Adriano Giannini

Adriano Giannini

Chiacchierando di 20 anni di carriera, 50 di vita, del film con Nanni Moretti, di amore, amici, progetti e ritiri agresti. Ma con un’avvertenza: non chiamarlo più sex symbol

di Andrea Giordano

«Competitivo? Lo sono nel tennis: lì magari preferisco perdere, ma facendo quei due colpi belli, come dico io». Ed è così che Adriano Giannini, fan dichiarato di Federer e Musetti, inizia la nostra chiacchierata, raccontando di strade percorse, volutamente impervie, macinando esperienze, immaginari, pochi rimorsi, molte consapevolezze, rinnovati desideri e tanti incontri, come con Heath Ledger, doppiato magistralmente ne Il cavaliere oscuro. «Quando lo conobbi a una festa nel 2007, alla Mostra di Venezia, sembrava a disagio, inquieto, eppure dotato di una fragilità particolare: non era un ribelle, come tutti potrebbero credere, semmai un’anima bella, che però vedevo tormentata». Vent’anni di carriera, 50 di vita, scanditi anche «da momenti di dolce far niente» e dal «timore dei 40», scherza Giannini, ma nei quali, rivelerà, ha attraversato fasi diverse. «Vivo le cose senza troppi filtri, ma sicuramente devo l’approccio professionale a un certo tipo di educazione ricevuta dai miei genitori (Giancarlo Giannini e Livia Giampalmo, nda) e riguardo il valore del lavoro». Una premessa: non chiamatelo più sex symbol, ormai è qualcosa che lo “urta”, anzi, sull’argomento rilancia: «Non amo stare al centro dell’attenzione; dopo tanto tempo essere fotografato m’intimidisce ancora anche se, a differenza di altre volte, in questo servizio per Icon mi sono divertito, si è stabilita intesa, ero bravo, quasi da modello navigato».

Giacca, camicia e pantaloni Brioni

Concretezza allora, prima di tutto, nella propria visione, quanto generosità nell’aprirsi, dando il massimo, sempre, comunque, come nell’ultimo, corale, lavoro di Nanni Moretti, Tre piani, adattamento del romanzo di Eshkol Nevo, presentato in anteprima al Festival di Cannes e in sala dal 23 settembre, distribuito da 01. Un film-summa per il regista de La stanza del figlio e Caro diario, nel quale, attraverso personaggi e intrecci diversi, torna ad affrontare temi universali, dal senso di giustizia all’essere genitori, la perdita, la responsabilità, così quanto le nostre scelte, azioni, a un certo punto ci portino verso delle conseguenze. «Qui interpreto Giorgio, un uomo che lavora fuori città, rientra, riparte, sa essere attento sì, ma assente, avvolto dal senso di colpa com’è rispetto al disagio della moglie (Alba Rohrwacher, nda), forse neanche lui sa quanto sia veramente stabile. Rappresentiamo uno dei piani del racconto. È essenzialmente una relazione fondata sulla paura di una malattia mentale, riguardo il personaggio di lei, più nell’ordine della schizofrenia, della dissociazione, un rapporto influenzato, per entrambi, da ciò che potrebbe avvenire nel manifestarsi di questo disagio».

Giacca, camicia, pantaloni e stivali Brioni

Una “prima volta” allora, quella tra Giannini e Moretti, felice e speciale. «Nanni è una persona che conosco da molti anni», sottolinea, «perché in qualche modo, in alcuni momenti della vita della mia famiglia, in particolare di mia madre, ha fatto dei gesti importanti, semplici, reali, di presenza e vicinanza, che so e ho visto. Di lui si sono sempre dette, e sentite, mille cose; io posso solo dire di aver avvertito una grande umanità. Bastava uno sguardo, un abbraccio, dal primo istante che ci siamo visti per questa pellicola, da parte mia c’era questo senso di riconoscenza umana e lealtà. Ci siamo posti così, reciprocamente. Nanni è estremamente intelligente, autoironico, uno dei pochi in grado di tener fede al proprio carattere, a ciò in cui crede. Alla fine è molto più semplice di come viene raccontato: sa essere un regista pignolo, preciso sul fatto che ogni persona sia al posto giusto, ma sono tutti aspetti che io ho sempre considerato normali, perché è quel sistema che conosco bene, avendo lavorato per 12 anni dietro le quinte come cine-operatore e assistente alla regia». Una gavetta formativa, classica, in quel mondo-set dove, collaborando al fianco di autori come Giuseppe Tornatore, Ermanno Olmi, Anthony Minghella, Giannini si è costruito poi la propria palestra artistica, provando a non pensare troppo alla drammatica scomparsa del fratello Lorenzo, avvenuta nel 1988. «È qualcosa che rimane sempre addosso. Ma invece di prendere chissà quale deriva, anche la più distruttiva, in quel contesto mi sono invece aggrappato, trovando una forma di indipendenza, già a 19 anni. Avevo l’esigenza di emanciparmi, guadagnare, liberarmi: imparai allora il mestiere, vedevo all’opera le migliori produzioni, i migliori maestri, cominciavo ad accogliere tutto in maniera seria. Realizzavamo film di 150 milioni di dollari, ma anche quelli d’autore, i documentari. Si era macchinisti, fonici, conoscevamo il cinema da tante angolazioni. Però, più portavo sulle spalle la macchina da presa, e nessuno doveva levarmela, più era come portare la mia croce, e non pensare. Dicevo “faccio e vivo”, anche se le cose poi a un certo punto si devono comunque affrontare, non puoi evitarle. Volevo il mio di percorso, sperimentare altri contenuti. Misi allora da parte i soldi, per studiare regia».

