Neil Barrett, il momento di osare

Neil Barrett, il momento di osare

di Gianluca Cantaro

Neil Barrett ha una visione molto lucida sui cambiamenti della moda, del gusto, della società. Sa bene che molte cose non saranno più le stesse. Lui, la sua rivoluzione l’ha già cominciata e qui ci racconta come sta andando

Per uno che è nato e cresciuto in mezzo alle uniformi, osservare la moda di oggi deve essere allo stesso tempo stimolante e frustrante. Da un lato, c’è la sfida per trovare un equilibrio tra la sua formazione e l’estetica moderna, dall’altro la constatazione di come la qualità, nel comune pensare e percepire, sia ormai ridotta al lumicino a favore di un consumo scellerato di prodotti e non di stile. Neil Barrett, classe 1965, di Noss Mayo – paesino costiero del Devon – appartenente a una famiglia specializzata in sartoria militare, dopo essersi formato al Central Saint Martins College e al Royal College of Art, arriva in Italia a fine anni 80 perché chiamato da Gucci. A metà dei 90 contribuisce al lancio della collezione maschile di Prada, rivoluzionando l’estetica del tempo e, nel 1999, decide di debuttare con la sua linea. 

«Oggi ci si può vestire bene anche con abiti che non siano per forza di lusso o costosi, soprattutto se si ha buon occhio», spiega mentre chiacchieriamo in una stanza del suo headquarter milanese, che sembra un cubo sospeso di vetro e cemento. «Al contempo, ci si accorge anche della differenza qualitativa. I vestiti non sono tutti uguali: il modo in cui cadono e si muovono intorno al corpo, i dettagli e i tessuti faranno sempre la differenza, che siano flashy o minimalisti. Poi c’è la potenza di Internet che, se da un lato è immateriale, dall’altro dà la possibilità di educare il gusto dei consumatori. È un’opportunità, ma direi anche un “dovere” per noi aziende produttrici. Visto che abbiamo molto séguito, potremmo rendere un servizio che, sono sicuro, sarebbe apprezzato».

Pur non essendo un power user di social media è ben consapevole dello strumento che ha tra le mani, di come la pandemia abbia accelerato tutto, perciò non disdegna di farne uso, perché ogni cosa passa dai devices e, a ogni livello, si possono così raggiungere e affascinare utenti appassionati. «Per il settore, poter informare correttamente è una vera risorsa. Bisogna saper comunicare storie e nozioni in modo “gustoso”, per ingolosire le nuove generazioni: sono convinto che ci sia desiderio di conoscenza», sottolinea. «Magari, semplicemente, la gente non chiede 15 marchi di abbigliamento generico, ma qualcosa con un plus, interessante e appagante sia esteticamente sia per la storia che racconta. Non è obbligatorio inseguire il price range dei grandi brand, che ovviamente saranno sempre desiderati; si può anche decidere di posizionarsi con prezzi ragionevoli, offrendo sempre alta qualità».

E così ha fatto. È stato uno dei pochissimi che ha sfruttato la pandemia per rivoluzionare la sua linea di produzione in maniera illuminata: nel marzo 2021 ha annunciato di voler abbassare dal 40% al 60% i prezzi di alcune categorie merceologiche (il 50% della collezione). Ha scelto di lavorare con piccole realtà produttive nel Sud Italia che assicurano alti standard a minori costi, abbattendo così quelli dovuti all’importazione e al trasporto, ma ha mantenuto tessuti ottimi. L’altra metà, invece, resta nel segmento luxury. Il risultato? Un successo dal punto di vista delle vendite. Viene d’altro canto da chiedersi se in una fase di grandi cambiamenti anche estetici, in cui l’individualismo è dominante, avere una formazione profondamente sartoriale possa risultare limitante. Barrett non la vede così. «Uniforme non vuol per forza dire qualcosa di rigido. Oggi è qualunque cosa in cui ognuno si sente a proprio agio», chiarisce. «Non ne esiste una, ma infinite e ognuna definisce l’eleganza maschile a modo suo. Alcune si trasformano in trend globali, altre restano personali, perché tutto è legato a doppio filo allo stile di ognuno e alla capacità di capire cosa ci doni o meno. Non si tratta di una limitazione, ma di consapevolezza: alcuni abiti bisogna saperli portare e, se qualcosa ci sta male, c’è poco da fare. Bisogna imparare a guardarsi allo specchio con un po’ di senso critico, non c’è niente di sbagliato. Sono io il primo a farlo», dice sorridendo. Anche questo è importante per fare cultura e riflettere sui giovani e sulle loro divise prettamente streetwear.

«Se un tempo c’erano delle tendenze specifiche, legate per esempio alla musica, che creavano uniformi passate alla storia, oggi non è più così. La street culture è cambiata e il vecchio modo di percepirla è sparito. Inutile insistere», analizza, «i ragazzi sono curiosi e ricercano sempre qualcosa che non sia ovvio. Non vogliono essere uguali ai loro amici, al contrario li vogliono sorprendere, soprattutto con il look». Inseguire l’iconicità è una delle ossessioni moderne, l’imitazione delle star della musica e del calcio li spinge a differenziarsi, e questo propone spunti inaspettati, anche per chi è un professionista e ha già visto tutto o quasi.

Da sarto, infine Barrett analizza lo scenario più generale. «È un momento senza precedenti, un mondo nuovo e diverso, a ogni livello del mercato. Facciamo l’esempio dei clienti del luxury tailoring: stanno diventando sempre meno e non verranno rimpiazzati dalle nuove generazioni che si vestono in maniera completamente diversa. Queste aziende hanno una visione troppo a breve termine per poter sopravvivere allo tsunami sociale in corso. È il momento di osare, di riscrivere da zero storie e strategie». Già, il momento della comfort zone è finito, a ogni livello e in ogni settore. L’esclusività dietro alla quale la moda ha cementato i suoi rituali non esiste più. Al contrario, è diventata inclusività, a volte di comodo ma necessaria per raggiungere più clienti possibili, per fare cultura e riflettere sui giovani e sulle loro divise prettamente streetwear.