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Matteo Martari: “La complessità è sinonimo di bellezza”

di Andrea Giordano - 26 Novembre 2020

Matteo Martari e la perenne trasformazione, di attore e di uomo. Una ricerca che oggi lo porta, da protagonista, nella mini serie “L’Alligatore”, tratta dei romanzi “hard boiled” di Massimo Carlotto (in onda dal 25 novembre su Rai2). Lo abbiamo intervistato.

Dove va lascia traccia, e ormai la sua è una di quelle irrinunciabili. Matteo Martari, classe 1983, è uno di quei volti trasversali che davvero non passano mai inosservati, anche nel non volersi prendere troppo sul serio.

Non importa il tempo, l’azione o il ruolo che interpreta, in quel DNA, a tratti unico, domina il cavallo di razza, pronto però a sacrificarsi in nome di una propria missione artistica: la recitazione. Una carriera istrionica, piena di colori, intrisa sopratutto di occasioni (colte) ed esperienze vissute, sia al cinema (ne Il mio Godard, o nell’ultimo Il giorno e la notte, girato in smart working durante il lockdown), sia nella televisione generalista delle serie e dei grandi numeri: da Luisa Spagnoli a Non uccidere, Un passo dal cielo (nei panni del Maestro Albert Kroess), Principe Libero (a impersonare Luigi Tenco), Bella da morire, o I bastardi di Pizzofalcone, senza dimenticare il salto internazionale ne I Medici (era Francesco de’ Pazzi). 

In attesa di vederlo in Cuori, miniserie ambientata nella Torino anni ‘60, all’Ospedale Molinette, fatta di sperimentazioni e cuori artificiali, ora riprende il volo, da protagonista assoluto, ne L’Alligatore, adattamento seriale dei romanzi di Massimo Carlotto, coproduzione Rai Fiction – Fandango, in onda su RaiPlay, e dal 25 novembre su Rai2. Diretto (nuovamente) da Daniele Vicari, insieme a Emanuele Scaringi, qui Martari interpreta Marco Buratti, un ex cantante di blues, ruvido, schivo, un bello, indurito com’è dal carcere, che dopo esserci finito ingiustamente, una volta uscito, diventa investigatore privato, e lì si ritrova a spingersi fino ai limiti della legalità. Tra bevute di calvados, sguardi “assassini” e uno stile inconfondibile.

Quanto senti vicino L'Alligatore, te lo sei chiesto?
La fortuna di poter lavorare su un personaggio del genere è che, essendoci così tanto materiale da leggere, si riesce a delineare tutto il suo profilo. La sua composizione psicologica non è stata complicata, è bastato leggere i romanzi. Mi si addice, è vero, ma per una radice comune: il Veneto. Ci accomuna: entrambi siamo abituati agli stessi suoni, colori, alle stesse tonalità. Per me è stato un po’ come recuperare un passato che è stato accantonato per esigenze di mercato.

Come mai?
Da attore, la cadenza veneta è qualcosa che nel tempo ho dovuto smussare, anche se qui invece è dovuta tornare fuori. C’è stato un momento di difficoltà durante le tre ore e mezza del provino, era uno scoglio da affrontare, e non ero abituato, tendenzialmente, poi, quando si prova a recitare con quell’accenno si diventa un po’ ubriachi (ride, ndr). In realtà c’è molto di più di un alcolismo riconosciuto. E quindi sono tornato a casa, è bastato riparlare coi miei genitori, e da lì riprendere è stato facile.

L'Alligatore è riconoscibile non solo per la parlata, ma anche per dei movimenti caratteristici. Ti piace entrare così nei ruoli?
Personalmente è la mia preparazione: provo a metterli in un corpo, al netto dell’analisi delle storie, ma il primo passo è proprio questo. Qui lo aiuta la musica, è il carattere fondamentale, specifico, viene da lontano, da una zona degli Stati Uniti, la Louisana. Ecco perché Teho Teardo, il compositore della colonna sonora, insieme a Daniele, mi hanno fatto avere una campionatura di sonorità, volevano tornare alle origini di quelle radici, a quelle donne, registrate in strada, da Ida Cox in avanti. L’eleganza di Alligatore, combinato al desiderio di sporcarsi, è figlio in primis di un ritmo, d’altronde nei romanzi di Carlotto c’è tutto, dal genere hard boiled, al cavalleresco, il romantico. La complessità è sinonimo di bellezza.

Indossa una giacca rovinata, ma intrisa di esperienza: ci rivedi qualcosa pensando al tuo stile?
Sono noioso nelle scelte, questa è la verità: nell’abbigliamento tendo invece alla comodità, al tecnicismo, non ho mai avuto neanche il chiodo da rockettaro a pensarci...

