Nicolas Winding Refn. A nudo e crudo

Nicolas Winding Refn. A nudo e crudo

di Andrea Giordano

La tv americana vista da bambino, il male, le donne, Dario Argento, il caos, la vanità, le manie, la dislessia… Il visionario regista danese di Drive si confessa e rivela che è dalle sue debolezze che si origina la creatività

«La creatività significa anche trasformare le proprie debolezze in qualcosa di potente». Nicolas Winding Refn, 52 anni, danese, è oggi uno dei registi e sceneggiatori più enigmatici, anche se lui preferisce definirsi “espressionista”. Dalla trilogia di Pusher a film come Bronson, Drive, Solo Dio perdona, The Neon Demon, fino a Copenhagen Cowboy, la serie in onda a inizio gennaio su Netflix, non ha mai smesso di esplorare, con il suo sguardo e il suo stile. Affascina, perché nelle storie che mette in scena i protagonisti, uomini o donne, sono un po’ come lui: alter ego fuori dagli schemi, rivoluzionari, estremi, talvolta poetici, che alle sicurezze preferiscono le zone grigie, incerte e pericolose, cercando il caos per migliorarsi, con ambizione e coraggio. «Paradossalmente», racconta, «se nelle storie c’è il male ci si diverte di più e i personaggi non si dimenticano. Ne ammiriamo la forza, la complessità e il loro impatto emotivo».

Lo incontriamo due volte in poche settimane, tra Venezia (per l’ultima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica) e Milano, dove ha creato Touch of Crude: ultimo frutto della collaborazione che, da anni, porta avanti con Miuccia Prada (a cui ora si è aggiunto Raf Simons), che ha visto la luce in occasione della presentazione dell’ultima collezione donna Primavera-Estate 2023 della maison. Refn ha firmato un progetto immersivo e multidimensionale, realizzato insieme ad AMO, lo studio parallelo di Rem Koolhaas, «che diventa un oggetto, un’installazione, una sfilata di moda, e prossimamente anche un cortometraggio ora in fase di lavorazione», spiega. «Mi piaceva la parola “touch” (“tocco”, ndr), esprime poetica e sensibilità. “Crude” (“crudo”, ndr), dall’altro lato, può essere forse vista come qualcosa di dispregiativo, mentre è più liberatoria, meno filtrata. La loro combinazione era un ottimo modo per descrivere ciò che volevo fare: una nuova tela».

@Netflix

Il mito di questo regista, che sembra sempre differenziarsi e a cui molti guardano con attenzione, nasce nell’infanzia passata tra Danimarca e Stati Uniti: «Vivevo con mia madre Vibeke e il mio patrigno: da scandinavo conducevo una vita sana, con un’educazione rigorosa», svela. «Quando a 8 anni ci siamo trasferiti a New York, la prima cosa che ho trovato scioccante è stata la televisione: parte della mia formazione è passata da lì. Mia madre me ne concedeva solo 30 minuti al giorno, la riteneva nociva. Era una donna indipendente, è stata una fotografa importante, aveva seguito i movimenti hippie, fotografato Jimi Hendrix. Eppure da ragazzo c’è stato un momento in cui ho avuto bisogno di essere arrogante, la sfidavo: lei disprezzava Reagan, io invece lo sostenevo, lei amava la Nouvelle Vague, io guardavo un certo cinema violento, horror e di fantascienza. Poi un giorno ho visto I quattrocento colpi di Truffaut: è stato qualcosa che ha lavorato dentro di me in maniera enorme, purtroppo non gliel’ho mai fatto capire realmente».  È proprio tornando al passato, alle sue radici danesi, che adesso Refn plasma il futuro con Copenhagen Cowboy, presentato all’ultima Mostra di Venezia. Una serie noir, di grande impatto visivo, oltre che visionaria, in cui sono le donne a dar spettacolo (nel cast c’è anche la figlia maggiore, Lola), come succede al suo nuovo alter ego, Miu, ragazza dotata di poteri soprannaturali che, dopo un’esistenza di sottomissione e abusi, cerca vendetta, giustizia e riscatto attraversando luci e ombre del mondo criminale della capitale danese. «È il progetto più vicino a una pellicola di supereroi che ho mai fatto».

Touch of crude @Prada

Le donne (ri)diventano così il suo motore costante, nella vita come nel cinema. «Mi ha sempre eccitato l’universo femminile, da piccolo mi piacevano addirittura le bambole vintage. Al primo appuntamento con Liv, quella che sarebbe diventata mia moglie, per far colpo le ho fatto vedere un film di Dario Argento. Siamo sposati da 15 anni». Punti di riferimento, Liv e Argento, a cui si aggiunge Alejandro Jodorowsky, regista di culto de La Montagna Sacra ed esperto di “psicomagia”, a cui Refn è molto legato: «Un giorno mi fece i tarocchi preannunciando che Drive avrebbe girato il mondo. Ci ha visto lungo». Che le debolezze siano all’origine della sua creatività è evidente anche quando rivela di combattere «da sempre con la dislessia: da ragazzino non riuscivo a leggere, capivo solo ciò che vedevo. Per questo ho cominciato a filmare: volevo catturare le immagini, ma tutto girava intorno alla mia vanità. Quando però mi resi conto che non sarei diventato grande fu un bel momento. Fallire può renderti forte ed è più autentico rispetto al successo».  Refn è anche un accanito collezionista, in particolare di memorabilia legate alla musica: «Soprattutto vinili: la musica è uno degli elementi narrativi essenziali, è ritmo, suspense, adrenalina». La sua mania per la ricerca lo ha portato anche a collezionare poster cinematografici degli anni 60 e 70: «Nella mia camera? Ne avevo uno, enorme, di James Dean. Forse perché mi sono sempre ritenuto un ribelle».