Étienne Russo: A visionary man

Étienne Russo: A visionary man

di Mariuccia Casadio

Il creativo di origine francese, visionario della creatività applicata alla moda, si racconta ad ICON

Ormai la notizia è nota. Villa Eugénie, una delle production company preferite dal mondo della moda, ha ora inaugurato un suo spazio anche a Milano. E a me si offre l’occasione di visitarlo in anteprima, insieme con la possibilità di incontrare Étienne Russo, che di questa multinazionale della creatività applicata alla moda è il padre fondatore e lo spirito guida. L’artefice visionario di memorabili set, installazioni, allestimenti per le sfilate dei più importanti fashion brand del pianeta, con cui potrò confrontarmi per la prima volta.
Dopo un restauro durato 11 mesi, il grande appartamento nello storico Palazzo Durini appare pervaso dalla tinta polverosa di pareti che restituiscono ad arte il sapore del tempo e dialogano con i fregi d’oro a ramages dei soffitti originali. Al suo interno, come in un museo autobiografico, si stagliano le strutture, le forme, i materiali, i temi e i nomi privilegiati dall’eclettico padrone di casa. Pezzi sette-ottocenteschi, reperti di design moderno e sofisticate opere d’arte contemporanea, che compongono uno studiato susseguirsi, affiancarsi e sovrapporsi di stili e immaginari. Percorro il lungo ingresso e le ampie sale, tra stese di fiori e funghi didattici di primo Novecento, arredi Jean Prouvé, sculture che spaziano dall’italiana Monica Bonvicini al coreano Do-Ho Suh mescolandosi con capolavori sotto vetro d’arte applicata marocchina, antiche rappresentazioni giapponesi. E proprio di questo vorrei parlargli subito, del sovrapporsi forse eccessivo, ai miei occhi un po’ stancante, che impera nella moda di oggi, con inevitabili effetti di brusio, confusione, eccesso di rimbalzi, ridondanze, esatte ricostruzioni o riconoscibili rimandi estetici, troppa comunicazione e sovrapposizione di linguaggi…

Il tuo non è un lavoro che diventa sempre più difficile?

Il flusso di informazioni si fa sempre più veloce, vediamo di tutto, bisogna fare molto editing. Non riesco certo a seguire e a controllare tutto quello che viene generato e comunicato intorno a noi a getto continuo. Ma sono interessato a capire, a conoscere in prima persona. Per questo mi avvalgo di un team che raccoglie e mi sottopone tutto quello che non ho tempo di vedere, così che io possa editarlo, ritenere quello che può essermi più utile. Adesso, poi, diventa sempre più importante “to stick to who you are and believe in what you like.” Credo nel mio intuito, sono felice di avere naso, di potermi fidare del mio istinto. L’istintività direi che è un tratto spiccato del mio carattere, mi fa andare avanti. La sua figura è imponente, si staglia ineludibile nello spazio anche grazie ai look radicalmente dark che Russo privilegia, nel quale oggi si mescolano in modo naturale e consapevole i neri di un chiodo smanicato e di un’ampia impalpabile gonna-pantalone tagliata sopra i tank boot, l’aggressività del leather e la fluidità del cotone, una ricercata interazione di tonsure, tagli, dettagli maschili e femminili. Penso a Dries Van Noten e a Rick Owens, ma anche all’empatia che genera in me, al mio sentirmi affine al suo modo autentico e diretto di essere, che trascende la moda e mi cattura quasi subito. Cerco così di stabilire un contatto esistenziale, generazionale. Di conoscere e capire meglio il personaggio come persona, il suo vissuto, le sue originali aspirazioni e motivazioni.

Che cosa ci accomuna e come?

