Uomini

In conversazione con Ethan Hawke: “l’ansia dà energia alla vita”

di Andrea Giordano - 31 Marzo 2020

Una carriera brillante, che l’ha trasformato nel volto di una generazione. Ethan Hawke rivela pensieri e riflessioni sul passato ripercorrendo le ultime avventure cinematografiche.

«L’arte mitiga la paura, Non penso ci siano linee di confine tra ciò che puoi o non devi fare, ma a volte i pensieri, gli istinti, vanno lasciati andare. Recitare è come incantare, è come Macbeth, crea seduzione».

Sembra ieri, invece sono passati 31 anni da L’attimo fuggente, capolavoro con protagonista Robin Williams, capace di insegnare ai suoi studenti “come combattere per trovare la propria voce e cercare nuove strade”. In quel ritratto, un giovanissimo attore, diciannovenne, iniziava a mostrarsi in tutto il suo talento e splendore: Ethan Hawke. Da quel momento è diventato uno dei volti simbolo della sua generazione. Una carriera scandita da piccoli e grandi progetti, alcuni diventati davvero di culto, da Giovani, carini e disoccupati, a Gattaca, collaborando con autori come Schrader, Fuqua, o Joe Dante (il debutto fu in Explorers). E ovviamente Prima dell’alba (di cui ricorrono i 25 anni), il primo capitolo di una trilogia pensata da Richard Linklater, a cui seguì Before Sunset – Prima del tramonto e Before Midnight, entrambi sceneggiati anche da lui (e Julie Delpy), che hanno portato a due delle quattro nomination agli Oscar.

Una statuetta mancata per un soffio, come co-protagonista di Denzel Washington in Training Day, e in Boyhood. La scrittura come fonte di sfogo creativo, e la capacità in egual modo di confrontarsi dietro la macchina da presa come regista, sono diventate poi gli strumenti migliori per raccontare nuove storie, da The Hottest State (L’amore giovane) fino al biopic, Blaze, ispirato alle vicende del cantautore country Blaze Foley, morto a soli 40 anni. Riguardo alle ultime scommesse personali, c'è senza dubbio First Reformed (recuperabile su Amazon Prime Video), dove Ethan Hawke veste i panni di un prete in crisi di identità.

Qui interpreta un personaggio diviso, ma di grande spiritualità. Cosa ritrova di sé?
Mia nonna aveva la sensazione che sarei diventato un prete (ride, ndr), avrei dovuto fare attenzione alla mia vocazione, ma pregavo perché la chiamata non arrivasse mai. Per fortuna sono diventato attore. La religione, il rapporto con la fede, la morale, sono comunque temi vicini alla mia vita.

In che senso?
Il personaggio del film è un “fan” di Thomas Morton, il grande riformatore sociale, mio padre, da ragazzo, me ne fece leggere alcuni libri, ha avuto un impatto importante, apparteneva già a un certo tipo di formazione ricevuta. La mia famiglia aveva sfiducia nella celebrità, nella fama, credeva ne potessi rimanere accecato. Ripenso all'ultima volta che parlai con River Phoenix, sembrava ossessionato dalle aspettative delle persone, dalle etichette che gli avevano incollato, capii che non ero così, e che quello che mi circondava era finto. Questo ruolo sembrava mi aspettasse da tempo, ho potuto mettere molto di me stesso in questo personaggio. Un uomo solo di fronte ai suoi demoni, insomma. Tra speranza e disperazione. La pellicola non dà una risposta, ma pone degli interrogativi. Neanche la vita lo fa spesso. L’essenza della mia ricerca, talvolta, è rendere vere le cose che ci assillano, dare un senso agli incubi, alle ossessioni, veicolandole in una sorta di guarigione, non saprei come spiegarlo, ognuno di noi ha il suo metodo, ma quando riesce permette di aprirsi agli altri.

La vulnerabilità è un buon percorso per analizzarsi?
Nella recitazione a volte bisogna aggiungere qualcosa di sé, dei piccoli segreti, ma abbiamo poco tempo per poter fare bene. L’ansia, diceva Bernstein, anima a non aver paura, dà energia alla vita, forse è questo il vero ostacolo, tendiamo ad affrontare le cose che ci circondano senza davvero averne coscienza, senza una certa tensione, attenzione, questo crea dei blocchi nei rapporti, così all’interno del tuo lavoro. Quando non vedo fiducia, divento una versione più piccola di me stessa, facciamo tutti degli errori, la chiave è cercare di migliorarli.

Prima dell’alba e Julie Delpy: cosa le viene in mente?
Desiderio di sperimentare. Julie è diventata una delle registe più brave in circolazione, voleva dirigere, ha incontrato degli ostacoli, che io invece non ho avuto. Le donne devono continuare a far sentire le proprie le proprie storie, sta già cambiando il sistema, siamo un club meno maschile per fortuna.

Prima accennava ad alcuni autori, quali sono letture che l’hanno maggiormente formata?
La letteratura americana in generale non mi ha trasmesso granché, fatta eccezione per il movimento trascendentalista. Parlo di Ralph Emerson, Walt Whitman, Thoreau, per loro sento una forte ammirazione, e poi trovo in questo filone una connessione importante col mondo di oggi, la nostra idea di leadership, la crisi ambientale che affrontiamo. Ci sono comunque altri nomi, come James Baldwin e Tennessee William.

Da attore, invece, a chi ha guardato di più?
C’è un certo livello di narcisismo quando si esce dalla propria zona confort, per me il cinema è Robert Redford, Spike Lee, Warren Beatty, grandi registi e attori, capaci anche di dirigersi. A me non piace, non ci riuscirei.

Blaze invece racconta di musica, quanto è stata importante?
Passo dall’opera alle atmosfere country western a quelle folk, è come un viaggio nel tempo. Quando sento Beethoven penso al fatto che sia un’eredità intoccabile, a cui ciascuno può attingere, continua a far parte della nostra tradizione, la differenza nella musica è come narriamo le storie. Le canzoni possono farlo, perché raccontano sensazioni, amori, momenti dolorosi, memorie. Molti uomini hanno la crisi di mezza età, magari comprano una Porsche, io al contrario ho girato un documentario su un pianista ottantenne, Syemour Bernstein.

Ha mai pensato di comporre?
Quando ero giovane. Pensavo di fare di tutto, forse era la sicurezza dell’ignorante. Oggi più divento “saggio”, più ho rispetto delle piccole cose, e le guardo senza nostalgia. Provo una grande emozione a teatro, quando sto sul palco, nel condividere davanti al pubblico. Là non puoi mentire, se non sei vero il pubblico lo capisce.

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