Inti Ligabue: lo spirito di Venezia tra commercio, collezionismo e passione

Inti Ligabue: lo spirito di Venezia tra commercio, collezionismo e passione

di Carolina Saporiti

Abbiamo incontrato il presidente della Fondazione Giancarlo Ligabue di Venezia alla vigilia dell’inaugurazione della mostra “Power and Prestige” che inaugura il 16 ottobre, per parlare di arte, divulgazione scientifica, Venezia e sostenibilità

C’è una bellissima frase Maori che dice “La canoa alle onde del mare antepone la sua prua, l’uomo alle onde della vita antepone il suo coraggio” ce la cita Inti Ligabue, presidente della Fondazione Giancarlo Ligabue quando lo intervistiamo, in occasione dell’imminente inaugurazione della mostra Power & Prestige - Simboli del comando in Oceania, a Palazzo Franchetti a Venezia, dedicata a bastoni di comando, scettri, lance e altri oggetti misteriosi del XVIII e XIX secolo. 

Imprenditore - è Ceo e Chairman di Ligabue Group -, Presidente di una Fondazione, intitolata al padre archeologo e paleontologo; collezionista d’arte antica, tribale, ma anche moderna e contemporanea; marito e papà; studente di filosofia; “cacciatore” di onde (con la tavola da kitesurf)... Inti Ligabue è una persona difficile da presentare con un unico titolo, meglio forse una definizione che scherzosamente gli proponiamo quando lo incontriamo a Palazzo Erizzo Ligabue su Canal Grande un pomeriggio di inizio settembre. “Un principe rinascimentale” che fa da ponte (e la vita veneziana ha molto da insegnare in questo senso) tra un'arte poco conosciuta e il grande pubblico, che coltiva interessi multidisciplinari, che si prende cura della città in cui vive, cercando di valorizzarla e vivendola ogni giorno.

Questa nuova mostra, Power & Prestige, riunisce per la prima volta in Italia e in Europa 126 bastoni del comando, di cui 10 appartenenti alla Collezione Ligabue e altri pezzi rari e importanti provenienti dalle principali collezioni del Regno Unito e dell’Europa continentale ed è coprodotta dalla Fondazione Giancarlo Ligabue e dal Musée du quai Branly-Jacques Chirac di Parigi e curata da Steven Hooper.

Power and Prestige è la prima mostra dedicata a questo tipo di arte oceanica… Come è nata?

È la prima in assoluto e dopo Venezia andrà a Parigi e poi a Vienna. L’idea è nata da una mia grande passione per l’Oceania, dove ho fatto gli ultimi viaggi con mio padre: è lì che sono stato rapito per la prima volta dalle forme attraenti di questi oggetti. Poi, siccome la vita è l’arte dell’incontro, ho avuto l’occasione di conoscere altri appassionati che hanno fatto crescere in me questa passione. Circa tre anni fa, confrontandomi con alcuni di loro, mi sono reso conto che non era mai stata fatta una mostra su questi oggetti e desideravo dar loro il giusto valore.

A proposito della difficoltà di definire questi strani oggetti, ciò dipende dal fatto che non li abbiamo mai visti prima e quindi non comprendiamo la loro funzione e i loro messaggi…

Nella loro difficoltà di definizione questi bastoni hanno qualcosa di molto chiaro, ossia l’armonia scultorea, il bilanciamento delle forme e dei pattern bellissimi e caratterizzati da forti simbolismi, che noi sappiamo a malapena decifrare. La vera difficoltà è dar loro un unico nome: alle volte sono bastoni di comando, altre sono mazze cerimoniali, alcuni sono artefatti, altri scettri e altri ancora possono sembrare addirittura delle lance... Quello che sappiamo è che sono oggetti che arrivano dal cosiddetto Sesto Continente che per vastità è l’area geografica più ampia del mondo, delimitata da Nuova Zelanda, Isola di Pasqua e Hawaii e composta da migliaia e migliaia di chilometri di acqua con tante isole nel mezzo, e che risalgono al cosiddetto Lungo Ottocento, che va dalla metà del XVIII a oltre il XIX secolo. Sappiamo poi che questi oggetti servivano più a mettere paura che a fare del male, dovevano essere simboli di potere, di scambio politico, strumenti di danza. Erano davvero oggetti di prestigio. 

«Gli abitanti di queste isole arrivano da migrazioni di diversi millenni anni fa. Ma cosa li ha spinti fin là? È una delle domanda che la mostra pone. In realtà l’umanità si è mossa sempre verso Oriente, verso il Sole». 

Come arrivano in Europa?

La maggior parte arriva tra il 1840 e il 1860, ma qui perdono il loro valore simbolico e diventano curiosità etnografiche che, a parte qualche fascinazione sul momento, vengono in fretta dimenticate.

Questione etica?

Sicuramente c’è un po’ di reticenza, perché se parli di questi oggetti devi parlare anche di una certa forma di violenza, ma in realtà non c’è nulla di diverso da quello che accadeva in Occidente contemporaneamente, anzi parlare di questi oggetti vuol dire parlare più di rappresentazioni di status, di forza, di divino… E poi sicuramente si è voluto anche nascondere il colonialismo.