Abito e camicia Fendi

Un sogno, tutt’oggi, per mostrare quel lato nascosto che in effetti si è concretizzato attraverso due ottimi cortometraggi, Il gioco e Sarà per un’altra volta, rimasti gli unici esempi di un talento d’osservatore, ora in cerca di evoluzione. «Per qualche anno ho sperato di debuttare in un lungometraggio», ammette, «poi, anche per colpe mie e difficoltà, non è stato possibile. Forse mi è mancata una certa caparbietà nel perseguire. Adesso credo che il mercato sia maturo, più facile, con maggiori possibilità, anche per me. Così riordino idee, e le immagini prendono lentamente forma, lavorando nella mia testa. Dirigere è una posizione, nella quale, quando è capitato, mi sono sempre sentito bene».

«Per qualche anno ho sperato di debuttare in un lungometraggio. Poi, anche per colpe mie e difficoltà, non è stato possibile. Forse mi è mancata una certa caparbietà nel perseguire. Adesso credo che il mercato sia maturo, più facile, con maggiori possibilità, anche per me. Così riordino idee e le immagini prendono lentamente forma. Dirigere è una posizione nella quale, quando è capitato, mi sono sempre sentito bene».

Giannini è soprattutto il volto e la voce eclettica che conosciamo, quello inizialmente “travolto da un insolito destino”, capace di trasformarsi poi al servizio di autori come Sorrentino, Muccino, Archibugi, Luchetti, e lì di fare la differenza. Anche in ambito seriale, nel quale lo vedremo tra i protagonisti di Bang Bang Baby, crime drama targato Amazon ambientato negli anni 80, dove interpreta un cattivo e spietato manipolatore: «Un progetto ambizioso, qualcosa di completamente nuovo nel panorama italiano, per come è stata scritta, girata, recitata: è molto pop, comedy, drama, pulp, densa di relazioni ed emozioni».
Il cinema visto allora come forma di divertimento, voglia di osare, «come magica intuizione della realtà». «Da piccolo vedevo i film di mio padre, quelli legati al sodalizio con Lina Wertmüller, Pasqualino Settebellezze, Film d’amore e d’anarchia, ma anche altri, come Il bestione di Corbucci, o Sessomatto, innamorandomi del grande schermo vedendo Incontri ravvicinati del terzo tipo o E.T. l’extra-terrestre. Un attore alla fine deve essere egocentrico, trovando il giusto compromesso tra dialogo e condivisione, non deve temere di portare avanti le sue idee, di accettare i rifiuti. A rimanermi impressi sono invece i momenti di onestà e libera comunicazione».
Momenti da proteggere, e nei quali sviluppare nuove creatività e intuizioni, le stesse portate avanti insieme alla moglie, la designer di moda Gaia Trussardi, con la quale si è lanciato oltremodo nella scrittura di fiabe e favole romantiche. «Credevo di essere il maestro dell’incompiutezza, invece vorremmo pubblicarle». Appena sposati, da Roma, si è trasferito a Milano, che «oggi è diventato il mio comprensorio, bicicletta, Naviglio, tennis, parco, il cane, l’adorata Alma. Gaia, però, ha cambiato l’assetto, dandomi stabilità, chiarezza, priorità, cose che prima forse mancavano. Insieme coltiviamo un sogno concreto, comune, desiderato fin da bambini: trasferirci in campagna, nella Val di Cecina, dove da poco abbiamo preso un casale. Lì vorremmo dedicarci alla natura, a una vita tranquilla». 

Giacca in denim, camicia, jeans, cintura e occhiali da sole Brioni
Maglia collo alto e pantaloni Fendi, calze Gallo

Altri obiettivi? «Adriano Panatta, uno dei miei miti di sempre, tutt’ora, vorrebbe organizzare una cena con papà, non si sono mai conosciuti: mi impegnerò, voglio filmare tutto, stando in silenzio e magari provocandoli. E poi... una sfida con Nanni. Lui è un appassionato come me di tennis e, anzi, dovevamo giocare, c’è una partita sempre rimandata, che durante il film non è stato possibile mettere in atto. Ma adesso è nell’aria, quindi rilancerò il guanto».

Foto apetura: Total look Brioni

Photos by Stefano Galuzzi;  Styling by Ilario Vilnius 

Grooming: Franco Chessa @Freelancer; Styling assistant: Federica Arcadio