Vincent Lacoste, il (non) predestinato del cinema

Vincent Lacoste, il (non) predestinato del cinema

di Andrea Giordano

L’attore francese si racconta ad Icon, partendo dall’ultimo film di Xavier Giannoli, e tratto dall’opera di Balzac, “Illusioni perdute”

Una commedia umana, a dir poco moderna, la prima dedicata anche alla nascita della stampa e del capitalismo, e resa ancor più interessante da un grande regista come Xavier Giannoli. L’ispirazione arriva ancora dal linguaggio d’avanguardia e visionario di Balzac e delle sue Illusioni perdute, nella Francia della Restaurazione, di artisti e poeti in erba, che adesso si traducono nell’ottimo ritratto in costume, presentato in concorso all’ultima all'ultima Mostra del Cinema di Venezia (in sala dal 30 dicembre, distribuito da I Wonder Pictures). Il 1820 ridiventa allora lo specchio di vita mondana, tra verità e menzogne, romanzi e scandali costruiti, nella quale prendono forme e si animano i primi giornali sovversivi, capaci di catalizzare e far muovere l’attenzione del pubblico.

In questo universo di volti, conflitti, cattiverie feroci a colpi di penna, c’è Étienne Lousteau, scrittore fallito, “riciclatosi” come giornalista appunto nel liberale Le Corsaire - Satan. Ad interpretarlo è Vincent Lacoste, 28 anni, l’ex delfino francese della recitazione, da anni trasformatosi in realtà consolidata e ricercata. Un attore in grado di imporsi come promessa (ne Il primo bacio), arrivando poi a dividersi nei progetti più diversi: diretto da autori come Julie Delpy, Christophe Honoré, Benoît Jacquot, Mia Hansen-Løve (in Eden), e in successi come Asterix & Obelix al servizio di Sua Maestà, accanto (come adesso) al suo mito di sempre, Gérard Depardieu. Carriera da invidiare, anche se lui dice «e pensare che non ero un predestinato».

A volte il passato torna a essere cruciale per guardare il presente. Quanto l’affascina?

Penso che film come questi siano intelligenti perché riescono anche ad evocare un mondo attuale. Balzac lo aveva previsto, era un genio, e per un attore far parte della sua visione è un’occasione irrinunciabile, soprattutto quando ci sono registi come Giannoli che letteralmente ti trasportano in un universo del genere. Mi fa riflettere, non solo l’opera originale, riesco a vedere le cose in modo clinico, distante: allora c’erano personaggi che si interrogavano in modo profondo, partecipavano alla società, ne venivano coinvolti. Illusioni perdute ci invita in modo delicato a riflettere sulla nostra di società, ma senza darci lezioni.

Lei che rapporto ha con la critica?

Siamo il risultato di quello che facciamo e diciamo. Oggi ci sono i social, Twitter, Facebook, bisogna in qualche modo proteggersi di più, ma chiaramente siamo dentro ad un sistema che ogni giorno cambia, alimenta informazione. Per mass media odierni non parliamo solo di giornali, ma anche riguardo tutto il gruppo di “influencer”, che ormai si sono ritagliati un potere e possono esercitarlo, anche in un senso critico.

L’Ironia a volte può risultare un’arma più tagliente e sovversiva, colpendo il proprio ego: è d'accordo?

Il mio personaggio utilizza il cinismo per nascondere le sue debolezze, e si rifugia proprio nell’ironia per sopravvivere, è qualcosa che serve a mettere le distanze, si pone al si sopra. Per me usarla significa anche mascherare il proprio malessere.

C’è qualcosa che in questi anni l’ha infastidita?

Sono come tutti. Reagisco allo stesso modo se qualcuno parla in maniera negativa di ciò che faccio. Evito però di deprimermi o essere troppo sensibile, e continuo sulla mia strada.

Quella strada l’ha intrapresa giovanissimo. C’avrebbe mai pensato?

Ho cominciato a 14 anni, ero piccolo, mi sentivo un ragazzo incompleto; il cinema mi ha insegnato tutto. Incontri, storie, progetti, persone, ne scopri l’onestà artistica, e io, contemporaneamente, ho imparato chi sono, cosa mi piace. All’inizio smisi di studiare, volevo fare l’attore a tutti i costi, anche se non avevo mai fatto corsi di recitazione: il lavoro è stata la mia vera palestra.

In 'Illusioni perdute' torna a lavorare col suo attore preferito, Gérard Depardieu. Cosa rappresenta?

È il più grande di tutti i tempi, insieme abbiamo fatto tre film. Rimane affascinante da guardare, da veder recitare, da veder vivere, è impressionante come persona: a volte sembra un 'folle', ma è questo l’aspetto bello, non sai mai cosa potrebbe accadere con lui. Ricordo la prima volta sul set, avevo 18 anni, ci trovavamo a Malta per Asterix&Obelix, lui era vestito da Obelix: aveva uno sguardo incredibile, ti scrutava in un modo, avevi l’impressione che avesse un computer nel cervello, come uno scanner. È un monumento vivente, che dagli anni '70 ha saputo sempre reinventarsi. Eccolo il segreto, non essere mai uguali.