Hai parlato di prestigio, parola che ritorna nel titolo della mostra, che suona molto pop, pur trattandosi di un’arte poco pop, almeno nel senso di “famoso” e diffuso...

Il ruolo nostro come Fondazione è quello di fare una divulgazione culturale scientifica, quindi i testi dei nostri cataloghi e delle nostre pubblicazioni sono scritti dai più importanti studiosi del settore, a partire, in questo caso, da Steven Hooper, il curatore della mostra e il più grande esperto di questa arte. Il mio ruolo però è quello di renderla più accessibile, interessante e trasversale, quindi nei teaser che lanciamo sui social inserisco riferimenti culturali più ampi e riconoscibili… Voglio rendere curiosi questi oggetti a tutti.

«Arte è una parola abusata, quindi è difficile definire cosa lo sia e cosa no. Questi bastoni nascono come oggetti di interscambio, comunicazione con le divinità e con lo status di potere, ma guardandoli è evidente che chi li ha realizzati li ha concepiti anche come equilibrio di forme e strutture». 

Intervistando Pierre Rosenberg, in occasione della mostra dei suoi vetri di Murano, mi ha detto che i collezionisti sono le uniche persone che andranno in Cielo. Cosa ne pensi?

Spero sia così! Battute a parte, penso che ci sia una nota comune nei collezionisti ed è una scintilla che vedo subito negli occhi di alcune persone. Di base tutto inizia come una grande passione per oggetti che ti aprono mondi e poi diventa una passione totale, anche fisica, che ti fa venire voglia di viaggiare, di conoscere… Il collezionismo apre le porte  a molto studio perché devi approfondire quello che collezioni, perché lo devi raccontare. Io non credo nei collezionisti che si chiudono in casa.

Come deve essere il collezionismo?

Dev’essere un collezionismo illuminato, ma la cosa fondamentale e che non tutti i collezionisti hanno, che si coltiva e poi si perde, è l’occhio. Lo vedi subito quando una collezione segue un filone. Io l’ho visto in mio padre, ho visto dove stava andando: la nascita dell’anima nelle prime iconografie femminili, i grandi navigatori nella parte oceanica, i draghi nella paleontologia…

E tu? Qual è il tuo filone? Cosa stai cercando?

Io non sono un collezionista seriale, sono un collezionista passionale. Sto cercando la forma e il colore. Per questo, per esempio, mi piacciono gli spazialisti veneziani. Il collezionista illuminato è quello che segue un percorso di condivisione, di grande passione che culmina in diversi modi, divulgativo all’inizio e in lasciti alla fine, per esempio.

Come si fa divulgazione scientifica per tutti?

Con tanta conoscenza e attenzione a quello che si scrive. Ed è in questo che siamo stati apprezzati fino a oggi, perché lavoriamo con gli accademici, però allo stesso tempo cerchiamo di coinvolgere tutti: l’appassionato, il curioso e anche i bambini. E questo riguarda anche le politiche di prezzo, perché le nostre mostre hanno un costo basso, e il tipo di comunicazione che facciamo utilizzando diversi canali: social, visite guidate, incontri gratuiti, il magazine e altre pubblicazioni. Manca solo una sede istituzionale continua…

«Vorrei aprire al pubblico la sede della Fondazione. Sento che è qualcosa di importante da fare per la città. Solo così si può suscitare curiosità in altre persone. E dalla curiosità scaturiscono studio, conoscenza e tolleranza».

Questa città non è solo uno sfondo…

Sono molto riconoscente a Venezia che ha anche intitolato il Museo di Storia Naturale a mio padre, per me è un debito a vita che onoro e che sento anche come una responsabilità. In più questa è una città di navigatori, di scopritori, di esploratori, di commercianti… rappresenta tutti i nostri valori: è una città tollerante, aperta, con mille genti, mille culture. Venezia è l’unica città che può rappresentarci.

I Veneziani sono molto legati alla loro città, molto più di quanto non succeda in altri luoghi d’Italia… Come mai secondo te?

Beh nessuno la soffre così tanto… Parlo da privilegiato, ma vivere a Venezia è sudare Venezia, la vita qui può essere limitante, ma non puoi non apprezzarne la semplicità. Oggi Venezia ha una marcia in più, tanti amici sono venuti a vivere qui nell’ultimo periodo, è la città del futuro: è internazionale, dinamica, nel 2019 ha ospitato 120 eventi artistici-culturali, che sono tantissimi rapportati al numero di abitanti. È indubbiamente la città in cui voglio vivere e che sono fiero di portare in giro per il mondo. 

Venezia è anche una delle città più fragili e a rischio del mondo… Come Fondazione avete un impegno anche di questo tipo?

Certamente, infatti abbiamo fatto diversi studi di sostenibilità in Antartide, dove andremo anche il prossimo gennaio; ma al di là di questo, la fragilità di Venezia è un tema che portiamo con noi e che cerchiamo di sviluppare anche sul magazine. La Fondazione vuole offrire un’offerta culturale diversificata e per i cittadini. Il tema importante per Venezia è avere una minor presenza e questa è una questione trasversale e non riguarda solo le navi da crociera. Bisogna creare qualcosa anche per i Veneziani.