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La New York di Lee Grant: Broadway, l’amore per l’Upper West Side, l’attivismo

di Alessandra Mattanza - 7 Luglio 2020

È una delle ultime icone di Hollywood, ma anche di quel mondo di divi del passato che non esiste più. Lee Grant ci racconta la sua New York in un’intervista esclusiva.

«Mi annoio facilmente. Ma non ricordo di essermi mai annoiata a New York. Quando lavoro non sono mai annoiata, mi succede, però, quando non avverto il ritmo della città. Allora non mi sento bene con me stessa. New York è il mio nido, New York è la mia casa. La mia Broadway. La mia West End Ave. La mia Riverside Drive. Tutto questo è per me casa», dice Lee Grant.

Meravigliosi occhi profondi che incontrano lo sguardo degli altri, carichi di un’attenzione curiosa e attenta, una personalità spiccata e carismatica, forte e decisa, Lee Grant si definisce di età indefinita, tra i 92 e i 94 anni.  È una delle ultime icone di Hollywood, ma anche di quel mondo di divi del passato che non esiste più. Tra i suoi film si annoverano Pietà per i giusti, con Kirk Douglas, per cui vinse il Festival di Cannes col premio per la migliore interpretazione femminile, La valle delle bambole, con Sharon Tate e Susan Hayward, e Shampoo, con Warren Beatty, per cui, dopo quattro nomination, vinse l’Oscar come attrice non protagonista, Mulholland Drive di David Lynch.

L’Upper West Side è, in particolare, la città di Lee Grant. «New York, come mi piace ripetere, è la mia casa. W 148th Street e Riverside Drive: sono cresciuta in una brownstone a quell’angolo. E, con me, viveva, a quel tempo, la mia famiglia, costituita da mia madre, mia zia, mia nonna, e tre zii. Quando mia madre e mio padre, che si erano separati, tornarono insieme, decisero di andare a vivere in un appartamento vicino a quella casa...» rammenta con una certa commozione. «Il mio mondo era a Broadway. La metropolitana, le librerie, i negozi di scarpe, quelli di gioielli. Il mio mondo era a Washington Heights», continua. Una memoria unica? «Ricorderò sempre di quando andai a vedere Wuthering Heights. Avevo dieci anni ed ero sola, in un vecchio cinema presso Broadway. Mi innamorai di Heathcliff, il personaggio maschile interpretato da Lawrence Olivier. Sono tuttora innamorata di lui!», confessa.   

Nata a Manhattan, ebrea, sempre attiva nell’ambiente culturale e intellettuale, Lee Grant nel 1952 finì nella Hollywood black list, la “lista nera” di coloro che erano considerati comunisti o, comunque, dissidenti. Per lei, da allora, fu molto difficile lavorare, ma non mollò. E non ebbe mai paura di manifestare il suo pensiero, come le sue idee politiche, che, al momento, sono fortemente contro il Presidente Donald Trump.

Dopo una lunga carriera da attrice, si è successivamente dedicata alla professione di regista e produttrice. 20th Century Woman: The Documentary Films of Lee Grant, una retrospettiva che raccoglie tutti i suoi documentari da regista, al momento visibile nei cinema virtuali negli Stati Uniti. Tra i documentari più belli ci sono A Father… A Son… Once Upon a Time in Hollywood, dove Lee intervista Michael e Kirk Douglas, e Down and Out in America, che ha vinto l’Oscar e che esplora la povertà negli Stati Uniti, facendo una critica alla politica di Ronald Reagan. Ma tutti i documentari hanno qualcosa di speciale e rispecchiano, allo stesso modo, l’anima di una newyorchese che affronta la realtà in una maniera intimista, profonda, diretta. La retrospettiva (per vederla: www.hoperunshigh.vhx.tv/products) è curata dall’attore, regista e produttore Taylor A. Purdee, che ha realizzato nuove interviste con lei e con cui Lee ha recitato nel musical Killian & the Comeback Kids, in uscita nei prossimi mesi. 

