In conversazione con Jenson Button, pilota per sempre

In conversazione con Jenson Button, pilota per sempre

di Angelo Pannofino

In Formula 1 tutto ruota attorno al tempo. Lo sa bene Jenson Button, campione del mondo nel 2009 e oggi testimonial di Rolex, che ci parla del suo rapporto, complesso, con lo scorrere dei secondi

Jenson Button si candida a ottenere la cittadinanza onoraria italiana, e non per l’italiano quasi perfetto con cui esordisce («Buongiorno! Come stai?»), ma per la patriottica storia che c’è dietro: «In realtà so solo quelle tre parole: le ho imparate perché, quando vivevo a Monte Carlo, prendevo la macchina e andavo in Italia per bere un caffè come si deve». Il campione del mondo di Formula 1 del 2009 oggi vive a Los Angeles e, nonostante il caffè italiano non sia più a mezz’ora di strada, ha l’aria felice: «Lo sono», conferma. Dopo aver lasciato la Formula 1 non è rimasto fermo, anzi: ambassador Williams, commentatore tv, ha una società che costruisce auto sportive, una che produce whisky, ed è padre di due bambini. Dal 2022 è anche testimonial di Rolex, un incontro pieno di affinità: «Ho molto in comune con Rolex. Innanzitutto la precisione del mio stile di guida, un vantaggio e uno svantaggio per la mia carriera: il pubblico amava i piloti aggressivi come Hamilton o Alonso, che ottenevano il massimo dalla loro auto anche quando non era la migliore. Io, invece, avevo bisogno di creare l’auto migliore per guidare come mi ha insegnato mio padre: fluido, preciso, per andare da A a B nel minor tempo possibile. Non ho il talento naturale di alcuni piloti ma mi impegno al massimo per migliorarmi: per me era fondamentale lavorare duro non solo sulla guida, ma anche sullo sviluppo della macchina, sull’allenamento fisico e sull’approccio mentale. Sono queste le chiavi del mio successo: precisione e voglia di vincere, e Rolex è come me».

Jenson Button

Soprattutto, entrambi orbitano attorno allo stesso centro di gravità permanente: il tempo. «Nella Formula 1 tutto ruota attorno al tempo. Tutto. La prima cosa che fai, appena sceso dall’auto, è controllare i tempi. Anche il weekend di gara è una questione di tempo, tempo che in realtà non hai: corri da una parte all’altra per tutto il giorno». Un rapporto, quello col tempo, ai limiti dell’ossessione: «Una parola che non mi piace ma sì, è così». Ed è così anche dopo aver lasciato la Formula 1: «Non è cambiato niente: lo spirito competitivo di un pilota è legato al tempo. Ancora oggi, che ho 42 anni, se vado a fare kart contro piloti di 15 anni, non c’è verso: voglio vincere, voglio batterli. Perché io non sono un pilota di Formula 1, sono un pilota: non importa cosa guido, ciò che conta è la gara». Il tempo che ossessiona. Il tempo che spaventa: «Sì, mi fa paura il tempo che passa. Dopo l’ultima corsa da professionista, nel 2019, temevo di non essere più competitivo, invece l’anno scorso ho partecipato al Goodwood Revival, gara tra auto storiche: ho guidato una Jaguar E-Type e una Cobra, ed è stato fantastico. Adoro quell’esperienza di guida: è così pura, così… meccanica». Andare da A a B nel minor tempo possibile, però, non implica arrivare in orario: «Sono un tipo puntuale: arrivare in ritardo mi fa sentire malissimo, eppure aspetto l’ultimo momento per muovermi, mi metto sempre nella condizione di arrivare al pelo: non so perché e non so come fare per cambiare».

E poi c’è la questione della relatività del tempo: ore che non passano mai («Capita con alcune persone, ma non faccio nomi») o volano via («Quando parlo con altri piloti»). Per non dire della relatività applicata alla vita: «Ho sempre pensato che vincere il campionato fosse la cosa più importante. Poi è nato il mio primo figlio e quel momento ha spazzato via tutto il resto: non lo dimenticherò mai. Vincere un campionato non gli si avvicina nemmeno. Ho capito che correre è una passione che mi farà sempre felice, ma non è più la cosa più importante». Eppure la gioia per la vittoria del 2009 non lo ha abbandonato («Quanto è durata? C’è ancora!»), al contrario di ciò che raccontano molti campioni, per i quali è breve, subito rimpiazzata con un nuovo obiettivo: «Quello succede quando vinci le gare, ma il campionato è un’altra cosa: dopo la vittoria andai a una festa, giusto un’oretta per festeggiare con la squadra, poi tornai subito in hotel e per due ore restai da solo, ripercorrendo le cose successe nella mia vita fino a quel momento. E mi resi conto che avevo pianificato tutto per quella vittoria ma niente per ciò sarebbe successo il giorno dopo. Fu scioccante e anche spaventoso: avevo 29 anni e nessuna idea di cosa avrei fatto della vita. Fu per questo che decisi di dare una svolta alla mia carriera: passai alla McLaren per correre accanto a Lewis Hamilton. Mi serviva un’altra sfida».

E poi ci sono i rimpianti, figli del tempo, che non permette di tornare indietro, a meno di non possedere una DeLorean DMC-12, auto che Button saprebbe sicuramente guidare, e fluidamente, anche oltre le 88 miglia all’ora: «Sì, ci sono due momenti a cui mi piacerebbe tornare: uno è la vittoria del campionato, anche se fu più un sollievo che altro. L’altro è l’ultima volta che ho visto mio padre, l’ultima gara alla quale venne ad assistere, nel 2013. Quando qualcuno ci lascia rimpiangiamo sempre di non aver fatto o detto abbastanza: vorrei tanto rivederlo un’altra volta». Per fortuna, a spazzare via la malinconia, arrivano i bambini. A L.A. è ora di colazione: Button sorride, saluta. Lo aspetta un caffè americano.