Blanco

Blanco

Quattro milioni: gli ascolti mensili del suo ultimo album. Diciannove: gli anni. Numeri pazzeschi per Blanco, la cosa più vicina a un “cantautore” dell’era post-trap, ragazzo di paese che si sta prendendo tutto. Anche Sanremo. Merito di un mostro, dice lui.

di Fabio De Luca

Incontro Blanco il giorno dopo la grande nevicata milanese del ponte di Sant’Ambrogio. Il suo treno, in arrivo dall’entroterra bresciano, ha un po’ di ritardo appunto per robe di scambi ferroviari gelati, ma in città la neve è ormai acqua, ed è pure venuto fuori il sole: peccato, perché “È tutto Blanco” sarebbe stato un gran titolo. Che poi, visti gli incredibili ultimi mesi del diretto interessato, si potrebbe lo stesso dire che è tutto Blanco: quattro milioni di ascolti mensili su Spotify (per avere un termine di paragone: Vasco Rossi ne ha un milione e sei); doppio platino per l’album d’esordio Blu Celeste, pubblicato lo scorso settembre (che nel giorno dell’uscita è stato il terzo album “nuovo” più ascoltato su Spotify nel mondo).

Blanco
Abito Louis Vuitton, tank top Dsquared2, sneakers Ral7000Studio


È, evidentemente, il classico momento in cui tutti vogliono qualcosa da te: una foto, un’opinione, un’intervista. Ma lui – cioè Riccardo Fabbriconi, cioè Blanco, 19 anni il mese prossimo, è la cosa più vicina a un “cantautore” di quest’epoca post-trap – sembra viversela benone. «Sono fuori da tutti i giri», dice. «Sto nel mio paesino, non mi accorgo di nulla». Il paesino in questione è Calvagese della Riviera, neanche 4.000 abitanti, una trentina di chilometri da Brescia in direzione lago di Garda: il posto dove è nato e cresciuto. «Non la sento mica, tutta questa pressione».

Tank top Ann Demeulemeester (antonioli.eu), jeans Fendi.

Anche perché gli amici sono rimasti quelli di “prima”, dettaglio che di certo aiuta molto a rimanere con i piedi per terra: «Il giorno in cui è uscita la notizia che andavo a Sanremo», racconta, «mi hanno telefonato tutti, sì, ma mica per farmi i complimenti. Per sapere se la sera uscivo e se ci vedevamo al solito posto». La dannata provincia da cui si scappava appena possibile, quella contro i cui ristretti orizzonti si sono scagliate generazioni di autori/scrittori/artisti, sembra del tutto riabilitata. Sarà decrescita felice pure questa, magari. «Ma no, anch’io ho avuto le mie crisi, l’ho anche scritto in una canzone». Il posto “dove tutto è maledetto” in Mezz’ora di sole, certo, la canzone che apre l’album, per certi versi anche la più esplicita e feroce (“nel 2018/sporco di fango/mi volevo ammazzare”, tanto per dire). «Più cresco, però, più mi dico: “però che bello stare qui”».

“Qui” è anche il posto in cui, come ha raccontato in lungo e in largo nei mesi passati, ci sono i boschi nei quali Blanco ama andare a correre, nudo o semi-nudo. Immagine di grande potenza naturalistica (oltre che parecchio sexy), che riverbera un po’ in tutto quello che Blanco scrive e fa. Per lui, dice, cantare è soprattutto una cosa fisica: «Ho capito che è come quando giocavo a calcio, e c’era quel contatto fisico, a volte anche violento, con l’avversario. Con le canzoni è lo stesso: sono uno sfogo, sono energia». E poi: «Scrivere è bello perché ogni volta che butti fuori qualcosa di tuo è come se quella parte lì diventasse veramente il tuo passato. Prima era ancora troppo viva, dopo puoi finalmente vederla come una cosa esterna a te».

Freud avrebbe magari qualcosa da ridire, ma per Blanco funziona così, e funziona bene. «Scrivo quando sento dentro l’esigenza assoluta di farlo», continua. «Cioè, non è che mi metto lì in qualsiasi momento e tiro giù un testo, devo essere in un momento particolare». Cioè ispirato? «Più che ispirato… Non so, devo essere in un momento in cui sento che in quell’istante non potrei fare altro se non scrivere». A questo proposito, Blanco ha una specie di (diciamo) teoria che gli quadra più di tutte le pippe sull’artista come essere speciale. «Guarda, è un trip da fuori di testa, te lo dico io prima che lo dica tu…». Ottimo, dai. «…Ma non riesco a smettere di pensarci. Qualche mese fa ho conosciuto un artista, in una galleria a Milano. Adesso non ricordo il nome, ma era un gran tipo, molto interessante.

Blanco
Camicia Dior

Abbiamo iniziato a parlare, e mi ha detto che secondo lui ciò che tutti noi raccontiamo arriva da un mostro che abbiamo dentro. Ma quel mostro non è “nostro”, viaggia da persona a persona, per cui magari in questo momento qualcuno ha dentro il mostro che fu di John Lennon. E non è neanche detto che il mostro che era stato dentro John Lennon oggi sia dentro un musicista: potrebbe essere, boh, dentro un pilota di Formula 1, e però questo farà di lui un pilota di Formula 1 diverso dagli altri, uno che magari accelera quando gli altri rallentano…».

Blanco
Vestaglia Brioni, pantaloni Saint Laurent by Anthony Vaccarello

Senza per forza scomodare Socrate, Platone e il concetto di , l’idea di un “daimon” che ti possiede con le sue visioni creative probabilmente illustra alla perfezione quel senso di “non poter fare a meno di” (di scrivere, di cantare) che ribolle dentro Blanco. E che a volte lo spinge a fare cose matte, tipo dire di sì a Sanremo. Tra un mese esatto, lui e Mahmood saranno insieme a rimpallarsi l’adrenalina sul palco dell’Ariston. «Ho accettato di farlo perché forse mi stavo troppo sedendo, avevo bisogno di qualcosa che mi scuotesse, che mi tirasse via dal paesino anche. Tipo bungee jumping, hai presente?». Eh, come no. «Poi sarà anche divertente. Almeno, spero».

Photos by Giampaolo Sgura,  Styling by Tiny Idols, Edoardo Caniglia; Grooming: Andrew Guida @Blend Management, using Davines. Styling assistant:Federica Arcadio