La magia “reale” di Neil Patrick Harris
Courtesy of Thomas Concordia/Getty Images for Big Apple Circus)

La magia “reale” di Neil Patrick Harris

di Andrea Giordano

Il grande performer americano si racconta a cuore aperto, tra il nuovo “Matrix Resurrections” (in sala dal 1° gennaio 2022) e l’amore per l’Italia

Da ragazzo prodigio, debuttante a 15 anni (il film era Il grande cuore di Clara), a voce tra le più autorevoli e impegnate del panorama hollywoodiano. Neil Patrick Harris, attore, scrittore (autore di'The Magic Misfits'), illusionista, presentatore, cantante e doppiatore, recente imprenditore grazie a “Wandercade”, piattaforma web, creando contenuti inerenti anche il lifestyle, è indubbiamente uno di quei personaggi che fin dall’inizio hanno provato a non improvvisarsi, ma a fare poi dell’arte della comunicazione uno dei propri punti a favore. Un veterano sul campo, quando si parla di cinema, televisione, teatro, musical, divisi in oltre 30 anni di carriera: dal successo di serie quali How I Met Your Mother (E alla fine arriva mamma) e Una serie di sfortunati eventi, alle collaborazioni con nomi come David Fincher (L’amore bugiardo) o Alexander Payne (Downsizing). Ma ora è il momento di Matrix Resurrections, diretto da Lana Wachowski, il quarto capitolo della mitologica saga (in uscita il 1° gennaio 2022, distribuito da Warner Bros) che si preannuncia un’esperienza visivamente ed emotivamente spettacolare, anche solo nel ricomporre i suoi eroi, Neo (Keanu Reeves) e Trinity (Carrie-Anne Moss). Un mondo, in cui lo stesso Harris non si capacita di poter essere entrato.

Che esperienza è stata?

Lana, come regista, è ipnotica, forte, diretta, ben conscia di quello che ha in mente. Raramente ho incontrato qualcuno nella mia carriera che attrae l’interesse di tutti riguardo a ciò che ha da dire o che fa. La prima volta, volando da San Francisco sul set, mi sono ritrovato accanto ad interpreti straordinari come Keanu Reeves, e in un attimo ero già stato teletrasportato dentro a questa macchina digitale, piena di combinazioni ed interazioni.

Ci sono film che cambiano la storia, e così personaggi che lasciano il segno nello showbusiness. Un po’ come lei.

Il fatto è che continuo a lavorare più che posso come performer, ma spesso gli attori non sono sempre in grado di scegliere esattamente cosa vogliono. A volte qualcosa capita e basta. Io ho avuto un'incredibile fortuna nell’approcciare tante cose, ed ogni volta le ho vissute quasi come se fosse una rinascita.

Il “dilemma” di Matrix rimane il medesimo: pillola rossa (“resti nel paese delle meraviglie”) o pillola azzurra (“fine della storia”). Cosa sceglierebbe?

Dipende da che definizione ognuno dà. Nel mio caso non sono uno che prenderebbe sicuramente la pillola azzurra. Preferisco rischiare, avere sempre nuove avventure, essere sfidato. Mi eccita il pensiero di ritrovarmi in situazioni che mi facciano sentire a disagio, insicuro, preoccupato, è quello che cerco in realtà, perché ti danno la spinta a impegnarti maggiormente. Se non dai tutto, certo puoi anche cadere, ma almeno con la consapevolezza che è successo avendo dato il meglio, tentando strade diverse. Questo vale per il cinema, la musica, il teatro. Vai avanti, puoi anche fallire, ma scopri sfumature di questo mestiere che non credevi esistessero, ed esci dalla tua zona confort.

Nella pellicola interpreta uno psicologo. Quanto è interessante scoprire la verità nelle persone?

Non è tanto il fatto di esplorare la mente, quanto fare domande a qualcuno che sta esplorando la propria di mente. In Matrix il mio ruolo è ascoltare e cercare di aiutare Thomas Anderson (Neo, ndr) nel momento in cui si sente indeciso, fragile, riguardo a ciò che è reale e o che è giusto. A volte non è ciò che chiedi, ma è come ti poni con le persone: se sei sincero capiscono che alla fine sei vero e credibile.

Da americano (vive a New York, ndr) il suo posto perfetto lo ha trovato però in Italia, dove si è sposato. Come mai?

Io e mio marito (l’attore e chef David Burtka, ndr), prima di avere figli, abbiamo deciso di viaggiare, visitando posti diversi del mondo, senza rimanere troppo tempo in un luogo, ma muovendoci, anche per tre settimane consecutive. L’idea era vivere un’esperienza quasi on the road. È successo in Costa Rica, in Irlanda. E poi in Italia, in cui ho passato uno dei periodi più belli. Non parlo solo del cibo, dell’ottimo vino, degli itinerari culturali, c’era qualcosa che ci guidava a rimanere: in Italia ho scoperto l’importanza e la semplicità delle piccole cose, ed è lì che poi ho trovato la città, Perugia, nella quale coronare la nostra storia d’amore. Quei paesaggi c’hanno come dire attirati, quasi fossimo stati proiettati all’interno di un grande libro di formazione, nel quale perdersi e riscoprisi.

Fa tutto parte del grande concetto di “Made in Italy”.

Per me significa in primis “fatto con passione, cura e amore”. La bellezza è tutta qui.

Alla fine cosa l’attrae maggiormente ?

Sono sempre stato impressionato soprattutto dalle persone. C’è chi vuole scalare una montagna e riesce nell’impresa, e a suo modo fa la differenza, magari ispira, o c’è invece qualcuno che diventa artista, dopo aver visitato una mostra in un museo. Questo vuol dire fare una scelta, ti alzi dal letto e prendi una direzione, non rimani semplicemente seduto davanti alla televisione a guardare le notizie, vai fuori e provi ad osservare. La cosa stupefacente è incontrare gente che poi la pensa come te, che ha il tuo stesso sguardo sul mondo. A volte le storie più belle da interpretare o da sviluppare, nascono proprio dalla quotidianità che vedi nelle strade.