Refik Anadol: «L’intelligenza artificiale non sostituirà l’immaginazione. Può aiutarci ad ampliarla»
Dopo l’apertura di Dataland, il primo museo al mondo dedicato alle arti dell’intelligenza artificiale, l’artista che ha trasformato i dati in un nuovo linguaggio racconta perché il futuro della creatività dipenderà ancora dalla nostra capacità di immaginare
A Los Angeles ha appena aperto DATALAND, il primo museo al mondo interamente dedicato all'arte dell'intelligenza artificiale. Eppure una delle opere più emblematiche di Refik Anadol guarda indietro di cinque secoli. Renaissance Dreams, l'installazione permanente realizzata per il MEET Digital Culture Center di Milano, rilegge il patrimonio del Rinascimento italiano attraverso oltre un milione di immagini e testi trasformati dall'AI in un paesaggio audiovisivo in continua metamorfosi. È in questa tensione tra memoria e algoritmi, passato e futuro, che prende forma la ricerca dell'artista turco-americano. In un momento in cui l'intelligenza artificiale divide il mondo creativo tra entusiasmo e inquietudine, la sua domanda è un'altra: possiamo usare le macchine per ampliare la nostra capacità di immaginare?
Dataland ha appena aperto le sue porte a Los Angeles come primo museo al mondo interamente dedicato alle arti dell'intelligenza artificiale. Dopo anni di lavoro, che cosa rappresenta per lei questo momento?
«È una promessa mantenuta. Anzi, la promessa che avevo fatto al bambino di otto anni che ero. Da piccolo, a Istanbul, vidi Blade Runner e mi innamorai di una Los Angeles in cui macchine e immaginazione potevano convivere. Il 20 giugno abbiamo inaugurato DATALAND all'interno di The Grand, proprio di fronte alla Walt Disney Concert Hall, lo stesso edificio che nel 2018 trasformammo in una tela di sogni generati dalle macchine. Ma questo non è soltanto un traguardo personale. È un momento decisivo per questa forma d'arte. Per la prima volta l'arte generata dall'intelligenza artificiale ha una casa permanente. Un museo non è soltanto uno spazio espositivo: è un impegno verso la conservazione, la ricerca, l'educazione e l'etica. Significa chiedersi come collezionare, preservare e tramandare una forma d'arte che è ancora agli inizi della propria storia. Abbiamo scelto di inaugurare con Machine Dreams: Rainforest perché volevamo che la prima voce del museo fosse quella della natura. È soltanto l'inizio di un percorso».
Molti creativi guardano all'intelligenza artificiale con timore. Lei è più entusiasta o preoccupato?
«Entrambe le cose. E credo che la risposta più onesta non possa che essere questa. Comprendo profondamente quella paura e non mi permetterei mai di liquidarla. Quando i modelli vengono addestrati sulle opere degli artisti senza consenso, senza riconoscimento e senza alcuna forma di compenso, quella preoccupazione è assolutamente legittima. Quella non è innovazione. È estrazione. Ed è proprio per questo che abbiamo dedicato anni allo sviluppo del Large Nature Model, costruito esclusivamente su dati raccolti in modo etico: 1,2 miliardi di dati provenienti dalla natura, grazie a collaborazioni di lungo periodo con importanti istituzioni. La mia preoccupazione riguarda il modo in cui questa tecnologia viene sviluppata. Il mio entusiasmo riguarda ciò che può rendere possibile. Ogni nuovo linguaggio è stato accolto con diffidenza. Per questo il mio entusiasmo ha una condizione imprescindibile: l'intelligenza artificiale deve restare nelle mani degli artisti, con l'etica come sistema operativo».
Nel suo lavoro la tecnologia sembra essere uno strumento per comprendere qualcosa dell'essere umano. Che cosa sta ancora cercando?
