Golden Goose, 20 anni d’oro

Golden Goose, 20 anni d’oro

di Gianluca Cantaro

Silvio Campara, ceo di Golden Goose, ci porta nella nuova sede milanese. E svela i segreti del brand che celebra il ventennale dalla fondazione

Le sfilate di Milano e Parigi appena concluse hanno dato un segnale positivo di ripresa della socialità, ma hanno messo in luce l’immobilismo del fashion system verso sistemi spesso criticati e ritenuti obsoleti fino al giorno prima della pandemia. Ora sono tornati, immutati e ancora più stantii. Una cosa è chiara: la moda non vuole cambiare e, nonostante i proclami su sostenibilità, rinnovamento e ricerca, rimane agonizzante nella sua (un)comfort zone. Per fortuna in Italia, culla e motore inarrestabile del settore, ci sono realtà che, con coerenza e cuore, sono diventate esempi di management saggio, etico e di successo. «Quando entrai nel 2013 (come direttore commerciale, ndr), la prima cosa che feci fu ascoltare gli altri», racconta Silvio Campara, ceo di Golden Goose dal 2018. «I fondatori Alessandro e Francesca Gallo, due creativi veneziani, ebbero l’intuizione per gettare le basi. Ma per arrivare dove siamo oggi c’è voluto un altro pezzo: la curiosità di apprendere senza mai smettere. L’innovazione è sempre davanti a noi: bisogna saperla vedere».

Campara ha iniziato nel 2004 da Alexander McQueen. Poi, dal 2006, ha sviluppato la rete retail per il mercato asiatico da Giorgio Armani. La vicinanza con il consumatore ha affinato la sua profonda conoscenza, così ha avuto l’intuizione vincente: «L’abbiamo messo all’interno del flusso creativo della filiera produttiva. Non a parole, per davvero. Penso sia una delle più grandi innovazioni che questa azienda abbia apportato al settore», spiega. «La natura del brand non è top down come gli altri, ma orizzontale e, soprattutto, non ricorre a massicce campagne di promozione, ma al passaparola».

A volte partire da una visione per poi arrivare ai numeri paga: al momento del suo arrivo in azienda erano in 17, oggi quasi in 1.000. Nel corso della sua gestione il fatturato del brand (parte del fondo Permira) è passato da 20 milioni di euro ai 263 del 2020, con + 35% di crescita l’anno. Un bel modo per celebrare il ventennale dalla fondazione. «La categoria delle sneakers di lusso l’abbiamo creata noi, prima c’era solo qualche collaborazione», puntualizza. «Ma la sfida più eccitante è che c’è ancora molta gente che non conosce il brand. Non la vedo come una sconfitta, al contrario è una sfida e un’opportunità. Fino a oggi abbiamo trasformato una storia d’amore in un business globale, ora vogliamo renderlo un brand globale, attraverso i due nostri pillars: craftsmanship, perché siamo gli unici al mondo a fare sneakers al 100% a mano in Italia, e creatività, vissuta a modo nostro. Non facciamo customizzazione ma personalizzazione, perché la scarpa si costruisce insieme con le emozioni collegate».

Abbiamo incontrato Campara nei nuovi headquarters milanesi, cuore pulsante creativo di marketing, comunicazione ed e-commerce. Sono 4.670 mq totali, con un edificio su tre livelli e uno showroom contiguo di 1.000 metri. Il progetto architettonico, sviluppato in collaborazione con lo studio ML Architettura, ha le balconate interne in omaggio alle case di ringhiera tipiche, mentre la piscina a piano terra rimanda al Giappone. È un microcosmo che coccola chi ci lavora: il catering del ristorante per i dipendenti è gestito dal tristellato di Brusaporto “Da Vittorio”, ci sono servizi di baby sitting e conciergerie. La parità di trattamento per maternity e paternity leave è considerata basilare.

Grande attenzione alla sostenibilità, non solo per l’utilizzo di una cucina idroponica, ma anche grazie a uno spazio esterno adibito a ecomobility park con e-bike e macchine elettriche a disposizione. «Siamo nati con l’idea di creare dei pezzi senza tempo, non seguiamo mode e non ci facciamo risucchiare del vortice bulimico di una produzione eccessiva», spiega Campara. «Creiamo un solo nuovo prodotto ogni anno, in modo da promuovere un consumo più consapevole e ottimizzare le fasi di lavoro. Per esempio, trovo assurdo spedire per via aerea un solo paio di scarpe. Al contrario, cerchiamo di educare i nostri clienti ad aspettare magari un giorno in più per consegne sensate, così lo stesso volo porterà decine di scatole. Sono certo che se lo aspettino anche».

È pragmatico Campara, non nasconde di aver fatto del buon senso un ingrediente fondamentale, l’accento veneto che qua e là emerge certifica il suo essere uomo di fatti. «Sono cresciuto a Lugagnano di Sona, in provincia di Verona, un paesino con pochi stimoli. La mia finestra per sognare era Mtv che nutriva la mente e mi stimolava a scoprire le mie ambizioni», racconta. È stata la scintilla che ha dato vita a Golden Tv l’ultimo progetto che esiste nello spazio di 465 mq in via Verri, a Milano. «Penso sia l’acme del coinvolgimento del consumatore e nasce dalla cosa più semplice: la conversazione», sottolinea. «Oggi è una cosa che manca in particolare ai giovani, bombardati da messaggi sui social ma ai quali, a volte, non sono abituati a reagire con maturità. Per me, quindi, uno stimolo al confronto è vitale, soprattutto perché voglio che parta da loro. Tutti i processi di personalizzazione saranno condivisi con il cliente oltre che, grazie alla tecnologia, incorporati nel prodotto stesso. Sta per partire in otto format con diversi angoli di narrazione ma la cosa nuova è che, per la prima volta, sarà un contenitore totalmente self-generated. Questo permette di non diventare mai autoreferenziale. Se si riesce a tenere il passo del pubblico, i fatturati seguono al 100%».

Non finisce qui, a breve aprirà “Fondamenta”: la prima scuola al mondo per creatori di sneakers. «I ragazzi impareranno a farle. Non solo le nostre, tutte», racconta. «Ma, soprattutto, sarà collegata direttamente con le manovie per permettere un costante scambio tra i ragazzi e gli artigiani». Sì, perché insiste su una cosa: sono artigiani perché hanno l’arte nelle loro mani. Golden Goose ha dato vita a un nuovo mestiere che ha definito “Sneakers maker”, perché chi lo fa impara i tecnicismi dall’azienda, ma poi aggiunge la sua visione personale che rende unico il risultato. Fino a oggi si contano 60 Sneakers makers sparsi per i “Lab” in giro per il mondo. Alcuni sono fissi, altri itineranti e ognuno può prenotarsi con quello che più si avvicina al proprio stile.