In conversazione con Mr. Kim Jones

In conversazione con Mr. Kim Jones

di Fédéric Martin-Bernard

In tre anni da Dior ha già creato 15 collezioni. E ora c’è anche Fendi. Ma non è un problema per lui che pensa come monsieur Christian

Il giorno e l’ora dell’intervista erano pianificati da tempo. Una settimana prima era stata anticipata al mattino e, nelle ventiquattro ore precedenti, di nuovo spostata di mezz’ora… Kim Jones ha mille impegni da quando si divide tra due case del gruppo LVMH, eppure le sue duplici funzioni non appannano in alcun modo la sua disponibilità e il suo brio nelle conversazioni. Ci era stato chiesto di citare soltanto Dior e la moda uomo in quest’incontro per Icon relativo all’universo maschile, ma è lui, per primo, a portare la conversazione su Fendi, i suoi primi passi nella moda femminile nella primavera del 2021 e la sua seconda sfilata di alta moda per la griffe romana, la cui presentazione in modalità digitale avrà luogo esattamente qualche ora dopo il nostro incontro… Ma non divaghiamo. Le due case illustri per le quali lavora Mr. Jones sono decisamente diverse sul piano stilistico, una specificità forse ancor più chiara nella mente di quest’inglese che orchestra, segmenta e pianifica un processo creativo senza eguali. «Ho letto molti libri, guardato svariati documentari sulla moda, sugli stilisti e i creatori», confida.

 «Ancora oggi, vi sono stilisti che amano ideare i modelli all’ultimo minuto perché trovano l’ispirazione quando sono sotto pressione. Io non ho mai lavorato così. Amo gli ambienti di lavoro piuttosto calmi, senza inutili drammi; inoltre, oggi collaboro con grandi case in cui non sono l’unico a essere coinvolto. Sono circondato da tantissime persone che partecipano alla preparazione delle collezioni e che hanno, ovviamente, una loro vita privata al di fuori del lavoro. Appuntamenti galanti, una fidanzata, degli amici, figli, genitori o che ne so, i quali hanno anch’essi bisogno di loro… Naturalmente, con l’avvicinarsi delle sfilate, quando facciamo le prove abiti finali, può capitare che vi siano cambiamenti dell’ultimo minuto, ma anche in questo caso si tratta spesso di modelli che richiedono abilità e artigiani meticolosi e raramente si possono realizzare dall’oggi al domani… Il settore della moda è cambiato. È un’industria che deve essere perfettamente organizzata per riuscire a produrre così tante collezioni ogni anno».

«Oggi la moda è legata alla cultura, al quotidiano. Non è più un settore riservato a un’élite come in passato. Mi chiedo spesso cosa farebbe Monsieur Dior al mio posto e sono convinto che anche lui moltiplicherebbe le iniziative per conservare il fascino della sua maison».

Senza nessuna esitazione, Kim Jones risponde di aver lavorato a 15 collezioni diverse da quando è arrivato in Dior tre anni fa. Una nomina un po’ a sorpresa, arrivata nella primavera del 2018, in un momento in cui il posto di direttore artistico della moda maschile non era vacante e le indiscrezioni lo annunciavano un giorno da Burberry, l’indomani da Versace, dopo sette anni di lavoro e di successi a capo della moda uomo di Louis Vuitton. Dall’oggi al domani, Kim Jones assume così il nuovo incarico di direttore artistico della moda maschile della celebre griffe al numero 30 di avenue Montaigne. In un battibaleno, gira tutti gli archivi, coglie l’essenza della maison e recupera alcuni codici originali della sua storia sartoriale, consapevole che Christian Dior non ha mai disegnato modelli da uomo. In particolare, mette gli occhi sul “taglio obliquo”, nato dalla collezione a/i 1950-1951 del fondatore, per proporre una nuova versione di abito da uomo con ampio incrocio mantenuto da un unico bottone. Questo aveva peraltro dato vita, nel 1967, a un’interpretazione grafica in tela con logo a cura di Marc Bohan, sfruttata anche per drappeggiare calzature e accessori; tra questi, una versione maschile della Saddle creata all’epoca in cui John Galliano dirigeva la moda femminile della maison. «Mi chiedo sempre cosa penserebbe, o cosa creerebbe Monsieur Dior se oggi fosse al mio posto. Mi preme anche tenere sempre presente quanto di meglio i miei predecessori sono riusciti a creare», spiega questo designer, la cui creatività non potrà mai essere tacciata di egocentrismo. «Immagino le collezioni in funzione della Maison Dior e non dei miei gusti personali», aggiunge colui che, poco tempo fa, ha dato vita per qualche stagione a un marchio con il proprio nome, al termine degli studi di moda maschile presso il Central Saint Martins College of Art and Design.

