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Matt Dillon: “il bello arriva adesso”

di Andrea Giordano - 24 Luglio 2020

Regista e attore, Matt Dillon, uno dei volti più rappresentativi della sua generazione, si confessa al Filming Italy Sardegna Festival, nei panni di Presidente onorario. Tra ricordi, attualità e oltre 40 anni di carriera, per lui adesso la sfida torna dietro la macchina da presa, nel progetto più inseguito, un documentario sul grande musicista cubano Francisco Fellova.

Da ragazzo della 56esima strada e Rusty il selvaggio (lanciato da Coppola), all’uomo saggio e consapevole di oggi, soprattutto di quanto vuole ancora fare, nonostante una carriera, difficile a crederci, cominciata nel lontano 1979, in Giovani guerrieri, incentrato sul disagio giovanile. Il protagonista è sempre Matt Dillon, uno di quegli esempi intatti del sogno americano fatto persona, chiamato, però, a rinnovarlo ciclicamente grazie a scelte e generi sempre diversi. 

Drammatico, brillante, torbido, sadico, lo hanno voluto in molti, ma è solo per merito di alcuni che è riuscito a dare il meglio: Gus Van Sant (Drugstore Cowboy o Da morire), i fratelli Farrelly (Tutti pazzi per Mary), o Paul Haggis, che nel 2004 gli offre la parte del poliziotto razzista (poi redento) di Crash – Contatto fisico, interpretazione baciata dalla nomination all’Oscar come miglior attore non protagonista. L’occasione per incontrarlo arriva all’interno del Filming Italy Sardegna Festival, diretto e ideato da Tiziana Rocca, dove nel ricoprire il ruolo di presidente onorario, decide di ripercorrere la strada fatta, raccontando di sé e dei suoi prossimi progetti: Land of Dreams, satira politica su un’America chiusa dentro ai propri confini, e Proxima, dentro una tuta spaziale nei panni di astronauta al fianco di Eva Green. L’attualità da un lato, e dall'altro gli ambienti futuristici, di cui - dice - va matto, ma mai quanto quell’ambizione, tornata a essere realtà, da dietro la macchina da presa (a 18 anni da City of Ghosts), raccontando di vita, passione e musica.

A proposito di salti nel tempo. Recentemente ne ha fatto uno in “Capone”, protagonista Tom Hardy: che esperienza è stata?
La cosa intrigante del progetto è il fatto che la figura di Al Capone non esca glorificata. Al contrario, lo si è invece osservato quasi nel suo sogno mentale, privo di lucidità, ed è proprio qui che entro in scena io, nella maniera più bizzarra, nei panni del migliore amico, o chissà forse solo di un fantasma. Davvero è stata una bella immersione.

Dopo molti anni, però, a breve (l’anteprima sarà al prossimo San Sebastian Film Festival, ndr), presenterà finalmente il suo documentario da regista, El Grande Fellove, dedicato al musicista e cantautore cubano Francisco Fellove. Perché lui, cosa l’ha affascinata?
È stato un uomo straordinario, unico, carismatico, uno dei primi veri rappresentanti, fondatori, appartenenti al genere “scat”, una forma di virtuosismo della musica jazz, di cui peraltro hanno fatto parte altri giganti, come Ella Fitzgerald. Ha inciso dischi per vent'anni, intrattenendo come solo i grande showman sanno fare: entrava in una stanza, lo ascoltavi, ed eri certo di non dimenticartelo. Ho speso anni ed energie, volevo rendere omaggio a un autore così popolare e alla sua storia, ai più (gli stessi cubani) sconosciuta, per il fatto che ad un certo punto andò a Città del Messico (il film è girato lì, ndr), scappando da una situazione personale difficile, a Cuba moriva di fame e dovette lottare pure contro una forma di razzismo, così trovò il successo da un'altra parte. Il documentario riporta, se vuoi, alle atmosfere di Buena Vista Social Club, ma si concentra sul suo lascito, l’empatia da artista puro, e penso che ognuno di noi ritroverà un po’ se stesso nella sua vicenda.

Sembra sia davvero una passione importante.
Ci tengo moltissimo. Il bello era porre attenzione alla vita dell’uomo, portando a farmi domande profonde riguardo la natura del tempo e di tutte quelle cose che possiamo riuscire a portare a termine oppure no.

Che valore ha osservare le cose da regista?
Quando sei un attore interpreti un’altra visione, non vuol dire che non sia creativa, lo è, ma se dirigi è della tua visione che si parla, ed è lì che tutto diventa più bello.

Spesso vive a Roma, sembra che l’Italia sia diventata ormai una “seconda casa”.
Lo è, non solo per via dell’amore (è fidanzato da tempo con l’attrice Roberta Mastromichele, ndr). Ho sempre sentito un rapporto per questo paese, sentendomi ogni volta il benvenuto, e che mi creda o no, prima parlavo molto meglio l’italiano (ride, ndr). Mi piacerebbe lavorare con Paolo Sorrentino, o Matteo Garrone, di cui sono grande fan, trovo che Dogman sia uno dei film più belli visti negli ultimi periodi.

Ha lodato molto come si è mosso il nostro paese durante l’emergenza Covid-19, rispetto agli Stati Uniti. Da americano che cosa l’ha ferita maggiormente?
Semplicemente siamo stufi di come stanno affrontando la questione in America, è pazzesco. Se è vero da una parte che il paese è enorme, ci sono comunque figure, penso ad Andrew Cuomo, governatore di New York, che localmente hanno fatto un buon lavoro, lo paragonerei a Conte in Italia. Sarò sincero: ci sono delle scelte che i leader possono fare, e sono di tipo popolare, e altre no, chi paga è la la comunità, purtroppo la nostra leadership al vertice è terribile, siamo stati sfortunati nel capitare in una coincidenza di eventi del genere. Ad un certo punto ho smesso di leggere i giornali.

Oltre quarant’anni di carriera: come li festeggia?
Senza bilanci. Quando ho cominciato a recitare ero molto giovane, ho imparato sul campo, e sto continuando, questa è la cosa bella, perché quando pensi di avere tutte le risposte allora non c’è più nulla da fare. Avevo 14 – 15 anni..., mi guardo indietro, vedo il tempo passato, ma adoro ancora sorprendermi.

Anche Lars Von Trier fa parte delle belle “scoperte”?
Quando lessi, ad esempio, il copione de La casa di Jack, ero proprio in Italia. La mia compagna stava guidando verso la Toscana, d’un tratto cominciai a ridere, perché, nel film, in realtà, il mio personaggio passa sopra una donna col suo furgone. Sembrava una cosa folle, la scrittura era brillante, arrivava dritto al cuore, quindi c’ho riflettuto, e mi sono detto “voglio farlo”, lo prenderò come un viaggio interiore, che ogni attore dovrebbe fare prima o poi. Il processo è stata la parte più bella. Amo recitare, creare, se qualcuno, poi, ha un modo diverso di guardare le cose, beh io vado in quella direzione. Certo non è stato facile pensare di indossare i panni di un serial killer, inizialmente mi ha intimorito, ma io cercavo un ruolo che mi facesse sentire anche un po’ scomodo. E alla fine ci sono riuscito.

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