«La forma della memoria. La inseguo da vent'anni e continuo a non riuscire ad afferrarla. Che aspetto ha un ricordo prima che il linguaggio gli dia un nome? Di che colore è la nostalgia? Le macchine mi permettono di trasformare queste domande in immagini, ma le risposte continuano a sfuggirmi. Forse è proprio questa ricerca a spingermi avanti. Per me i dati sono memoria. Dietro ogni dataset si nascondono esperienze umane. Quando dico che "i dati sono il mio pigmento", intendo proprio questo: dipingere con i ricordi. Questa ricerca nasce anche da una ferita personale. Quando l'Alzheimer ha iniziato a cancellare i ricordi di mio zio, ho capito che la memoria è l'architettura più fragile che possediamo. Da quel dolore è nato Melting Memories. Cerco anche quei rari momenti in cui la tecnologia riesce a renderci più umani, non meno. A DATALAND ogni visitatore può scegliere di far entrare il proprio battito cardiaco nell'opera. Osservare le persone mentre vedono la propria interiorità trasformarsi in luce restituisce qualcosa che riesco a definire con una sola parola: riconoscimento. È questo che inseguo. Rendere visibile ciò che normalmente resta invisibile. Il battito di un cuore. Il vento. Il respiro di una foresta».
In Renaissance Dreams ha fatto "sognare" all'AI oltre un milione di immagini e testi del Rinascimento italiano. Che cosa le ha restituito quella conversazione con il nostro passato?
«Innanzitutto umiltà. E poi libertà. Trascorrere mesi immerso nella memoria collettiva del Rinascimento mi ha fatto capire che Leonardo non è mai stato soltanto un pittore: era un ingegnere, un anatomista, un cartografo dell'invisibile. Poi c'è stato il sogno della macchina. Nel latent space - lo spazio tra i ricordi - il modello ha trovato colori, forme e architetture mai esistiti nella storia, ma sorprendentemente inevitabili, come se il Rinascimento avesse continuato a sognare. Quell'esperienza mi ha cambiato. Mi ha insegnato che tra il pigmento e il pixel non esiste alcuna frattura, ma una continuità della curiosità umana».
Le sue installazioni chiedono alle persone di fermarsi, guardare e meravigliarsi. Oggi la meraviglia è diventata un lusso?
«È diventata rara, ma non è la stessa cosa. E io mi rifiuto di accettare che diventi un privilegio. La meraviglia non è un prodotto premium: è un diritto umano e, oserei dire, un bene pubblico. È anche per questo che abbiamo costruito un museo invece dell'ennesima esperienza immersiva. Il vero nemico è la frammentazione. L'economia dell'attenzione divide il nostro tempo in frammenti sempre più piccoli, mentre la meraviglia ha bisogno di durata. Ha bisogno che scegliamo di restare un minuto in più, invece di voltare subito pagina. Per questo DATALAND è stato progettato per la lentezza. Ogni visitatore può ricevere una fragranza generata a partire dai propri dati biometrici, un profumo irripetibile che esisterà una sola volta, per una sola persona. Per me la meraviglia è l'inizio della cura. Nessuno protegge ciò che non ha mai imparato ad ammirare. Se oggi la meraviglia è diventata rara, il nostro compito è renderla di nuovo patrimonio di tutti».
Produciamo sempre più immagini attraverso le macchine. Esiste il rischio di diventare meno immaginativi?
«Il rischio esiste davvero. Ma il problema non è la macchina. È la mediocrità. Gli strumenti generativi rendono estremamente facile produrre ciò che è prevedibile, ma un numero infinito di immagini non coincide con l'immaginazione. L'immaginazione nasce nella domanda, non nel risultato. Nasce nell'intenzione, nella capacità di scegliere e nel coraggio di rifiutare novantanove immagini aspettando la centesima. La fotografia non ha ucciso la pittura: l'ha liberata dal compito della rappresentazione, aprendo la strada all'astrazione. Credo che l'intelligenza artificiale possa fare lo stesso. Può liberarci per esplorare ciò che non può essere fotografato: la memoria, il sogno, le sensazioni di una foresta. Ma non è un processo automatico. Prima di imparare a scrivere un prompt bisogna trovare il proprio archivio, la propria ossessione, la propria domanda. Questi strumenti amplificano chi li utilizza. Una curiosità autentica genera mondi nuovi. La pigrizia amplificata produce semplicemente un'enorme quantità della stessa immagine. Per questo, accanto all'alfabetizzazione sull'intelligenza artificiale, abbiamo bisogno di un'educazione all'immaginazione».
