Renzo Rosso: «Il futuro non si aspetta, si costruisce»

Renzo Rosso: «Il futuro non si aspetta, si costruisce»

Da un paio di jeans cuciti a 15 anni alla costruzione di Diesel e OTB, Renzo Rosso ha fatto dell’istinto una forma di visione. A 70 anni continua a guardare avanti, tra moda, lusso, tecnologia e nuove frontiere della creatività. A Venezia, Be Brave di Francesco Carrozzini racconta la sua storia attraverso l’AI

di Paolo Briscese

Renzo Rosso non ha mai avuto bisogno di aspettare il futuro. Gli è sempre corso incontro. Lo ha fatto trasformando il denim in un’attitudine, costruendo Diesel sull’idea che essere diversi fosse più interessante che essere perfetti, e poi OTB come una piattaforma capace di trasformare intuizioni e identità in un progetto internazionale. Oggi, a 70 anni, continua a muoversi con la stessa urgenza di chi non considera il successo un punto d’arrivo, ma una nuova partenza. «La curiosità. È il mio carburante», dice. E aggiunge: «Il mondo sta cambiando a una velocità incredibile e io non voglio guardarlo cambiare dalla finestra: voglio starci dentro».

Rosso non sembra interessato a proteggere ciò che ha già costruito, ma a capire cosa può ancora cambiare. Moda, lusso, creatività, tecnologia: il suo campo d’azione continua ad allargarsi, mentre l’intelligenza artificiale apre una nuova frontiera che affronta più con curiosità che con diffidenza. A Venezia, Be Brave, il film di Francesco Carrozzini, porta questa attitudine sul grande schermo attraverso un linguaggio che utilizza radicalmente l’AI. Ma il film è soltanto l’ultimo capitolo di una storia ancora in movimento. Perché, per Renzo Rosso, il futuro non è qualcosa che arriva. È qualcosa con cui misurarsi.

A 70 anni, che cosa ti fa ancora dire: “Voglio provarci”?

«La curiosità. È il mio carburante. Il mondo sta cambiando a una velocità incredibile e io non voglio guardarlo cambiare dalla finestra: voglio starci dentro. Mi sveglio e penso ancora a cosa possiamo fare meglio, cosa possiamo cambiare, cosa possiamo inventare che oggi non esiste. Non mi interessa ripetere quello che ho già fatto, anche se ha avuto successo. Il giorno in cui smetterò di avere quella curiosità, quella voglia quasi fisica di provare qualcosa di nuovo, probabilmente sarà il momento di fermarmi. Ma quel giorno, sinceramente, mi sembra ancora molto lontano».

Qual è stata la scelta più irrazionale della tua carriera?

«Una sola? [ride] La mia carriera è piena di scelte che, sulla carta, sembravano irrazionali. Ho spesso fatto esattamente il contrario di quello che dicevano il mercato, i numeri o le persone intorno a me. Ma c’è una cosa importante: essere irrazionali non significa essere incoscienti. Significa vedere qualcosa prima che diventi evidente agli altri. Io ascolto i numeri, certo. Ma poi ascolto l’istinto, la passione, il momento culturale, la modernità. Le grandi idee raramente nascono da un Excel. Se tutti i numeri ti dicono già che funzionerà, probabilmente sei arrivato tardi».

Diesel ha costruito la propria identità non cercando di piacere a tutti. Oggi è ancora possibile essere davvero diversi?

«Non solo è possibile. È necessario. Diesel non è mai nato per piacere a tutti. Abbiamo sempre fatto il prodotto in cui credevamo, con un know-how sul denim che considero unico al mondo, e lo abbiamo raccontato con una comunicazione provocatoria, ironica, irriverente. Senza chiedere il permesso a nessuno. Oggi essere diversi è forse ancora più difficile, perché tutto ti spinge verso l’omologazione: social, algoritmi, trend, dati. Tutti vedono le stesse cose e rischiano di fare le stesse cose. Per questo oggi avere un’identità forte vale ancora di più. Devi sapere chi sei e avere il coraggio di difenderlo. Anche quando non piaci a tutti. Anzi, se piaci a tutti, qualche domanda me la farei».

Photo by Steve McCurry

Che cosa ti fa fermare davanti a un’immagine, a un oggetto, a un brand?

«La bellezza. Ma non la bellezza perfetta. Mi interessa quella che ha qualcosa di strano, di nuovo, magari persino di sbagliato. Quando vedo qualcosa che non capisco immediatamente, mi incuriosisco. Mi fermo. Voglio capire perché mi sta provocando una reazione. E subito parte un altro meccanismo nella mia testa: “E se facessimo…?”. Come posso portare quell’idea nel mio mondo? Come posso trasformarla? È lì che comincia la creatività: dalla curiosità».

E che cosa ti fa perdere immediatamente interesse?

«La mediocrità. E soprattutto le cose vuote.Le persone che parlano tanto senza dire niente, i prodotti senza anima, i brand costruiti solo dal marketing. Mi annoiano immediatamente. Ho bisogno di sentire energia, contenuto, tensione. Anche qualcosa che non mi piace può interessarmi, se ha un punto di vista forte. Preferisco qualcosa che mi disturba a qualcosa che non mi fa sentire niente».

Renzo Rosso by SGP

Che cosa sarà davvero lusso tra dieci anni?

«La rarità. Viviamo in un mondo in cui tutto è disponibile, immediatamente, ovunque. Proprio per questo ciò che non può essere replicato diventerà sempre più prezioso. Un oggetto fatto incredibilmente bene. Il tempo. L’artigianalità. Un’esperienza autentica. Un luogo incontaminato. Qualcosa che ha una storia e non può essere prodotto milioni di volte. Il vero lusso sarà sempre meno “avere tanto” e sempre più “avere qualcosa che pochi possono avere”. E non parlo solo di prezzo. Parlo di unicità».