E poi guida una Skoda. Qui il pretesto è aprire il capitolo motori: più che una passione, o sbaglio?
Amo guidare macchine sportive, ho fatto pure delle gare, meno di quante avrei voluto in verità, poi comunque nella normalità, al volante, sono come mia zia, tranquilli! Mi piace l’adrenalina che ne deriva, portare al limite bolidi da 300-400 cavalli, diventa quasi come dirigere un’orchestra sinfonica, dove ogni elemento deve essere coordinato molto bene, la capacità di sguardo, la conoscenza, i pesi, le braccia. Il pilotare diventa un’arte stessa.

Sconfinare dalla zona confort: succede pure sul set?
La vivo come una forma di conoscenza, che equivale alla libertà. Diventa una sorta di relazione, di incrocio fra idee opposte, nel lavoro cerco di andare oltre, nei limiti delle possibilità, e di cosa la sceneggiatura suggerisce. Creo un dialogo tra me e il personaggio, sperando sempre in una crescita, per mettere in discussione soprattutto le mie idee.

Quanto è stato difficile trovare la tua identità?
Ma come si misura davvero? È quello che gli altri pensano di noi. Nel mio caso continuo ad affidarmi alle persone con cui collaboro, questo fa parte di un percorso. Poi, che io me lo sia meritato o no, non lo so, bisogna chiederlo agli altri, non voglio giudicarmi, sarei severo.

Eppure di tracce ne hai lasciate, nell’immaginario popolare.
Ti racconto un aneddoto. La mattina dopo l’ultima puntata di Un passo dal cielo ero a Milano, mi trovato in un bar, stavo facendo colazione. D’un tratto vedo che c’è un signore che mi guarda, penso “forse ce l’ha con me, mi viene il dubbio, sarà la mania di protagonismo. Gli chiedo: come posso aiutarla? E lui, “dovresti essere in carcere!' È la risposta (ride, ndr).

Amato e odiato insomma.
L’approccio professionale e di impegno va al 100%, se poi questo si traduce in un personaggio che rimane nei ricordi degli spettatori, nel bene o nel male, il risultato fa piacere. Il sacrificio esiste dietro ogni cosa, fa parte del nostro lavoro che, è vero, non rientra nei canoni comuni, nella rappresentazione dell’immagina classica di orari, ma è un mestiere come gli altri, in cui fisicamente e psicologicamente si viene messi a dura prova. Parlo di responsabilità, ansia da prestazione, di provare a creare una connessione tra ciò che interpreti e chi sei tu.

Quando è avvenuto per te?
Da piccino, in vacanza. Allora io e altri due-tre ragazzini mettevano in scena dei soggetti, obbligavamo i nostri genitori a guardarci e a farsi coinvolgere. Questo per dire che recitare è un atto altruistico, non egoistico, serve una preparazione, uno studio, cose che fino ai 28 anni non mi sono mai potuto permettere. Una volta compreso ciò che volevo fare, a quel punto ho concretizzato l’idea, da lì è arrivata la scuola Quelli di Grock a Milano.

Torniamo per un attimo sul sacrificio, una parola per nulla scontata, visto che da ragazzino, studiando all’alberghiero, l’hai dovuta sperimentare sulle spalle.
A 13 anni la scelta fu dettata dalla necessità, avevo bisogno di imparare un mestiere. Già a 15 non avevo sere libere: il periodo è durato fino ai 20 anni, da cameriere fino all’esperienza in panificio. È servito eccome, l’ho riutilizzato una volta arrivato a Milano. Sfatiamo la favola: non ho cominciato a fare subito il modello, sono ripartito da lì, serviva ad imparare.

Che ricordo hai di quel periodo?
Annebbiato, forse è subentrata una forma di sistema di autodifesa, di rimozione, ne ho alcune memorie effettive ovvio, dentro di me qualcosa, per forza, è rimasto: d’altronde siamo il risultato di quello che abbiamo vissuto. C’è stata un po’ di frustrazione, nel rinunciare a delle cose. A 16 anni avrei voluto fare le vacanze coi miei amici, andare al cinema, nonostante avessi una mia compagnia, mi sentivo escluso dalla vita sociale. Non andavo a mangiare la pizza, ed il rischio, quello che è successo in realtà, è che venivano a trovarmi dove lavoravo per carineria, sottovalutando il fatto di trovarmi dall’altra parte del bancone.

Ogni cosa fa esperienza e formazione: chi ti ha insegnato maggiormente?
Sento di ringraziare me stesso, innanzitutto, per non aver mai mollato. La crescita di ognuno deriva dal confronto con altre persone, quindi se sono Matteo, umanamente parlando, è grazie anche a tutta una serie di dialoghi. Tutti e nessuno, ma anche nessuno è sempre qualcuno, alla fine.

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