Intervista con Francesco Vezzoli: a Brescia con Palcoscenici Archeologici

Intervista con Francesco Vezzoli: a Brescia con Palcoscenici Archeologici

di Elena Bordignon

Per l’artista bresciano la storia e la mia memoria sono due compagne di strada, che gli permettono, come fosse un gioco, di ritrovare la sua perduta innocenza. Audace e, a tratti irriverente, Vezzoli mischia alto e basso, tra cultura classica, solenne, eterna, e cultura pop, leggera e fugace meteora

Tutte le sculture di Antinoo disseminate prima per Roma e poi ai margini dell’Impero sono l’equivalente delle copertine di Vogue degli anni ’90 e dei like su Instagram degli anni 2000.” Più che una passione, l’arte antica per l’artista è un’occasione per rimescolare passato e presente, cultura classica e arte contemporanea, stili maestosi con cultura pop (che va da quella banale di TikTok e Instagram a quella eccelsa di worliana memoria) . Francesco Vezzoli è stato invitato, nei panni sia di artista che di curatore, a interagire con il sito archeologico di Brescia, in occasione del progetto Palcoscenici Archeologici (in corso fino al 9 gennaio 2022).Progetto site-specific promosso da Fondazione Brescia Musei, l’intervento di Vezzoli coniuga il grande patrimonio storico della città con la sua sensibilità contemporanea. L’artista ha disseminato otto sue opere nei suggestivi spazi archeologici della Fondazione: Brixia, Parco archeologico di Brescia Romana, dove si trova la Vittoria Alata, e proseguono nel Santuario Repubblicano, nella terrazza del Capitolium, ma anche nel Teatro Romano, per poi passare nel complesso museale di Santa Giulia, nelle Domus dell’Ortaglia e lungo la sezione romana del museo.  In questa particolare occasione abbiamo intervistato l’artista che ci rivela che per questo progetto, “ho immaginato tutti i miei eroi, da Adriano ad Achille, come i cubisti di una discoteca anni Ottanta disegnata da un fedele adepto del Gruppo Memphis.”

Francesco Vezzoli, Portrait of Kim Kardashian (Ante Litteram), 2018, © Alessandra Chemollo, Fondazione Brescia Musei

Non è la prima volta che vesti i panni del curatore, penso alla recente mostra dedicata al collezionista e mercante d’arte Alexander Iolas. A Brescia curi “Palcoscenici Archeologici”, un progetto che ha l’intento di tracciare un legame tra il patrimonio storico e archeologico della città con la sensibilità dell’arte contemporanea. Mi racconti quali sono state le prime idee e sensazioni che hai provato durante i sopraluoghi?

Le sensazioni sono state intense poiché legate alla nostalgia di un doppio ritorno. Brescia è la mia città di nascita, dove non tornavo da anni ed è anche la prima volta che mi veniva offerta la possibilità di esporre le mie sculture all’interno di scavi archeologici, probabilmente coevi alle sculture stesse.  

Da anni la tua ricerca spazia nella rilettura e alterazione della statuaria antica in un gioco di associazioni e decostruzioni tra epoche e linguaggi diversi. Non senza ironia rielabori in modi imprevedibili la percezione della scultura classica. Anche a Brescia intervieni con lo stesso spirito giocoso e ironico?

Ci ho provato. Diciamo che ogni icona recita il proprio slittamento. La Nike di Samotracia di cemento ha messo sul collo una testa di bronzo come un tardo de Chirico. Achille “si è lasciato la storia con Patroclo alle spalle” e si trucca come Twiggy in una famosissima foto di Avedon. L’imperatore Adriano ha un make up degno di una sfilata di Dior del periodo John Galliano. Insomma ogni diva o divinità pagana scivola nella storica vanità e il presente e il passato si fondono e ci insegnano che la fluidità non è un’eclatante novità, ma un imprevedibile classico.  

 

Francesco Vezzoli, Photo Matthias Vriens ©Francesco Vezzoli

È la prima volta che le tue sculture sono esposte all’interno di uno spazio non contemporaneo ma anch’esso storico, ricongiungendo in qualche modo le opere al loro contesto archeologico originario. Mi racconti che dialogo hai voluto instaurare tra opera e contesto?

Grazie all’installazione disegnata da Filippo Bisagni spero di essere riuscito a realizzare una dinamica distopica.Precedentemente in tutti i contesti di musealità contemporanea avevo sempre insistito su un’installazione classica – quasi invisibile – per questo tipo di sculture, in questo caso invece, è stato proprio il contesto archeologico a spingermi verso uno slittamento ulteriore quindi ho immaginato tutti i miei eroi, da Adriano ad Achille, come i cubisti di una discoteca anni Ottanta disegnata da un fedele adepto del Gruppo Memphis.

Con azioni combinatorie, spesso imprevedibili, unisci icone pop o star del cinema con elementi formali senza tempo – colonne, plinti, capitelli - scardinando la loro popolarità, ma, al contrario, dissolvendo l’iconografia classica a livello di pura decorazione. Cosa si cela dietro a questi simpatici sberleffi?

Questa è una domanda impegnativa! Mi sono chiesto se in me ci sia un istinto iconoclasta o robe del genere, ma non credo che questi ‘sberleffi’ siano schiaffi. Forse sono solo carezze della memoria. Per me la classicità o la storia sono i pilastri della mia formazione adolescenziale e poi, c’è stata una censura quando ho intrapreso la Saint Martins. Quindi tutto ciò che mi racconta il mio passato mi riscalda il cuore. Insomma la storia e la mia memoria sono due compagne di strada, e gioco con loro cercando di ritrovare la perduta innocenza. 

Spazi dalle presenze popolari della cultura televisiva italiana – Carrà, Patti Pravo, Mina – alle icone del cinema e della moda, facendo slalom tra citazioni di Pasolini, Arbasino, citi Biagi, Andreotti e Susanna Agnelli. Tra questa enclave di personalità, come si colloca la tua passione per la statuaria antica? C’è un nesso?

Il nesso è sempre lo stesso: il potere dell’immagine.  Tutte le sculture di Antinoo disseminate prima per Roma e poi ai margini dell’Impero sono l’equivalente delle copertine di Vogue degli anni ’90 e dei like su Instagram degli anni 2000. Inevitabilmente finisco sempre a studiare fino allo sfinimento cosa possa aiutarti a costruire un’imperitura fama. Cosa possa farti guadagnare il fatidico accesso al Pantheon. Per riassumere in una frase: racconto le mitologie altrui per analizzare le mie ambizioni e raccontare i miei fallimenti.

Portrait of Sophia Loren as the Muse of Antiquity After Giorgio de Chirico 2019-foto © Alessandra Chemollo Fondazione Brescia