Cult

Musei, le riaperture: ecco come cambia la fruizione dell’arte. Un reportage

di Luca Zuccala - 25 Maggio 2020

Hanno riaperto il 18 maggio, ma in che modo? Abbiamo visitato alcuni musei per capire come stanno reagendo alla “Fase 2” dell’arte. Tra ingressi contingentati, igienizzazione perpetua, termoscanner e percorsi definiti, un racconto sul nuovo inizio del sistema museale.

Alle azalee e ai rododendri che si distendono sulle pendici di Villa Carlotta a Tremezzo sul Lago di Como poco importano il Coronavirus e le fasi epidemiologiche. Beate e cascanti sul Teatro di Verzura che spazia sulle Grigne, si specchiano in un Lario più placido che mai. Tanto indifferenti alla tragica “realtà” in corso, quanto assoluti rifugi di pace e poesia per l’essere umano.

Come i Musici di Caravaggio, eccezionalmente in prestito dal Metropolitan di New York all’Accademia Carrara di Bergamo, che ci fissano incantati, bocche socchiuse e liuto in mano, durante il percorso completamente riorganizzato per la riapertura del Museo. È surreale e piacevolmente silenziosa la visita ai luoghi culturali che stanno lentamente fiorendo, come le rose che sbocciano nel parco botanico della Carlotta o quelle dipinte da Cesare Tallone dietro la figlia ritratta alla Carrara, sulla penisola italiana in questa fragile Fase 2.

Un nuovo inizio, cominciato ufficialmente lo scorso 18 maggio, per una nuova fruizione, più intima, più raccolta, espansa su spazi ampi e tempi lunghi. Un sentire rallentato, che consente (non è mai abbastanza) una profonda riflessione sul valore di questi fedeli custodi del patrimonio collettivo. Alleati preziosi, capaci di preservare la bellezza e offrirla nuovamente alla comunità per aiutarla a elaborare i sentimenti di paura, dolore, impotenza che hanno pervaso (anche) i giorni più bui della pandemia. Palpabile dalle chiacchiere con i direttori incontrati in loco, la cruciale consapevolezza del potere trasformativo e terapeutico del luogo (e dell’arte in generale) di cui si è tutori, nonché l’inderogabile dovere di suffragare il ruolo della cultura come strumento chiave per fornire nuovi immaginari e scenari del mondo in cui viviamo.

A ogni Museo, prima di tutto, i tempi necessari per adeguarsi alle direttive governative, le norme per la messa in sicurezza dei visitatori e delle opere. Obblighi trasversali: ingressi contingentati e scaglionati, sanificazione e igienizzazione perpetua, dispositivi di distanziamento, termoscanner per misurare la temperatura corporea, percorsi definiti, entrata e uscita separate, personale preparato. Dettagli che fanno la differenza. Come il calibrare e adeguare i propri (unici) spazi al fine di ideare una visita degna del luogo. Più semplice per una realtà come Hangar Bicocca che si estende orizzontalmente su 15 mila metri quadrati. Più complicato per una struttura mista (dimora e giardino) come Villa Carlotta, che ha dovuto fondere architetture naturali e neoclassiche in una triplice soluzione di visita adatta a tutte le esigenze. Tre percorsi a senso unico, differenziati per durata, che vanno dai 20 ai 90 minuti e tengono conto di eventuali difficoltà motorie dei visitatori garantendo la più ampia accessibilità.

Diverso il discorso per una qualsiasi storica realtà museale, come Accademia Carrara. Arresasi all’insostenibilità della proroga (quindi riapertura) della magistrale mostra di Simone Peterzano, l’istituzione orobica è riuscita nel migliore dei modi a rimodulare il percorso espositivo, grazie anche alla nuova segnaletica a terra (per una maggiore fluidità di passaggi) e ai braccialetti al polso, simili a smartwatch, che vibrano appena si sfora il metro di distanza tra visitatori, scongiurando così ogni tipo di assembramento. Situazione similare per due enti cardini di Brescia: la Pinacoteca Tosio Martinengo e il Museo di Santa Giulia. Due icone simbolo riaperte insieme (con spazi e percorsi ripensati ad hoc) per guardare al futuro con rinnovata speranza. Aspettando l’emblema, chiosa superba della rinascita: la Vittoria Alata, fresca di restauro, pronta a tornare per vegliare sulla Leonessa questo novembre.

Segnali condivisi, emersi da questo peregrinare tra nuovi “inizi”, che fanno ben sperare. Indizi di nuova visione del sistema museale, risultato di una schietta riflessione (se ancora ce ne fosse bisogno, che ora però diventa necessità) sulla portata critica e civica dei Musei. Linee guida: maggiore radicazione e valorizzazione della dimensione territoriale, fruizione più consapevole e “accompagnata”, utilizzo dello spazio digitale per venire incontro al pubblico e alimentare il confronto con la scena culturale globale. Lungimirante la politica di uno dei più importanti Musei d’arte contemporanea d’Italia, Castello di Rivoli, calatosi in toto nel paradigma dello Slow Museum. Un concetto di Museo che a livello fisico si rivolge per ora principalmente a visitatori regionali e italiani, ma che è aperto a trasformare il mondo in una rete di scambio di differenti realtà locali. Un cambio di passo intelligente e indispensabile, che concepisce l’istituzione museale come un servizio, un luogo per l’educazione, sicuro e accessibile, un territorio di ricerca artistica e di innovazione proiettato al futuro. Uno spazio di raccolta del patrimonio artistico da condividere con la società, riflesso di una comunità che si riconosce nella fiducia e nel dialogo.

Perché ricordiamoci, come scriveva il museologo francese Georges-Henri Rivière, che “Il successo di un museo non si valuta in base al numero dei visitatori che vi affluiscono, ma al numero ai quali ha insegnato qualcosa”.

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