Theo James: «Credono che sia una carogna per questa faccia»
Affascinante, introspettivo, autoironico: con queste doti Theo James stabilisce il nuovo standard del protagonista maschile, tanto sullo schermo quanto nella vita privata
Cosa fa di qualcuno un signore, oggi? «Che accidenti ne so?», risponde Theo James. Nondimeno, se c’è qualcuno che possiamo definire un moderno gentiluomo, credo sia lui. L’attore britannico classe 1984 ha dalla sua l’accento, il carisma, la battuta pronta e la carriera, il cui successo è stato rilanciato dalla seconda stagione di The White Lotus, girata in Italia, dove interpreta un professionista della finanza odioso, ma che poi piace a tutti. Nel privato è un imprenditore, proprietario di due apprezzati ristoranti italiani a Londra – il Lupa a Highbury e l’Ornella a London Fields –, ha due bambini e partecipa con slancio alla vita della famiglia. La figlia apre una parentesi durante l’intervista per chiedere al papà di accompagnarla a comprare un ventilatore e far fronte così alla calura.
Ci sarebbe da dare di matto, se non fosse per una padronanza di sé che rasserena l’aria: James è l’esponente di una nuova specie di protagonista maschile, che a momenti alterni cavalca la fortunata combinazione genetica data dalle origini greco‑scozzesi oppure le fa da contrappunto, deliziandoci dallo schermo con fascino, senso dell’umorismo, cafonaggine impudente e tutte le variazioni all’interno di questo spettro.
Non stupisce quindi che si accenni a lui quando l’argomento è James Bond (d’altronde da Theo James a James Bond, metà del nome c’è già). Asserisce di non avere chiaro quale sia il canone odierno del gentiluomo, eppure ne interpreta uno in tv. Nella serie Netflix di Guy Ritchie The Gentlemen è infatti lo sfolgorante Eddie Horniman, sfacciato ereditiere di una tenuta che in realtà ospita una ingente piantagione di marijuana. Prima che esca la seconda stagione lo chiamiamo a casa e lui ci vizia con un accenno del suo classico autoesame.
Per la seconda stagione di The Gentlemen è tornato in Italia. Se lo fa mettere a contratto?
«Certo. Non mi è dispiaciuto tornare, ma siamo arrivati nel bel mezzo di un’ondata di calore, si crepava. C’era la scena di un matrimonio, che abbiamo girato in una chiesa meravigliosa, con un grande coro e tutto quello che può immaginare, ma in sostanza erano 150 persone boccheggianti. Poi è arrivata la troupe inglese e lì si è messa male: troppi Negroni e una schiera di 200 britannici».
La trama si regge sul fatto che la marijuana è illegale. Ha mai pensato che la serie potrebbe diventare un ritratto d’epoca se un domani l’Inghilterra legalizzasse l’erba?
«Credo sia ciò che succederà, no? Sono stato da poco a Toronto per delle riprese e abbiamo una casa in California, entrambi posti dove è perfettamente legale. Bisogna tenerne conto perché il pubblico mondiale rimane perplesso, penso soprattutto a canadesi e statunitensi che si chiedono dove stia il punto, se a loro basta uscire di casa e scegliere dove andare a comprarla. Ma come dice sempre Guy (Ritchie), la coca è tagliata male e il crack è da balordi».
Gli ultimi ruoli non le hanno richiesto grandi trasformazioni fisiche, anzi sembra quasi che lei si dedichi ai personaggi a cui il suo volto si addice di più. È un filone costruito intenzionalmente?
«Ma no, è andata così, che ci vuoi fare? Sarà che sono pigro (ride, ndr). Quando sei giovane cerchi a volte di evadere da ciò che sei, io ci ho provato in molti modi, ma crescendo mi sono accettato».
Lei ha in co‑proprietà due ristoranti a Londra: a questo progetto, invece, come si è arrivati?
«Adoro mangiare, anche se ai fornelli sono terribile. E vado matto per il vino. Sono cresciuto con mio nonno che era un appassionato di enologia e di cibo greco, mentre mio papà è un estimatore di qualsiasi tipo di vino, quindi è un mondo che mi attirava. Mi ci sono avvicinato anni fa, quando onestamente non potevo permettermelo. Quello che invece volevo evitare era metterci soltanto i soldi e dire di avere dei ristoranti. Questi locali fanno parte della mia quotidianità. Proprio ieri ho sostituito la tavoletta in uno dei bagni. Al Lupa c’è un’opera d’arte che prima era sopra al letto dove dormo con mia moglie perché all’epoca non potevamo permetterci di comprare questo genere di corredi per il ristorante. Sono luoghi intimamente personali».
Ci sarà pur qualcosa che è capace di cucinare.
«Pane tostato e imburrato».
Nel prepararmi alla nostra chiacchierata mi sono imbattuta in questo suggerimento di Google: “Theo James è un bravo ragazzo?”. Viene da pensare che sia dovuto al suo personaggio in The White Lotus.
«Secondo me la gente dà per scontato che io sia una carogna perché ho questa faccia. Però sì, il protagonista di The White Lotus è un tale autentico bastardo che molti avranno pensato: “Quello lì sarà uguale, sarà una canaglia.” Ma spero di non corrispondere a questa descrizione».
Molti attori usano i social per mostrare la loro “vera personalità”. Dato che lei non è su queste piattaforme, dà più peso alle interviste per sottolineare di essere effettivamente un bravo ragazzo?
«No, perché sarebbe un’operazione così calcolata che se lo facessi credo che diventerei sociopatico. Quello che è accaduto, in realtà, è che ai primi passi in questo settore ero teso, camminavo sulle uova perché pensavo che se avessi rivelato determinate cose sarebbe venuta meno la mia privacy, quindi le interviste erano davvero toste per me. Quando cercano uno spunto interessante o insolito i giornalisti non fanno altro che il loro lavoro, mentre io alzavo una barriera dopo l’altra, che è il modo perfetto per mandare a rotoli l’intervista e rendere la vita difficile a entrambi».
So che ha un lato un po’ filosofico, immagino si dedichi a riflettere sull’immagine che dà di sé, a mettere in discussione il suo ego e altri temi simili…
«Assolutamente, finisco per farlo anche durante le interviste. Quelle e la terapia sono le occasioni in cui sei costretto a riflettere su te stesso da una prospettiva distaccata, che è un’operazione complessa, soprattutto per noi britannici che passiamo il tempo a scusarci di essere come siamo».
Lei è l’ultimo di vari fratelli: ce li ha tutti addosso?
«Sì, mi sfottono sia loro sia i miei amici. Sembra inventato di sana pianta ma è così: agli amici storici della scuola e dell’università non importa niente di tutto questo, per loro sei sempre lo scemo delle superiori o lo sfigato del primo anno che è svenuto sulla pizza».