Qual è l'equivoco più grande che continuiamo ad avere sull'intelligenza artificiale?
«Pensare che sia qualcosa di diverso da noi. Parliamo dell'intelligenza artificiale come se fosse un'intelligenza aliena arrivata da un altro mondo, quando in realtà è uno specchio: la nostra memoria collettiva concentrata e riflessa. Non ha intenzioni proprie. Le intenzioni appartengono a noi. Persino il termine "artificiale" è fuorviante, perché non c'è nulla di artificiale nelle vite umane, nel lavoro e nei ricordi che alimentano questi sistemi. Da questo nasce un secondo grande equivoco: pensare che la forma attuale dell'intelligenza artificiale sia inevitabile. Non lo è. I dati possono essere raccolti con il consenso delle persone. I modelli possono essere addestrati sulla natura invece che sul rumore di Internet. Le comunità possono diventare partner e non semplici risorse da sfruttare. L'estrazione indiscriminata non è un destino: è una scelta progettuale. E ogni scelta progettuale può essere ripensata. Quando diciamo "l'ha fatto l'intelligenza artificiale", la responsabilità finisce per dissolversi. Ed è proprio la responsabilità ciò che non possiamo permetterci di perdere».
Quando un'immagine generata dall'AI la sorprende, chi sta immaginando davvero: la macchina, l'artista o i dati?
«Tutti e tre. E l'immaginazione nasce proprio nello spazio che li unisce. I dati ricordano: custodiscono milioni di frammenti della vita umana e della natura. La macchina allucina: individua connessioni tra quei ricordi che nessuna singola mente sarebbe in grado di contenere contemporaneamente. L'artista sogna: sceglie, inquadra, rifiuta, insiste. Trasforma un accidente in significato. Ma c'è un aspetto fondamentale. La macchina non sa di avermi sorpreso. Per provare sorpresa serve qualcuno capace di sorprendersi. Quando un'immagine riesce a togliermi il fiato, la considero una nuova forma di immaginazione collettiva: milioni di ricordi che pensano insieme attraverso uno strumento, con un essere umano al centro, responsabile del significato che quell'immagine assume. Un pennello, per quanto intelligente possa essere, non firma mai un quadro. La firma - l'intenzione, l'etica, il significato - rimane ostinatamente, meravigliosamente umana».
Lavorare con le macchine ha cambiato la sua idea di cosa significhi essere umani?
«Sì. E si approfondisce. È il grande paradosso della mia vita: più tempo trascorro con le macchine, più prezioso mi appare tutto ciò che non può essere calcolato. La mortalità. Il corpo. La nostalgia. Il perdono. Le macchine mi hanno persino insegnato ad apprezzare l'oblio. La memoria umana modifica i ricordi, li addolcisce, li guarisce. Questa imperfezione è una forma di grazia che nessun modello possiede. Anche la mia idea di intelligenza si è ampliata. Lavorare con la comunità Yawanawá mi ha insegnato che l'intelligenza non è mai stata esclusivamente umana, e certamente non è soltanto computazionale. Esiste l'intelligenza della foresta. Quella ancestrale. La conoscenza custodita per generazioni nei fiumi, nei canti e nei rituali. L'intelligenza artificiale è l'ultima arrivata a una tavola molto antica. Per questo lavorare con le macchine non mi ha reso post-umano. Mi ha reso, semmai, più consapevolmente umano. Quando mi trovo nel museo e vedo estranei restare in silenzio insieme davanti a una macchina che sogna, capisco che nessun modello potrà mai generare quel momento. Quello siamo noi. Lo siamo sempre stati».