Mi ricordo i film in bianco e nero dei primi anni Sessanta. E di me, a circa 7 anni, che cercavo di capire cosa ci stava dietro alla magia di quelle immagini. Provavo la stessa cosa anche con i giocattoli che ricevevo a Natale. C’è stato un robot che andava a pila, ad esempio. Mi affascinava e l’ho smontato per capire che cosa c’era dentro, senza più riuscire a rimontarlo. Questa pulsione mi ha sempre accompagnato nel tempo. Nei primi anni Ottanta, quando facevo il modello, ero molto più interessato a make-up e grooming, volevo capire come quel backstage di competenze diverse potesse confluire nella creazione di un particolare momento, dare vita a un’immagine. Avendo frequentato una scuola alberghiera sono poi diventato il barista di un club. La location storica e grandiosa, costruita come ospedale negli anni Trenta, mi pareva perfetta per ospitare feste, eventi particolari. Sono andato dal proprietario e gli ho chiesto di lasciarmeli organizzare. Siamo nella Bruxelles dei primi Ottanta, quando la moda come fenomeno si sta configurando. Sono gli anni del post punk, della New Wave, ma anche quelli dello streetstyle e della trasgressione. Un tempo nel quale anch’io pensavo di voler costruire dei mondi. È un tempo sfaccettato, eterogeneo, spettacolare, che anche Étienne definisce tout-court Diverso. Non lineare come oggi, una convivenza di culture, modi personali di essere e di vivere. Condivido completamente.

Mi parli di allora?

In quella prima occasione ho messo in scena un’opera evento, un Bolero con le coreografie di Maurice Béjart. Facendo il modello avevo conosciuto un ragazzo gender fluid, uno dei primi per quanto mi riguarda. Era alto quasi un metro e novanta, aveva i capelli molto lunghi, sciolti sulle spalle e sapeva cantare in falsetto. Gli ho fatto indossare uno smoking jumpsuit di Gaultier e sul palcoscenico l’ho girato di spalle, tutti hanno creduto si trattasse di una donna. Trasgressione ed esperienze shocking sono sempre state una mia passione. 

Ma ancora prima, che cosa ha dato il via alla tua storia? Tutti ricordiamo i nostri personali esordi nella moda, qual è stata la tua porta d’accesso, l’origine della tua passione?

Sembra una barzelletta, ma ho una sorella più grande di me di 3 anni e mezzo. Quando avevo 13-14 anni e lei 17 amavo accompagnarla nel suo fashion store del cuore. Per me non c’era nulla, il venditore diceva «della tua taglia non ho nemmeno un paio di calzini». Allora, di tanto in tanto attingevo dal guardaroba di mia sorella. I tempi della moda fluida erano ancora lontani, ma io portavo magari il suo pulì di mohair rosa. E un’assenza di differenze che mi accompagna da sempre. Il fatto di nascere e crescere in Belgio ha poi significato la possibilità d’incontrare, stringere rapporti e collaborare con i migliori designer prodotti dalla scuola di Anversa, il legame con la moda di Dries Van Noten ad esempio... Étienne ne cura la prima sfilata nel lontano 1991, dando il via a una lunga carriera professionale. Ma a che cosa guarda oggi, cosa gli piace, a che cosa tende?

Come mantieni accesa la passione per il tuo lavoro?

La modernità non riguarda cosa fai, ma come lo fai. Ci sono le idee che ho; magari non trovano subito il cliente giusto, ma restano lì. Come una spugna assorbo e conservo tutto in piccoli scompartimenti della mia mente. C’è la differenza sostanziale tra la presentazione di una collezione e quella di un’opera. E se anche tutto è diventato marketing, restano ancora stilisti con una fede, con un sogno, un messaggio da difendere e diffondere. Mi piace l’idea di aiutarli, di lavorare con i più giovani. E amo l’idea di trasferire il mio know-how, la possibilità di restituire.

Masterclass, workshop, dialogo e collaborazioni con gli studenti. E poi Villa Eugénie, un impegno che continua ad aumentare. Ma la vita?

Devo essere onesto? Il lavoro è quasi tutta la mia vita. Quando accompagnavo le mie bambine a Disneyland continuavo a toccare i materiali. Faccio lo stesso anche in aereo. Ho tre figlie, che oggi hanno 24, 16 e 12 anni. Anche loro hanno accettato il mio modo di rendere collimanti vita e lavoro. Non staccare mai mi fa stare bene e riesco a fare lo stesso quello che voglio. Mi piace viaggiare. In alcuni momenti anche partire, mettendo in cassaforte cellulare e computer, concedermi esperienze di meditazione. Ogni possibilità di conoscenza è importante. Le idee non vengono davanti a un foglio bianco.

Photos by Simon171,  Styling by Ilario Vilnius