Oggi, che cosa significa per te successo?

«Creare qualcosa che prima non esisteva. Il denaro è una conseguenza. Il successo vero è guardare qualcosa che hai costruito e sentire che hai spostato un po’ più avanti il mondo, anche solo di un centimetro. Mi emoziona quando un’idea diventa un prodotto, un’azienda, un progetto, e poi entra nella vita delle persone. E alla mia età c’è anche un’altra dimensione: quello che lasci. A un certo punto capisci che non conta più quanto accumuli. Conta quanto restituisci e cosa rimane dopo di te. Per me oggi il successo è soprattutto questo: lasciare qualcosa che possa ispirare qualcun altro».

Renzo Rosso by Martin Schoeller

Quando l’istinto incontra l’algoritmo, chi deve avere l’ultima parola?

«Il cuore. Sempre. L’algoritmo può sapere moltissimo, forse un giorno saprà quasi tutto di noi. Ma non può essere te. Io adoro la tecnologia e uso l’AI continuamente. Mi dà informazioni, mi provoca, mi aiuta a vedere possibilità che magari non avevo considerato. Ma poi devi metterci il tuo DNA. La tecnologia deve amplificare l’uomo, non sostituirlo. Perché i dati possono dirti cosa è successo ieri. Per inventare domani serve ancora qualcosa che non puoi mettere in una formula: l’istinto».

L’AI può creare infinite possibilità. Qual è il rischio?

«Io sono molto più eccitato che spaventato dall’AI. Penso sia una delle rivoluzioni più importanti che vedremo nella nostra vita. Mi dà idee, informazioni, connessioni, mi stimola continuamente. È come avere davanti una porta che ogni giorno apre un’altra stanza. Naturalmente cambierà il lavoro e alcuni mestieri scompariranno o saranno completamente trasformati. È già successo con tutte le grandi rivoluzioni. Ma proprio per questo diventerà ancora più importante ciò che è profondamente umano: le mani, l’artigianalità, la sensibilità, l’emozione, l’empatia, il saper fare. Paradossalmente, più crescerà l’intelligenza artificiale, più dovremo investire nell’intelligenza umana».

A 30 anni correvi per conquistare il futuro. Oggi, per cosa vale la pena fermarsi?

«Fermarmi è una parola difficile per me. [ride] Però oggi so che per continuare a correre devi prenderti cura della macchina. E la macchina siamo noi: corpo, mente, energia. A trent’anni pensavo solo a costruire, lavorare, viaggiare, creare. Oggi continuo a farlo, ma sono molto più attento alla qualità del tempo. Mi fermo per le persone che amo. Per la bellezza della natura. Per una bottiglia di vino incredibile. Per una conversazione che mi lascia qualcosa.Ho capito che essere veloci è importante. Ma essere presenti lo è ancora di più».

In Be Brave, Francesco Carrozzini racconta la tua storia usando l’intelligenza artificiale. Che cosa hai pensato quando hai capito che non sarebbe stato un documentario tradizionale?

«Ho pensato: finalmente. Per cinque anni ho ricevuto proposte per raccontare la mia storia e ho sempre detto di no. Non volevo un documentario celebrativo. Non volevo qualcuno che raccontasse quanto sono stato bravo. Che noia. Quando è arrivato questo progetto ho sentito qualcosa di diverso. Innovazione, rischio, tecnologia, un linguaggio che non avevo mai visto applicato in questo modo. A Francesco e al team ho dato libertà totale. Non volevo controllare il racconto. Se fai un film sulla tua vita e vuoi controllare ogni scena, stai facendo pubblicità, non cinema. E soprattutto non volevo un film sul passato. Il passato mi interessa solo se serve a costruire il futuro. Be Brave parla della mia storia, certo. Ma per me parla soprattutto di quello che viene dopo».

Renzo Ross by Louis Teran

Il titolo Be Brave sembra quasi una sintesi della tua filosofia. Che cosa significa oggi, per te, essere coraggiosi?

«Essere coraggiosi significa fare qualcosa quando non hai la certezza che funzionerà. Se sai già che funzionerà, non è coraggio. È management. Be Brave per me non è uno slogan. È un modo di vivere. È dentro Only The Brave, dentro la nostra Foundation, dentro quello che facciamo e, soprattutto, dentro molte delle decisioni che ho preso nella mia vita. Io dico spesso: Be free. Be brave. Be stupid. “Be stupid” non significa essere stupidi. Significa avere il coraggio di fare quella cosa che tutti gli altri considerano folle perché non riescono ancora a vederla. Le cose veramente nuove, all’inizio, sembrano quasi sempre un po’ stupide».

Il film apre una domanda più grande sul rapporto tra uomo e tecnologia. Che cosa ti preoccupa di più: che l’AI renda tutto più facile o che renda tutto più uguale?

«Che renda tutto uguale. Che renda tutto più facile non mi preoccupa affatto. Se una macchina può liberarmi da un lavoro ripetitivo in dieci secondi, fantastico: avrò più tempo per pensare, creare, vivere. Il pericolo nasce quando milioni di persone utilizzano gli stessi strumenti, fanno le stesse domande e accettano le stesse risposte. A quel punto rischiamo un mondo perfettamente efficiente e terribilmente noioso. Per questo il messaggio che sento più forte oggi è Stay Human. Usiamo tutta la tecnologia possibile. Io sono il primo. Sperimentiamo, acceleriamo, facciamo cose che ieri erano impossibili. Ma mettiamoci dentro il cuore, l’istinto, le imperfezioni, le emozioni, la nostra storia. Perché nel futuro l’AI sarà disponibile a tutti. La differenza sarà ancora l’essere umano».