Intervista a Tim Roth, bugiardo per professione
Photo by Vittorio Zunino Celotto/Getty Images

Intervista a Tim Roth, bugiardo per professione

di Simona Santoni

Attore preferito di Quentin Tarantino, indimenticabile Mr. Orange de “Le iene”, in “Sundown” ha ancora a che fare con le menzogne: «Fare l’attore è fingere di essere qualcuno. Risuona con la bugia»

Profilo tagliente e sguardo enigmatico, Tim Roth sa prendere su di sé ogni paura esistenziale celata oltre l’orizzonte come musicista che non vuole scendere dalla nave ne La leggenda del pianista sull’oceano. Con un po’ di barba ispida addosso, poi, eccolo frugare tra le corde più sbruffone e minacciose, come ladruncolo che svaligia negozi di liquori in Pulp fiction o boia raffinato della combriccola di brutti ceffi di The Hateful Eight.
Tim Roth sa essere tutto quello che vuole. Anche un bugiardo irritante e detestabile, di estenuante indolenza, come nel suo ultimo film Sundown, dal 14 aprile al cinema dopo l’anteprima in concorso all’ultima Mostra del cinema di Venezia.

Tim Roth
Foto: Europictures
Tim Roth nel film "Sundown"

Non a caso Quentin Tarantino ha definito Tim Roth uno degli attori migliori della sua generazione. E, dopo avergli regalato uno dei ruoli più incisivi della sua illustre carriera, il poliziotto che si finge rapinatore Mr. Orange del cult Le iene, l’ha voluto spesso con sé (oltre a Le iene, Pulp fiction, The Hateful Eight, anche in Four Rooms).

Attore cangiante e sopraffino trasferitosi da Londra a Los Angeles, abile a mutare il suo accento British a desiderata, diretto dai più grandi registi, da Quarantino a Giuseppe Tornatore, da Tim Burton a Woody Allen, da tre decenni Tim Roth è fra i re di Hollywood. Ed è quasi divertente ora vederlo ciondolare apatico e indifferente, con le spalle accasciate e le ciabatte trascinate, fra le spiagge di Acapulco in Sundown di Michel Franco, il Leone d’argento di Venezia 2020 con Nuevo Orden.

Per Roth un’altra performance iconica. Per tutto il film si aggira molle e noncurante, con un mezzo sorriso placido, uomo vuoto che ha deciso di uscire dalla sua vita e non vuole altro che essere lasciato solo al suo nulla. Roth interpreta l’erede di una facoltosa famiglia britannica in vacanza in Messico, accanto a Charlotte Gainsbourg. Intanto la mamma muore, dall’altra parte dell’Oceano, ma lui fa spallucce. E continua fiaccamente a prendere il sole, bere birra, raccontare fandonie.

Charlotte Gainsbourg e Tim Roth
Foto: Europictures
Charlotte Gainsbourg e Tim Roth nel film "Sundown"

Abbiamo intervistato l’impenitente bugiardo Tim Roth che, quando definiamo il suo Neil di Sundown un personaggio strano, si fa una risata. Dalla sua casa negli States, via Zoom, ci accoglie come sanno fare i grandi: con affabilità e la sua faccia migliore, un sorriso ospitale in viso. 

Il personaggio che interpreta in Sundown è apatico, egoista, bugiardo. Pian piano capiamo perché. Cosa le piace o non le piace di lui? C’è qualcosa di lei in Neil?

«Non credo, ma non l’ho giudicato, il mio lavoro era rappresentarlo. Michel (Franco, ndr) era molto interessato a fare un film ad Acapulco perché è lì che andava da bambino ed è un luogo vibrante, strano, surreale. Quando abbiamo iniziato a lavorare al film c’era solo un’idea: mettere in quell’ambiente qualcuno con privilegi da bianco, Michel pensava fosse un input interessante. E poi ecco che quest’uomo se ne va alla deriva, attraverso la vita. Non ho espresso alcun giudizio su di lui, se sia una brutta o una bella persona. Questo non è il mio lavoro, è il vostro lavoro: spetta al pubblico decidere se simpatizza con lui o se lo odia. Il mio lavoro era quello di rimuovere il più possibile la barriera che c’è tra attore e pubblico, cercando di rompere lo schermo e portare il pubblico con me in questo viaggio, perché decida da sé cosa provare e come sentirsi alla fine del film. È una sfida, ma una delle migliori che abbia affrontato come attore».

