Marcello Mereu: Haute Detailing

Marcello Mereu: Haute Detailing

di Paolo lavezzari

Vi presentiamo l’haute detailer che ha trasformato la cura dell’auto in una paziente performance, tra scienza e arte

A voler essere pignoli, la cosa in sé non è una novità assoluta ché il car detailing è in Italia già abbastanza praticato da alcuni anni. La differenza – che non è poco, anzi – sta tutta nel come lo si fa. «Negli States è un business multimilionario», spiega Marcello Mereu. «È un car wash evoluto, perché le auto sono lucidate in modo molto aggressivo, acritico, usando troppo silicone, troppa chimica. E lo stesso accade in Italia. Quello che invece ho ideato è diverso, più consapevole, rispettoso della storia della superficie che ho davanti. Intervengo non tanto per cristalizzare l’auto nel tempo, ma per evitare che si deteriori. Per questo – so di apparire pretenzioso (lo è, ma ha tutte le ragioni, ndr) – quando ho cominciato io, sei anni fa, l’ho chiamato Haute Detailing». Quel “Haute”, che sa tanto di moda, rimanda effettivamente ai 16 anni che questo quarantasettenne ogliastrino, dai 13 divenuto continentale ed europeo, ha passato nel mondo del fashion internazionale, lavorando (quadro dirigente) per griffe come Prada e Jimmy Choo, e coltivando un penchant per la pelle che, come in generale tutta l’esperienza “modaiola”, gli è tornato più che utile al momento di intraprendere – ex novo– la nuova avventura “automobilistica”. «Ero arrivato a quella che chiamo “last call”. Alla moda avevo dato tutto, sentivo che la mia esperienza era conclusa. Sono ripartito da zero, sei mesi come garzone – del resto, quando ho cominciato a lavorare mi facevano fare i caffè – e mi sono finalmente dedicato alla mia passione di sempre».

Sì, perché questo pallino per la cura dell’auto, che come avrete capito nulla ha da spartire con il normale lavaincera da domenica pomeriggio, Marcello lo coltiva fin dall’infanzia, quando con aspirapolvere e strofinacci si buttava a lustrare le auto di casa. Cos’è il know-how che ti sei portato dagli anni nel fashion? «La moda mi ha insegnato la velocità, l’internazionalità, e cioè il guardare sempre oltre, il gusto per la contaminazione, perché per crearsi si contamina e allora per me sono importanti, dato che sono un lettore feroce e vorace, non solo riviste e libri specializzati (quelli sono sempre stati il suo abituale companatico in ogni momento libero, ndr), ma anche tanti volumi d’arte, che mi restituiscono sensazioni, mi permettono di contestualizzare un’auto nel suo periodo storico, così come lo studio delle tecniche e dei materiali per il restauro delle belle arti; in programma ho un corso sull’acrilico a Siviglia, vedremo». Insomma, un modus operandi da subito inusuale che non gli ha risparmiato le critiche – «Ho sempre rifiutato i metodi standard. All’inizio mi dicevano “Sei un cretino, perdi tempo, fai cose inutili”» – ma quel suo impiegare non meno di quattro giorni per una sola auto, con strumenti mai visti prima nel detailing (pennelli, spatole da pittore o, magari, combinazioni chimiche o emulsioni di sua invenzione) ha pagato.

«Non esistono prodotti miracolosi, il miracolo è nelle vostre mani e nella capacità di interpretare la superficie»

«Le prime auto erano quelle che capitavano, quella del medico per dire; adesso la mia clientela mi porta macchine d’epoca anche molto importanti, sono soprattutto collezionisti internazionali: Montecarlo, Svizzera, Nord Europa, States... Ma mi occupo anche di pezzi di valore storico provenienti da musei». Questione anche di carattere – «Fare il recupero estetico è una preoccupazione, una performance continua» – i riconoscimenti che costantemente riceve sono solo di sprone: «Mi piace questo lavoro perché è sempre in divenire. Benché siano dello stesso modello, e lo sto per esempio notando sulle tante Testarossa che mi stanno portando, non c’è mai un esemplare uguale all’altro: su ognuno il tempo ha agito in modo diverso. Ecco perché, se in genere un carrozziere ha una lucidatrice, noi ne abbiamo 28 con un’infinità di tamponi. Tuttavia in questi anni ho imparato a lavorare con poco». Tutta questione di sapere “ascoltare” i manufatti (le auto le chiama così, ndr), con un atteggiamento molto zen, paziente: «A volte ho fatto un detailing solo con acqua e anidride carbonica, ho pulito una moquette usando la Perrier che smacchia alla perfezione e non lasciava l’odore cheap dei soliti prodotti». Il futuro? «Sogno un car detailing cui sia riconosciuta la stessa dignità del restauro delle opere d’arte». Visti i presupposti, e ancor più gli esiti, è quantomeno auspicabile

Photos by Alberto Consentino and Paolo Carlini