Robert Pattinson a Venezia: «Non si può dire al pubblico cosa deve percepire»
A Venezia con “Primetime”, tra ironia e una maturità espressiva ormai consacrata, riflette sul confine del male e sul potere del cinema nell’era dei meme: «Non possiamo dire al pubblico cosa sentire ma possiamo dare film da amare»
C’è un magnetismo naturale e quasi casuale nel modo in cui Robert Pattinson gioca coi capelli prima di rispondere a una domanda o sorseggia l’acqua a mo’ di scotch per poi attaccarsi direttamente alla bottiglia col piglio di un cowboy in giacca e camicia. È alla Mostra del cinema di Venezia per Primetime di Lance Oppenheim, film in concorso che segna il suo debutto come produttore e che potrebbe valergli la prima nomination agli Oscar. Con quel mimetismo espressivo che l’ha trasformato da idolo delle teenager a uno degli attori più stimati della sua generazione, dopo essere stato promesso sposo di Zendaya in The Drama e capo dei Proci nell’Odissea di Nolan, ora si trasforma in Chris Hansen, giornalista americano che ideò e condusse To Catch a Predator, show televisivo controverso, in onda dal 2004 al 2007, che smascherava presunti pedofili in diretta tv. La sua frase ricorrente “Perché non ti siedi proprio lì?” è tuttora un meme cult.
Rob, in un’ennesima metamorfosi, trova una voce affilata che non gli avevamo mai sentito prima e una gestualità di manierismi calcolata. Quando poco più che ventenne da Londra arrivò negli States, verso il successo di Twilight, vide allora per la prima volta filmati di To Catch a Predator e ne rimase affascinato. «Nel 2008 guardavo un'infinità di programmi true crime, tra cui Cops. Ma quello di Chris Hansen spiccava tra tutti. Le operazioni sotto copertura suscitavano reazioni emotive molto forti negli spettatori, ma lo show era più complesso di così. Catturare pedofili è un argomento estremamente serio, eppure era un programma televisivo soggetto agli stessi criteri di successo d’intrattenimento delle sitcom e dei reality show. L’eredità culturale e su internet di Hansen ne è la prova».
Sei anche produttore di Primetime. Perché hai scelto come regista Lance Oppenheim, documentarista al suo esordio nella fiction?
«Un’amica mi ha passato la sceneggiatura. In verità l’avevamo pensata per qualcun altro ma nel frattempo stavo collaborando con Lance a un documentario. Ciò che mi colpisce dei suoi doc è che sembrano quasi fiction. Ho trovato questo suo approccio da subito molto affascinante. Lui usa spesso il termine “docufantasia”. E questo è uno di quei momenti magici in cui succede qualcosa: credevo che la sua estetica si adattasse molto bene a Primetime».
Hai scelto di interpretare Chris Hansen solo a produzione avviata. Com’è stato padroneggiare un simile ruolo?
«Stavamo sviluppando la sceneggiatura, non avevo mai provato nulla di simile: Lance era appena arrivato, io stavo cercando di trovare un senso a questo ruolo, volevo che diventasse perfetto per chi lo avesse interpretato e, man mano che ci lavoravo e facevamo ricerche su To Catch a Predator, per mesi e mesi, ci siamo resi conto che era così calzante su di me. Ho pensato che fosse una parte irresistibile. È stata però anche molto difficile. Per fortuna Lance è un regista che concede tempo per lavorare. Una volta, il giorno di Natale, ne abbiamo parlato per 8 ore».
Qual è la tua definizione di male?
«Primetime è interessante proprio perché Chris non sa cos’è il male. Si convince di stanarlo e poi lo utilizza come fosse un’arma. Ma io non so come definirlo. Forse ne avrei un’idea abbastanza basica tipo: non si uccidono le persone, bisogna essere gentili…», e Robert Pattinson sorride scompigliando il ciuffo ribelle e afferrando un bicchiere d’acqua.
Come credi che accoglierà il film Chris Hansen?
«Spero che lo apprezzi. C’è qualcosa di incredibilmente elettrico in Primetime e il fatto di esserne la fonte di ispirazione potrebbe lusingarlo. Più si guarda To Catch a Predator più si nota qualcosa di magnetico nella sua presenza. C’era qualcosa di molto innovativo nello show, che ha rotto le regole della tv. C'era un'energia vibrante e misteriosa».
In Primetime debutta come attrice la cantante Phoebe Bridgers. Cosa pensi del suo esordio?
E Rob scherza mostrando un pollice verso. Per poi farsi serio: «È stata un’idea fantastica coinvolgerla. Non sapevo neanche che Lance e Phoebe fossero amici e quando me l’ha proposta ho detto subito sì. Non è stato neanche così difficile convincerti», e ride nei confronti della collega, anche lei a Venezia. «Si è subito sentita a suo agio. Primetime è un film difficile, e lo è tanto più se è il primo film che fai, ma è stata fantastica».
Appena finite le riprese di Primetime hai girato Odissea. Come fai a gestire più progetti contemporaneamente?
«Non è stato facile perché avevo una scaletta molto serrata. In più ero appena diventato papà, quindi non avevo alcun desiderio di uscire la sera. In un certo senso questo mi ha aiutato perché avevo il doppio del tempo a disposizione», sorride Rob. «Ma i progetti mi ispiravano davvero tanto: sarebbe stato devastante lasciarne qualcuno. E poi quando entri nel ritmo non è difficile tenere il passo, solo il primo giorno è un po’ disorientante. Quando guardo Odissea, infatti, mi sembra di vedere un po’ Chris Hansen. Ma comunque ho avuto una piccola pausa dopo Dune - Parte tre, quindi non ho girato più film contemporaneamente».
I film oggi sono tradotti in meme e sketch su TikTok: com’è possibile riuscire a trattenere i loro messaggi in maniera più profonda?
«È qualcosa che è cambiato negli ultimi anni. Da ragazzino, quando ho iniziato ad andare al cinema, a scuola poi ripetevamo le battute dei film che vedevamo, come The Mask con Jim Carrey o Austin Powers. Le ricordavamo a memoria. Ora il tono è diverso. Ma non si può mai dire al pubblico cosa deve percepire. Si può solo dargli qualcosa a cui affezionarsi. Più si affezioneranno al film, più ne parleranno e più durerà nel tempo».