Maurizio Lombardi tra Cannes e Blade Runner 2099: «Il mistero ha ancora un valore»
Da Ripley a Blade Runner 2099, passando per il Festival di Cannes con Roma Elastica: Maurizio Lombardi racconta il fascino della fragilità, il bisogno di restare indecifrabili e perché oggi agli attori viene chiesto di essere sempre visibili
Cannes, durante il festival, conserva ancora alcuni momenti di silenzio quasi irreali. Prima dei flash e della macchina perfetta della celebrity contemporanea, resta per qualche ora la sensazione che il cinema possa ancora appartenere a qualcosa di più fragile e meno rumoroso dell’esposizione continua. È in questa dimensione che sembra muoversi Maurizio Lombardi. «Credo che per interpretare serva ancora una forma di mistero», racconta a ICON.
Alla 79ª edizione del Festival di Cannes arriva con Roma Elastica, il nuovo film di Bertrand Mandico, accanto a Marion Cotillard, Noémie Merlant, Isabella Ferrari e Ornella Muti. Negli ultimi anni il suo volto è diventato sempre più riconoscibile anche fuori dall’Italia: prima The Young Pope e The New Pope di Paolo Sorrentino, poi Ripley di Steve Zaillian, fino all’arrivo imminente di Blade Runner 2099.
Eppure, nonostante la traiettoria internazionale, continua a mantenere qualcosa di raro: una distanza precisa da tutto ciò che assomiglia alla sovraesposizione permanente. Un’eleganza mai completamente levigata, una presenza che sfugge alla perfezione patinata del cinema contemporaneo, che il cinema sembra aver finalmente deciso di osservare più da vicino.

Sei a Cannes con Roma Elastica di Bertrand Mandico, accanto a Noémie Merlant, Isabella Ferrari, Marion Cotillard e Ornella Muti. Che momento è questo della tua carriera?
«È un momento di passaggio, profondamente artistico e autoriale. Essere a Cannes con Bertrand Mandico, accanto a un cast straordinario di attrici come Marion Cotillard, Noémie Merlant, Isabella Ferrari e Ornella Muti, è qualcosa che mi onora profondamente. Lo vivo come il segno di un percorso che sta prendendo una direzione diversa, forse più internazionale, sicuramente più affine a un certo tipo di cinema che sento molto vicino. Mi piacerebbe che questo nuovo capitolo potesse partire proprio dalla Francia: è un Paese che amo, che sento culturalmente vicino, e che ha sempre custodito un’idea di cinema libera, sofisticata, radicale».
Cosa ti ha conquistato subito di Roma Elastica e del cinema di Mandico?
«L’affidamento totale alla sua visione. Lavorare con Bertrand è un privilegio, perché possiede un linguaggio assolutamente personale, inconfondibile. Ha qualcosa di profondamente autoriale ma mai autoreferenziale. Compone immagini, luce, corpi e movimento con una precisione quasi sartoriale, e allo stesso tempo con una libertà anarchica, viva. Ti chiede una fiducia assoluta. E per un attore, questa è una condizione rarissima».

Mandico costruisce mondi visionari, fisici, quasi febbrili. Com’è stato entrarci dentro come attore?
«È stata forse una delle esperienze più libere della mia carriera. Non mi sono chiesto cosa dovessi rappresentare o quale fosse una costruzione psicologica tradizionale del personaggio. C’era piuttosto la necessità di essere totalmente presente, disponibile all’istante, al gesto, all’intuizione. Più che interpretare, in certi momenti, avevo la sensazione di esistere dentro il suo immaginario. Ricordo giornate in cui il set sembrava quasi respirare insieme agli attori: c’era un’energia fisica, molto istintiva, che ti portava a smettere di controllare tutto. E quando succede, per un attore, è una sensazione rarissima».
Per anni sei stato uno di quegli attori che il pubblico riconosce subito, anche senza sapere il nome. Oggi senti che qualcosa sia cambiato?
«Probabilmente il mio nome è più riconoscibile nel settore che tra il grande pubblico, mentre credo che il mio volto e il mio modo di stare in scena siano immediatamente identificabili. E, se devo essere sincero, trovo quasi più bello pensare che qualcuno si emozioni davanti a una mia interpretazione piuttosto che ricordarsi semplicemente il mio nome. Se un giorno arriverà anche quello, bene. Ma l’arte, idealmente, dovrebbe poter parlare anche senza firma».

Hai mai avuto la sensazione che il cinema italiano ti considerasse “troppo particolare” per certi ruoli?
«Sì, forse sì. Quando hai un’identità precisa vieni inevitabilmente percepito in una forma definita, e questo può essere tanto una forza quanto un limite. Io credo di funzionare soprattutto nei ruoli in cui riconosco una verità, qualcosa che posso davvero attraversare. Alla fine interpreto ciò in cui credo».
La tua presenza scenica ha sempre qualcosa di elegante ma inquieto. È costruzione o natura?
«Verrebbe da dire: mi hanno disegnato così. Credo che il mio modo di vivere il cinema e il teatro parta dal materiale grezzo della mia persona. Poi inevitabilmente esiste anche una costruzione, un lavoro sul corpo, sul ritmo, sul silenzio. Ma le cose più vere nascono sempre dalla tensione tra ciò che sei e ciò che costruisci».

Oggi agli attori viene chiesto di essere costantemente visibili. Senti ancora il bisogno di difendere una distanza?
«Assolutamente sì. La distanza protegge. Non solo la persona, ma anche il senso profondo di questo mestiere. Oggi tutto sembra dover essere raccontato, condiviso, esposto. Ma credo che per interpretare serva ancora una forma di mistero. Una sottrazione. Bisognerebbe imparare a sottrarre, ancora».
Cosa significa oggi essere maschili?
«Credo che la fragilità sia una delle forme più affascinanti del maschile contemporaneo. Potersi permettere di essere vulnerabili rende meno rigidi, meno blindati, più vivi. La fragilità non va necessariamente esibita, ma custodita. E proprio in questa tensione, secondo me, esiste una forma autentica di fascino. Gli uomini oggi hanno paura di sembrare fragili perché sono stati educati per anni a performare continuamente, a non incrinarsi mai. Ma credo che il vero carisma nasca spesso proprio dalle crepe».

Il cinema contemporaneo ha perso il mistero degli attori di un tempo?
«Sì, totalmente. Anche perché oggi sappiamo tutto, troppo, continuamente. Un tempo esisteva una separazione più netta tra persona e personaggio. Oggi questi confini sembrano dissolti. Io cerco di vivere con autenticità, ma continuo a credere che il mistero abbia un valore enorme. Forse persino necessario».
Dopo tanti anni di carriera, cosa riesce ancora a metterti in discussione?
«Tutto. Sempre. Un nuovo personaggio. Un ruolo inatteso. Un linguaggio diverso. Noi lavoriamo con le emozioni, con ciò che passa attraverso di noi verso lo spettatore. Per questo mettersi in discussione non significa perdere qualcosa, ma acquisire possibilità. Ed è probabilmente l’unico modo per restare vivi».
Photo Louis Vuitton/Ludovica Arcero; styling Rebecca Baglini