Quest’esperienza individuale, all’inizio degli anni 2000, lo ha portato a collaborare con Umbro, produttore di abbigliamento sportivo e, successivamente, ad aggiudicarsi la direzione artistica della rispettabile griffe Dunhill nel 2008, prima di essere assunto, nel 2011, per dirigere l’universo maschile di Louis Vuitton. Un ruolo che ricopre per sei anni, durante i quali firma svariate collezioni in coppia con personalità o marchi. Di queste, memorabile quella con il brand newyorkese Supreme, che ha riscosso un successo senza precedenti presso il pubblico giovane, poco avvezzo alle creazioni del produttore di borse francese.

Da allora, le collaborazioni sono diventate un volano della comunicazione nel settore moda, nonché il tratto distintivo delle successive collezioni di Kim Jones per Dior. L’artista newyorchese Kaws era l’ospite della prima stagione p/e 2019. Poi è stata la volta di Hajime Sorayama, Raymond Pettibon, Daniel Arsham, Shawn Stüssy, Amoako Boafo e Kenny Scharf, interpellati per creare alcuni capi rari che in breve tempo sono arrivati a valere una fortuna sui siti specializzati.

Quest’inverno è stato orchestrato un lavoro in coppia con l’artista contemporaneo Peter Doig, dai cui dipinti sono stati isolati svariati dettagli, utilizzati poi per plasmare un nuovo stile di camouflage. La collezione della primavera 2022 vedrà invece coinvolto il rapper americano Travis Scott.

 «Instaurare collaborazioni è un’attività appassionante, perché ciascun artista ha un suo universo particolare, un percorso creativo che gli è proprio. Collaborare con ognuno di loro mi porta a cambiare il mio modo di pensare, che è diverso a ogni nuova stagione», prosegue Kim Jones, che ha già un’idea ben precisa sulla prossima firma congiunta. Quando gli viene chiesto se i codici della maison non rischino di perdere nitidezza, a forza di essere associati troppo a talenti diversi e vari, aggiunge che «lo stesso Monsieur Dior faceva abitualmente riferimento ad artisti. Anzi», aggiunge, «penso che queste collaborazioni sviluppino il tema, rinforzino l’immagine della Maison Dior e la introducano a un pubblico più ampio. Peter Doig conosceva perfettamente la sua storia. Si è appassionato al progetto ed è stato presente a tutte le prove abiti.

Per quanto riguarda Travis Scott nella sfilata successiva, si tratta di una persona ossessionata dalla moda, dagli abiti e dallo stile. Quest’universo non è il suo settore originario, esattamente come non lo era per Christian Dior quando ha aperto la maison, ma la nostra collaborazione ha finito per rivelarsi così intensa e fruttuosa che si tratta in definitiva di una collezione a quattro mani, ma anche Dior al 100%. Non dimentichiamo che oggi la moda è legata alla cultura, al quotidiano. Non è più un settore riservato a un’élite come in passato. Lo ripeto, mi chiedo spesso cosa farebbe Monsieur Dior al mio posto e, stando a quanto ho colto della sua personalità attraverso le sue creazioni, i suoi disegni o ancora i suoi scritti, sono convinto che anche lui moltiplicherebbe le iniziative per conservare il fascino della sua maison». 

Tra tutte le griffe del lusso, Dior è forse quella che ha frenato meno la propria attività durante la pandemia. «Non abbiamo ridotto il numero di collezioni e, in quelle circostanze che non erano facili, ho l’impressione che abbiamo lavorato quattro volte di più. Il fattore della distanza ci ha imposto di essere ancor più reattivi, meglio organizzati… Alcuni membri del team erano a Parigi, altri a Londra. Ho iniziato a confrontarmi di più con i membri della mia squadra, con cui condividevo già moltissimo. Abbiamo realizzato molte cose stando davanti allo schermo, fatta eccezione per le prove abiti che si sono svolte in presenza, soprattutto per non correre il rischio che mi sfuggisse qualche dettaglio. È stato un periodo piuttosto complicato, soprattutto per i cittadini britannici come me. Fortunatamente, l’interesse per le collezioni Dior non è stato scalfito, le vendite non sono calate e questo mi ha spronato a fare ancora di più. Ciò di cui ho sentito maggiormente la mancanza è il fatto di potermi spostare come desideravo. Il viaggio è un aspetto profondamente radicato nel mio modo di vivere, da sempre. Girare per il mondo e vedere cose diverse è sempre stato per me una grande fonte di ispirazione. Oggi ho bisogno di evadere, senza perdere altro tempo».

Portrait by Jackie Nickerson