Luca Marinelli: «In un’altra vita mi piacerebbe essere un musicista»
Con The Echo Chamber di Andrea Pallaoro, Luca Marinelli si misura con un ruolo viscerale tra dipendenze, amore e isolamento, nato dall’ultima sceneggiatura di Bernardo Bertolucci
Luca Marinelli è il protagonista di The Echo Chamber, l’atteso film del regista trentino Andrea Pallaoro nato dall’ultima sceneggiatura di Bernardo Bertolucci, presentato in concorso a Venezia durante l’83ª edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica e nelle sale italiane dal 10 settembre con 01 Distribution. Il suo personaggio, Leo, è un produttore musicale spezzato dal dolore fisico e da quello dell’anima, che trasforma le stanze di una casa-gabbia nella cassa di risonanza delle sue stesse dipendenze. Accanto a star internazionali del calibro di Alicia Vikander e Susan Sarandon, Marinelli si misura con una prova attoriale notevole, in un ruolo viscerale che esplora i confini tra amore e autodistruzione. Lo abbiamo incontrato per farci raccontare questo viaggio emotivo e sonoro.
Com’è stato lavorare con due attrici come Alicia Vikander e Susan Sarandon?
«Posso dire che sono artiste impressionanti, e io mi sentivo sempre quello sbagliato (sorride, ndr). A volte, durante le riprese, rimanevo talmente rapito dalla loro bravura e dal loro carisma da dimenticarmi quasi di dover recitare, finendo per trasformarmi io stesso in uno spettatore. Mi viene in mente la massima di Eduardo De Filippo: “Ho mancato la battuta per ascoltarla”».
Che ruolo ha avuto la musica nell’esplorare il tormento interiore di Leo?
«Se avessimo la possibilità di avere un’altra vita, mi piacerebbe essere un musicista. La musica mi ha profondamente aiutato a entrare in sintonia con la parte più intima di Leo ed è stato un collante sul set. La fiducia che si è instaurata tra noi attori è stata qualcosa di magico».
Come si affronta, da attore, una regia che lascia così tanto spazio all'indefinito?
«La cosa meravigliosa di questo lavoro è che la regia non spiega tutto, ma lascia vivere le situazioni. E per me è stato bellissimo non avere troppe nozioni di partenza, ma potermi creare un percorso da scoprire e una rotta da trovare con pochi punti cardinali».
In che modo lo spazio chiuso delle quattro mura ha influenzato la resa delle emozioni?
«Il dolore di Leo è qualcosa di non facilmente individuabile o circoscritto. C’è un vuoto reale, una sorta di eco che rimbalza sia tra le mura di questa casa sia dentro l’animo dei protagonisti. Insieme ad Andrea Pallaoro abbiamo cercato di dare voce a questa assenza, restando in ascolto del vuoto, nel tentativo di colmarlo. Al di là dei miei vissuti personali, di cui non parlo, penso però che in questa storia ci sia qualcosa in grado di toccare chiunque. Spero sia proprio questa forza a connettere il film al pubblico».
The Echo Chamber nasce dall’ultima sceneggiatura di Bernardo Bertolucci. Sentivi il peso di questa eredità sul set? E in che modo l’amore di Pallaoro per la composizione visiva ha influenzato il tuo modo di stare dentro l’inquadratura?
«Questa è un’altra cosa che mi ha emozionato moltissimo. Si è trattato di un’avventura vera e propria. Il film sperimenta un linguaggio nuovo, figlio di un grande sguardo e di un profondo amore per la composizione visiva e per l’essere umano che vive dentro l’inquadratura. E per il cinema».