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Intervista a Ryan Garcia: i pugni e il successo

di Francesca Paolo Giordano - 12 Maggio 2020

Sul ring è una macchina da guerra. A soli 21 anni è uno dei maggiori talenti della boxe con all’attivo 20 vittorie (17 per knock-out) e nessuna sconfitta. «Sono qui per scioccare il mondo», racconta ad Icon, «Voglio essere d’ispirazione per il mondo, persino cambiarlo».

C’è qualcosa di autenticamente cinematografico in Ryan Garcia. Alle 5 del mattino, in una Los Angeles ancora addormentata nelle tenebre, vicina eppure in qualche modo terribilmente distante, lui è già in piedi, maglietta e pantaloncini, che saltella qua e là come un predatore impazzito, che sferra pugni a un avversario immaginario, pugni reali però, pugni abrasivi.

Ora in una diretta Instagram, a beneficio di una platea che vanta oltre 5 milioni e mezzo di follower (sesto pugile per seguito social), poi con una serie di video Youtube, e ancora chissà cos’altro in futuro, in uno storytelling fatto apposta per esaltarne una dimensione eroica, da film appunto: «Queste mani sono legalmente registrate come arma», dice da qualche parte, con le telecamere che lo riprendono da vicino. Ryan Garcia è il pugile del futuro, ma con una faccia da star del passato. Ha la faccia del ragazzo pulito, ancora imberbe, quasi efebica dati i suoi 21 anni.

Sul ring, però, è una macchina da guerra: ha vinto 20 incontri su 20, 17 per knock-out. Gli ultimi due, che gli hanno permesso di vincere e poi conservare il titolo Wbc Silver dei pesi leggeri, quasi non hanno fatto in tempo a iniziare: a novembre ha steso Romero Duno in 98 secondi, a febbraio un gancio sinistro terrificante ha mandato gambe all’aria Francisco Fonseca dopo 80 secondi. Nessuno più può dubitare delle sue capacità. E del futuro sconfinato che il californiano ha davanti.

La prima frase che Ryan mi dice è pura dinamite: «Sono qui per scioccare il mondo», e certo, in un primo momento, mi pare una sparata ascrivibile alla sua giovane età. Però subito aggiunge di voler «essere d’ispirazione per il mondo, persino cambiarlo», e diventa perfettamente chiaro il perché ci tenga così tanto a mettersi al centro di un palcoscenico universale: «La gente deve conoscere la mia storia, deve sapere che cosa ho passato». Garcia vuole raccontare la sua storia, ma una storia che può essere di chiunque – imperniata sui concetti di passione, sacrifici, speranza e determinazione. «Tanti, nei commenti, mi scrivono di non sapere che cosa fare. Quello che posso dire è: se sentite di voler fare una certa cosa, fatela. Non so, ti piace tagliare i capelli? Ok, allora diventa il miglior barbiere mai visto al mondo».

Nel suo caso, la vocazione arriva molto presto. «Avevo 7 anni, giocavo a baseball. In un torneo siamo finiti quarti, mi hanno dato un pupazzetto, ma io l’ho preso e l’ho lanciato il più lontano possibile. Lo sport di squadra non faceva per me, volevo fare qualcosa da solo. Così mio zio (Sergio Garcia, pugile amatore, ndr) mi dice: “Vuoi fare boxe?”. Mi ha portato in un garage, e da lì è iniziato tutto. Non avevamo molti soldi per poter andare regolarmente in palestra, perciò ogni giorno mi allenavo in garage, a ogni torneo a cui partecipavo ci andavamo a nostre spese. Ci siamo davvero spinti al massimo per arrivare qui dove sono, ma ne è valsa la pena».

Il talento di Garcia si è manifestato in tutta evidenza sin da subito. A livello amatoriale ha vinto 215 incontri e 15 titoli nazionali, e nel giugno 2016, a 17 anni, è diventato professionista. Non avendo l’età per boxare negli States, i primi quattro incontri da pro li ha disputati – e vinti – in Messico. «Ho sempre saputo, sin da bambino, che avrei avuto successo. Perciò ho lavorato duramente, non mi sono mai fermato nella mia ossessione per la boxe». Le levatacce e gli allenamenti intensi sono la sua routine, non uno show appositamente allestito per il pubblico. «Non do niente per scontato. Posso avere tutto il talento del mondo, la velocità, la potenza, ma l’importante è che alla fine della giornata nessuno si è allenato più di me. La mia mentalità è cambiata tantissimo. Sono passato dal sapere di essere bravo, accontentandomi e pensando che le mie abilità potessero risolvere tutto, a essere un vero professionista. Sono ossessionato da ogni singolo dettaglio».

A seguirlo negli allenamenti ora è Eddy Reynoso, trainer anche del campione dei mediomassimi “Canelo” Álvarez. Oscar de la Hoya, pugile di successo tra gli anni 90 e 2000, lo ha preso sotto la custodia della sua agenzia Golden Boy, preannunciando per il proprio protégé un anno da protagonista: «Penso che sarà campione del mondo già quest’anno. È diventato più forte, più veloce, più saggio. Entro la fine del 2020 avrà un combattimento contro uno dei top fighter». Ma la sua famiglia – «la mia ispirazione più grande» – c’è sempre: il padre, Henry, gli fa da assistente allenatore, la madre Lisa da manager. Un anno fa è diventato padre di Rylie, che gli occupa i momenti di pausa tra un allenamento e l’altro. La sua maggior distrazione è la moda: «Spendo i miei soldi in un sacco di vestiti e di scarpe. Sono proprio appassionato di fashion, perché con la moda posso esprimermi per quello che sono e per quello che posso essere».

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Intervista pubblicata su ICON 59.

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