In Sundown interpreta un bugiardo, anche ne Le iene ha interpretato un bugiardo, visto che è un poliziotto sotto copertura, la talpa. Nella serie tv Lie to me è stato un analista di espressioni facciali e linguaggio del corpo in grado di capire chi mente. Che rapporto ha con le bugie?

«Fare l’attore è fingere di essere qualcuno. Risuona con la bugia. Il lavoro ne Le iene è stato interessante: mi è piaciuta l’idea di essere un attore inglese nei panni di un personaggio americano - e questo è già uno strato -, in più un poliziotto che si finge rapinatore. Mi piacciono questi diversi livelli, ho pensato che fosse incredibilmente difficile e la sfida mi ha intrigato. Lie to me è arrivato in un momento della vita in cui avevo i bambini che andavano a scuola, dovevo prendermi cura della famiglia, quindi mi interessava l’idea di fare un lungo lavoro, che durasse più di qualche settimana. Quando è arrivata la proposta di interpretare questo scienziato comportamentale era quello che faceva per me. Ovviamente noi attori non siamo realmente chi interpretiamo sullo schermo. E proprio per questo i film che hanno a che fare con la menzogna fanno eco con il nostro lavoro».

Tim Roth
Photo by Kristina Nikishina/Epsilon/Getty Images
Tim Roth, con il regista Michel Franco sulla destra, alla prima di "Chronic", 22 maggio 2015, Festival di Cannes

Com'è stato lavorare con Michel Franco, ancora una volta dopo Chronic del 2015, che vinse il premio come Migliore sceneggiatura a Cannes?

«È stato interessante vedere dove siamo adesso, dopo Chronic, il regista che era allora Michel e quello che è adesso. Il cammino è stato un'evoluzione. Lui è molto impegnato ed è stato bello osservare come si è evoluto e come io ho dovuto cambiare in seguito al suo cambiamento. Ci sono state comunque assonanze tra ieri e oggi».

E con Charlotte Gainsbourg?

«Coinvolgere Charlotte è stata un'idea di Michel. Stavamo pensando a chi avrebbe potuto interpretare quel personaggio e lui ha detto 'perché non Charlotte Gainsbourg?'. L'ho appoggiato perché sono un suo grande fan. È un'attrice così straordinaria! E all'improvviso ecco che stavamo lavorando con lei. L'ultima volta che ho visto Charlotte è stato al Festival di Venezia e ogni momento che trascorri con lei è un piacere. È un cliché che gli attori parlino bene dei colleghi con cui lavorano, ma a proposito di Charlotte è tutto vero. Lei sa portare suggestioni da un altro mondo. È un'esperienza surreale, quando cammina sullo schermo sai che viene da un altro pianeta, senza dire una parola eccola lì. È un'attrice incredibilmente dotata, di straordinario talento. Spero di poter lavorare di nuovo con lei. Sono un suo ammiratore!».

Dopo avere interpretato il villain Abominio nel film L'incredibile Hulk del 2008, torna nel ruolo nella serie televisiva Marvel in arrivo She-Hulk. Preferisce i cattivi agli eroi?

«In realtà non faccio questa distinzione. Quando ho incarnato Abominio la prima volta ho solo pensato che sarebbe stato divertente per i bambini che loro padre fosse un mostro in un film. Ora mi hanno chiesto di tornare nel ruolo e ho trovato molto simpatica l’idea. Ho detto 'sì, certo!' e così abbiamo intrapreso questo percorso, non so cosa verrà fuori. Ci siamo divertiti molto a realizzarlo. Tatiana Maslany, la protagonista, è un’attrice meravigliosa. E poi ci sono attorno a lei tante persone pazze: è stato davvero uno spasso».