo sviluppavo e poi affidavo ai soggetti un ruolo. Non dicevo loro cosa e come fare, guardavo, a volte davo piccoli suggerimenti, e dopo “vedevo” la foto e la scattavo. Per Down to Earth ho fatto lo stesso».

A Padiès Piel si è trasferito dopo lo shock dell’11 settembre – «ho visto gli aerei che si schiantavano, ho filmato…» – New York era stato l’approdo fisiologico per le sue ambizioni, concretizzatesi con la mentorship di Alexander Liberman, storico direttore creativo di Condé Nast: «Ha creduto in quello che potevo fare, e mi ha dato grande libertà». Era arrivato in cima, poteva esprimere la sua visione. Usando anche il cinema. Nel 1985 fonda la Jupiter Films, società di produzione cinematografica con cui realizza molti spot pubblicitari; poi, nel 1995 gira Love Is Blind, un documentario in cui segue una coppia di sposi ciechi nel primo anno del loro matrimonio: «Mi ha cambiato, era un lavoro davvero duro, ma profondo. Il cinema era una naturale evoluzione, in fondo amavo essere un fotografo di moda perché mi permetteva di essere un “regista”». 

Oggi il video è una realtà. «Abbiamo fatto passi giganteschi in questi ultimi anni, positivi e negativi. Mi chiedo solo, saremo in grado di padroneggiare queste novità? Ed evitare che la forbice tra ricchi e poveri si allarghi ancora?». Si reputa ecologista? «Non ho mai pensato a me come tale. Ma sono profondamente consapevole del climate change, non potrebbe essere altrimenti. Così sto lavorando a un nuovo progetto, riguarda l’acqua, l’elemento più fragile quando vedi quanto accade... È un progetto di realtà aumentata per creare una community di persone che caricando sul cellulare tramite una app foto di acqua, aiuti chi ha bisogno d’acqua». Le nuove tecnologie lo hanno sempre affascinato, ma, dice, le lascerebbe gestire a chi le sa usare. Conoscendolo, però, non saremmo sorpresi se, alla fine, con il suo entusiasmo, non le imparasse per questo progetto.