Riguardo al problema del razzismo in America, Lee ha diretto anche Sidney Poitier: One Bright Light, in cui ha intervistato Poitier, chiedendogli di parlare della sua esperienza come uomo e come uomo di colore a Hollywood e in America. «Sono stata molto felice di vedere le proteste pacifiche. Ho un genero afroamericano e nipoti multirazziali, che so entreranno in un mondo che, in questo momento, ha le “braccia aperte” per loro. Per me, oggi, guardare la televisione e vedere che ogni singola stazione, tra cui FOX5 e BBC, è stata presente al funerale di George Floyd per cinque ore e mezza è veramente incredibile. Vengo dal passato, e sono elettrizzata al pensiero che tutte queste “porte” si stiano aprendo».

Lee ha subito la discriminazione “sulla sua pelle”, prima che per le sue idee, ancora nella sua infanzia. «Ero una bambina che passava molto tempo per strada. Mi era permesso di camminare dalla W 148th St. fino a Broadway, di girovagare, di andare alla 5th St. and 10th St. Potevo anche andare al cinema da sola. Ma mi capitò di vedere l’ingiustizia, per mia esperienza, e di cercare di fermarla, quando avevo solo otto anni. La mia New York, allora, era un posto sicuro, dove non era necessario per un bambino essere tenuto per mano, ma le ingiustizie possono sempre accadere. Quel momento fu una parte importante che segnò tutta la mia esistenza. Fu ingiusto per me, come bambina ebrea, sentire come le suore di Covent Avenue dicessero agli altri studenti: “Lanciatele i chiodi, è un’ebrea!” Fui ridotta a un soggetto ridicolo, da prendere in giro. Allora ero totalmente ingenua… Non so nemmeno come sapessero che ero ebrea. In quel senso ero una bambina molto protetta che viveva nel suo universo».

Lee ora si è trovata a dover fronteggiare perfino il Coronavirus nella sua New York, quasi, dai ricordi del passato, fosse stata proiettata in un film futurista. «Sono appena uscita a fare una passeggiata. Di solito porto a spasso il mio cane. Mentre camminavo, mi sono resa conto che hanno chiuso West End Avenue e che tutti giocavamo per strada. Era bello, a modo suo. Stare a casa mi ha dato la possibilità di intrattenermi con la televisione. Ho scoperto serie straniere davvero fantastiche come Linea di condotta, L’amica geniale, A Place to Call Home, e la serie svedese The Restaurant (Vår tid är nu)» ammette, dimostrando la sua incredibile capacità di adattarsi alle situazioni, combattendole meglio che può.

Lee è comunque entusiasta di ricominciare la sua vita normale. Il suo posto preferito a New York? «L’Upper West Side. Barzinis Market è proprio all’angolo di casa mia, è un locale gestito da ebrei medio-orientali. Al momento molti negozi, bar, ristoranti sono ancora chiusi, purtroppo, ma di solito mi spingo a passeggiare lungo la via Broadway, dove se ne trovano molti e mi diverte passarli in rassegna, almeno di tanto in tanto, e osservare la gente. Inoltre ci sono le librerie, come Barnes & Noble (al 2289 Broadway, n.d.r.), che è sempre una destinazione interessante per me. Come tanti newyorchesi amo camminare».

E, per il futuro? «Nel mondo odierno, a volte, i miei pensieri sono confusi, riguardo i mezzi di comunicazione. Ora mi confronto con libri e video, prima esistevano solo i libri. In compenso penso continuamente a scrivere. Il mondo virtuale è così differente. Per me se qualcosa non è sul giornale, non è nel mio universo. Ma, per esempio, mi appassiona e mi ispira vedere i miei documentari, realizzati nel passato, in questo “nuovo reame”. Penso a come le nuove generazioni possano conoscere il potere delle storie e come tutto abbia una diffusione tanto vasta, in un mondo così nuovo, in un contesto tanto diverso. Eppure, quelle storie hanno il potere e la familiarità di una volta, per comprendere come tutto è cambiato e, in alcuni casi, quanto poco è cambiato in così tanti altri», conclude.

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