Intervista doppia a Wim Wenders e Luca Lucchesi

Intervista doppia a Wim Wenders e Luca Lucchesi

di Andrea D’Addio

Un produttore e un regista, due generazioni a confronto su presente e futuro del cinema

Wim Wenders produce, Luca Lucchesi scrive e dirige. Parliamo di A Black Jesus, documentario ambientato nella piccola Siculiana, provincia di Agrigento, celebre per la statua di un Cristo nero portata ogni anno in processione, tradizione che tiene unita la comunità da secoli, fino a quando a chiedere di portare il carro è un diciannovenne del Ghana ospite di un centro rifugiati già da molti osteggiato. «Luca è sia poeta e sognatore che pragmatico. È un ottimo assistente, di cui dovrò fare probabilmente a meno d’ora in poi. Ha tutti i requisiti ormai per fare i suoi film». Così Wenders ci introduce Luca. Si sono conosciuti nel 2008 sul set di Palermo Shooting dove Luca, all’epoca venticinquenne diviso tra vita sui set e carriera universitaria, si ritrovò a fare da assistente nel reparto di scenografia. Da allora Luca, nel frattempo trasferitosi a Berlino, è stato aiuto regia di diversi progetti di Wim fino a questa nuova avventura assieme. E assieme, oltre alle esperienze di lavoro, condividono l’idea che il cinema del futuro passi molto per il documentario, come rivelano con questa chiacchierata.

Wim Wenders: Oggi la maggioranza delle produzioni si fanno dopo apposite ricerche di mercato. Si ragiona sulla base di redditività e capacità di intercettare i gusti del pubblico. Film come Il cielo sopra Berlino o Paris, Texas, realizzati in gran parte senza sceneggiatura, sono oggi impensabili. E così io stesso mi sento costretto a cercare altre strade. Nei documentari trovo quella libertà che non c’è quasi più nel cinema.

Luca Lucchesi: Sì, certamente. Occorre però definire che cosa si intende per documentario. Io credo tantissimo alla contaminazione dei generi.

W. W.: La mia preoccupazione va oltre. Credo che il cinema non possa economicamente reggere il cambio di consumo delle immagini in atto. Vedere un film in sala sta diventando un evento speciale, un piacere per pochi privilegiati.

L. L.: Io posso solo guardare al futuro. Come tu hai contribuito a definire cosa è cinema, così anche noi, cineasti di quest’epoca digitale, non solo possiamo, ma dobbiamo ridefinire e reinventare. Prima di essere tali, anche Fellini, Bergman, Truffaut e Tarkowski erano stati rivoluzione, innovazione, scandalo o addirittura indicati come causa di un imminente declino dell’arte cinematografica.


W. W.: All’epoca però c’era una sala da cui ricevere feedback sulle proprie opere. Ora i film si vedono sugli smartphone o, nella migliore delle ipotesi, a casa. Certi film rischiano di vedersi in futuro solo ai festival, rischiano di diventare un prodotto marginale del contesto culturale generale.


L. L.: Lo ammetto, ho peccato anch’io. Ho visto un film sul cellulare. La prima volta è stata su un treno per Berlino. Qualcosa su Netflix. Un po’ mi sono vergognato. Il dolore agli occhi e il mal di testa sono arrivati subito dopo. Il pericolo secondo me non è la fruizione ma il contenuto. Guardiamo sul cellulare o al computer qualcosa che non è stato ideato per essere visto lì. Bisognerebbe creare le basi per un genere nuovo. Questa è la mia, la nostra sfida.


W. W.: Come si può però capire che ne pensa la gente del tuo lavoro se una piattaforma, sulla base di un algoritmo, subito dopo gli proporrà un prodotto che pensa sia simile? Persino i critici di cinema, un tempo una sorta di corporazione, ormai sono sopraffatti da blogger e influencer. E non è l’unica professione che sta scomparendo: anche il produttore cinematografico rischia la stessa fine.


L. L.: Però proprio il tuo ruolo di produttore di A Black Jesus dimostra il contrario. La tua premura e attenzione per i dettagli: è stata una fortuna averti affianco. Persone come te, instancabili, che scrivono, dirigono, fotografano, curano i restauri di film, viaggiano per tenere lectio magistralis in tutto il mondo e riescono a creare team di talenti attorno a sé, sono il fil rouge che può legare il cinema appena passato a quello del futuro.